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	<title>Rassegna &#8211; Symbola</title>
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	<title>Rassegna &#8211; Symbola</title>
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		<title>Coesione è competizione: lo dicono i numeri</title>
		<link>https://symbola.net/approfondimento/coesione-e-competizione-lo-dicono-i-numeri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 08:45:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Le imprese italiane che investono di più in relazioni, con lavoratori, fornitori, comunità, Terzo Settore, usano l&#8217;intelligenza artificiale il doppio rispetto alle altre (31% contro 16%), investono in ricerca e sviluppo quasi il doppio (56% contro 32%), crescono di più, assumono di più, esportano di più. Analisi del rapporto 2026 di Symbola. Mentre discutiamo di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="is-sottotitolo">Le imprese italiane che investono di più in relazioni, con lavoratori, fornitori, comunità, Terzo Settore, usano l&#8217;intelligenza artificiale il doppio rispetto alle altre (31% contro 16%), investono in ricerca e sviluppo quasi il doppio (56% contro 32%), crescono di più, assumono di più, esportano di più. Analisi del rapporto 2026 di Symbola.</p>
<p>Mentre discutiamo di intelligenza artificiale come se fosse la sola leva della competitività, il rapporto 2026 “Coesione è competizione” realizzato da Fondazione Symbola, Intesa Sanpaolo e Unioncamere, in collaborazione con Aiccon, mette sul tavolo un dato che dovrebbe cambiare le priorità: le imprese italiane che investono di più in relazioni, con lavoratori, fornitori, comunità, Terzo settore, usano l’intelligenza artificiale il doppio rispetto alle altre (31% contro 16%), investono in ricerca e sviluppo quasi il doppio (56% contro 32%), crescono di più, assumono di più, esportano di più. Non è un paradosso: è la logica di un diverso modello di creazione del valore. Queste imprese prevedono per il 2026 aumenti di fatturato superiori alle altre (33% contro 20%).I dati ci dicono che la relazionalità non frena la digitalizzazione, la orienta e la potenzia. La coesione potenzia la competitività su ogni dimensione che conti: innovazione, digitale, green, mercati internazionali. Un meccanismo che ha radici storiche riconoscibili, quelle dell’economia civile italiana, della tradizione cooperativa,  della cultura distrettuale becattiniana, del municipalismo imprenditoriale e delle filiere del made in Italy. Un modello che ha sempre trattato le relazioni non come esternalità ma come fattore costitutivo della produzione.Non è una correzione etica al capitalismo: è un<em> business model</em> originale, relazionale, che l’Italia ha praticato prima di teorizzarlo. La fiducia con i fornitori accelera l’innovazione di prodotto, il radicamento nel territorio garantisce accesso a competenze che nessun contratto può formalizzare, il riconoscimento dei lavoratori come co-protagonisti genera motivazione che nessun incentivo sostituisce. Ogni nuovo servizio di welfare strutturato produce in media un incremento del 2,1% del fatturato pro-capite e nelle province ad alta densità di imprese coesive (ovvero quelle che intenzionalmente integrano le relazioni dentro la produzione, il reddito disponibile pro-capite è del 13,7% superiore alla media italiana. Le imprese coesive non abitano territori più ricchi: li rendono più ricchi, abitabili e meno diseguali. Un indicatore vale più di tutti: tra il 2020 e il 2025 le collaborazioni con enti non-profit sono triplicate, superando in crescita i rapporti con banche, clienti e associazioni di categoria. Il Terzo Settore non è più il destinatario di una donazione a fine anno: è il partner che legge i bisogni del territorio, co-progetta soluzioni, intermedia l’accesso al lavoro, trasforma scarti in filiere sostenibili. Non è filantropia: è strategia. Vale la pena notare poi, che oltre il 70% di queste relazioni sono informali ossia accordi verbali, reti di fiducia sedimentate nel tempo, collaborazioni che precedono i contratti. Non è fragilità: è la certificazione più autentica dello stock di capitale sociale accumulato. Come la circolazione sanguigna misura la salute di un organismo, la densità di legami informali misura la salute di un territorio economico.La coesione diventa così il frutto di un modo diversamente competitivo di stare nel mercato.<em> Cum-petere</em>: andare insieme verso una meta, prospettiva radicalmente diversa dalla corsa solitaria, dalla rendita di chi occupa posizioni monopolistiche, dalla visione darwiniana della concorrenza. Proprio per questo, la prossima programmazione europea 2028-2034 dovrebbe ripensare una delle sue architetture più radicate: quella che separa i fondi per la competitività da quelli per la coesione, trattandoli come obiettivi alternativi. I dati italiani dimostrano che le due cose vanno connesse perché sono interdipendenti. Ma i dati non bastano. La sfida ora non è solo comunicare che le imprese coesive competono meglio degli altri, ma come. rendere questo modo di fare impresa attraente, riconoscibile e socialmente desiderabile. Per vincere questa sfida è necessario costruire una nuova pedagogia dell’impresa e della competitività, capace di restituire al modello civile italiano non l’aura del retaggio da proteggere, ma quella del paradigma più avanzato che abbiamo.</p>
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		<title>Intervista a Realacci: La ricetta di Symbola per l&#8217;Italia &#8220;Meno burocrazia, rallenta il Paese&#8221;</title>
		<link>https://symbola.net/approfondimento/intervista-a-realacci-la-ricetta-di-symbola-per-litalia-meno-burocrazia-rallenta-il-paese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 10:22:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Realacci (presidente della Fondazione): «Siamo leader nell`economia circolare, meglio di Francia e Germania» Cala il sipario sul Seminario Estivo della Fondazione Symbola. All`indomani della chiusura della XXIV edizione da lei presieduta, cosa resta, Ermete Realacci? «Resta la sensazione che realtà diverse, professionisti ed eccellenze di diversa provenienza sono tutte d`accordo sul fatto che bisogna rafforzare la percezione che gli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="highlight-word">Realacci</span> (presidente della Fondazione): «Siamo leader nell`economia circolare, meglio di Francia e Germania»<br />
Cala il sipario sul Seminario Estivo della Fondazione <span class="highlight-word">Symbola</span>. All`indomani della chiusura della XXIV edizione da lei presieduta, cosa resta, <span class="highlight-word">Ermete Realacci</span>? «Resta la sensazione che realtà diverse, professionisti ed eccellenze di diversa provenienza sono tutte d`accordo sul fatto che bisogna rafforzare la percezione che gli italiani hanno del loro stesso Paese». Gli italiani si confermano, insomma, un popolo di esterofili? «Purtroppo sì, basti pensare che in un lavoro che abbiamo portato avanti con Ipsos per capire questo spread della percezione, solo l`Italia ha la popolazione che si percepisce peggio di quanto è considerata all`estero. È un nostro record». Eppure di record ne avremmo altri, e più lusinghieri. «Siamo ai primi posti nell`agroalimentare, nella meccatronica. Addirittura siamo avanti di 30 punti rispetto alla media continentale, per quanto riguarda il recupero dei materiali e nell`economia circolare, facendo meglio di Francia e Germania. E quando lo diciamo, gli italiani non credono alle nostre parole. Tutto ciò fa ridere. Ma anche no». Ma allora cos`è che non va? «In questi due giorni del Seminario, abbiamo parlato dei principali problemi che attanagliano il Paese, dalla burocrazia che rallenta eccessivamente l`intero processo produttivo, all`illegalità, al debito pubblico, a parti del Paese che restano indietro. Ma queste debolezze vanno affrontate. Anche in questo occorre voler bene all`Italia, ecco perché parlo di patriottismo dolce, cioè del bisogno di rafforzare la nostra identità partendo dai nostri punti di forza». Uno dei modi è stato quello di premiare 100 artigiani da tutta Italia. «Il riconoscimento era per aver dimostrato capacità di innovazione tecnologica e lo abbiamo previsto all`interno dell`iniziativa `Artigianato, futuro del Made in Italy`. Una sorta di artigianato aumentato che integra la tradizione manifatturiera italiana con tre fattori chiave, vale a dire: design, sostenibilità e innovazione. Del resto, per dirla con Papa Francesco, &#8220;siamo chiamati ad essere creativi, come gli artigiani, forgiando percorsi nuovi ed originali per il bene comune&#8221;». C`è un dato che meglio di altri fotografa la situazione italiana in questo momento, per quanto concerne la competitività con gli altri Paesi europei, nel lavoro? «Le nostre imprese soffrono nell`essere competitive, per i costi alti che pagano per l`energia. A inizio millennio, la Germania aveva il 5% di energia dalle fonti rinnovabili, ora ha il 60%. Noi eravamo al 15% e ora siamo al 40%. Considerando anche quanto sia meno costosa di altre fonti, è evidente che altre nazioni, fra cui anche la Spagna, corrono più di noi e ci battono sul mercato perché il prezzo finale del prodotto sarà più basso». La competizione non potrebbe però spingere a innovazioni, a nuove idee, insomma non potrebbe essere quasi «produttiva»? «In realtà io penso che ad essere un formidabile fattore produttivo sia invece la coesione. L`incrocio tra imprese, comunità, territori, innovazione e bellezza è fondamentale per la nostra economia e per il Made in Italy». Tornando al Seminario, come si sintetizzano 10 appuntamenti, 100 contributi, oltre 20 ore di dibattito e confronto sul lavoro e su questo patriottismo dolce? «Mi piace prendere in prestito le parole dello storico dell`economia Carlo Cipolla: &#8220;Gli italiani sono abituati a produrre, fin dal Medioevo, cose belle che piacciono al mondo, all`ombra dei campanili&#8221;. Chiamare a raccolta i nostri talenti, premiarli, sostenerli è la sfida che tutti noi dobbiamo raccogliere».</p>
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		<title>L’industria dell’auto si appella alla Ue per evitare la morte della fabbrica</title>
		<link>https://symbola.net/approfondimento/lindustria-dellauto-si-appella-alla-ue-per-evitare-la-morte-della-fabbrica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 10:17:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Ieri sera, a fine turno, siamo usciti insieme. Un gelo boia. Non c’erano camion alla porta 23, nessuno per strada. Gli faccio: ‘Zitto, Junior, non fiatare’. Mi ha guardato, con quella faccia da cane bastonato… &#8220;Ieri sera, a fine turno, siamo usciti insieme. Un gelo boia. Non c’erano camion alla porta 23, nessuno per strada. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-mrf-recirculation="Article link"><em>&#8220;Ieri sera, a fine turno, siamo usciti insieme. Un gelo boia. Non c’erano camion alla porta 23, nessuno per strada. Gli faccio: ‘Zitto, Junior, non fiatare’. Mi ha guardato, con quella faccia da cane bastonato…</em></p>
<p data-mrf-recirculation="Article link"><em>&#8220;Ieri sera, a fine turno, siamo usciti insieme. Un gelo boia. Non c’erano camion alla porta 23, nessuno per strada. Gli faccio: ‘Zitto, Junior, non fiatare’. Mi ha guardato, con quella faccia da cane bastonato…</em></p>
<div class="teads-inread sm-screen">
<div id="teads0" class="teads-player"><em>&#8220;Lo senti questo silenzio?’</em></div>
</div>
<p data-mrf-recirculation="Article link">
<p data-mrf-recirculation="Article link"><em>Ci siamo inchiodati lì, come due statue, in quel punto preciso dove eravamo.</em></p>
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<div id="google_ads_iframe_/35012960/huffingtonpost.it/interna/Bottom_0__container__"><em>‘Sì, ha detto Junior. ‘È la fabbrica che sta morendo”.</em></div>
</div>
</div>
<p data-mrf-recirculation="Article link">Il dialogo tra i due operai, l’ultima leva entrata in Fiat nel 1987, “avevamo ancora le tute blu…”sta nelle prime pagine di “L’ultimo operaio” ovvero “Canto finale della grande fabbrica” di Niccolò Zancan, giornalista di “La Stampa”, pubblicato da Einaudi: 130 pagine di racconti, storie di lavoro e d’amicizia, di fatica quotidiana e di speranze frustrate, di straordinarie qualità professionali di tecnici e operai e di investimenti sbagliati. “Una storia d’amore e di fantasmi”, dice Zancan, tutta costruita attorno a uno dei più grandi stabilimenti automobilistici europei, Mirafiori, un tempo 60mila dipendenti, oggi appena poche migliaia. Testimonianza severa, polifonica, di un mondo industriale che vive da tempo drammatici ridimensionamenti.</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">La “fine della fabbrica”, è vero, è stata molte volte annunciata. E anche la scomparsa degli operai. Resta il fatto, però, che nonostante le profonde trasformazioni tecnologiche intervenute negli ultimi anni, ultima la crescente diffusione dell’AI che minaccia la scomparsa di decine di migliaia di posti di lavoro, l’Italia continua ad essere un grande paese industriale, la seconda manifattura europea, con parecchie imprese pronte a investire e a crescere, appena le tensioni geopolitiche caleranno d’intensità (Il Foglio, 11 giugno).</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">Siamo pur sempre un paese di fabbriche high tech, di neo-fabbriche (produzione, ricerca e servizi legati in modo originale). Lavoro industriale in forme nuove, insomma, un linguaggio inedito che ridisegna la stessa  “civiltà delle macchine”. Ma nulla è acquisito per sempre. E tanto sono veloci le tecnologie, con i loro cambiamenti e le conseguenze economiche e sociali, tanto sembra lenta la politica.</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">Sull’auto, però, finalmente, sembra che la Ue si muova.</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">L’automotive (produzione di veicoli e componentistica) è un cardine dell’industria europea, con 12,6 milioni di lavoratori, grandi marchi di qualità da primato internazionale (a cominciare dalle tedesche Volkswagen, Audi e Bmw e dalle italiane di altissima gamma, come le Ferrari e le Lamborghini). Ha legami con altri settori chiave dell’industria (elettronica, robotica, gomma, plastica, materiali speciali, tessile, etc.). Ed è sempre stato simbolo di meccanica e meccatronica  d’avanguardia, di innovazione, di stile. Il cuore dell’industria.</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">Da anni però è in crisi: il crescente dominio dell’auto elettrica (tecnologie USA e cinesi) ha spiazzato i grandi marchi europei. E la stessa Commissione Ue, per un malinteso senso di rispetto dell’ambiente, ha formalmente accelerato il processo di trasformazione: niente più motore endotermico entro il 2035, passaggio totale all’elettrico, giudicato meno inquinante.</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">Una strategia inizialmente subìta, poi messa in discussione, non solo dall’industria di settore. Sino ad arrivare a posizioni più ragionevoli: la sostenibilità va benissimo, a patto che sia socialmente accettabile, non distrugga l’industria europea e metta in pericolo, dalla Germania alla Francia e all’Italia, decine di migliaia di posti di lavoro. E proprio per l’Italia, la componentistica automotive (oramai fortemente ridimensionata la produzione Stellantis, ex Fiat) è filiera essenziale, innovativa e di alta qualità, anche per l’export (Piemonte, Lombardia, Veneto, la Motor Valley emiliana ma anche alcune aree del Sud, come Campania, Puglia e Basilicata sono regioni fortemente interessate e hanno già cominciato a muoversi, cercando una sintonia, che dovrebbe essere più decisa e insistente verso il governo a Roma).</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">L’indicazione strategica che viene dal mondo automotive è “neutralità tecnologica”: non solo l’auto elettrica, ma anche i motori a benzina “verde”, a idrogeno (la ricerca deve fare ancora passi avanti), diesel con bassissimi livelli d’inquinamento.</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">A smuovere le acque, è arrivata nei giorni scorsi a Bruxelles una lettera firmata da tre grandi leader dell’industria automobilistica: François Provost, amministratore delegato della Renault, Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis e Olivier Blume, amministratore delegato del gruppo Volkswagen: la richiesta rivolta alle autorità Ue è che “il 70% di componenti sia Made in Europe”. Con misure che premino i produttori e mantengano design e ricerca nei paesi Ue: “Vogliamo garantire che l’Europa rimanga la potenza globale nel mondo automobilistico. E abbiamo bisogno di un meccanismo che favorisca le auto e l’industria europea. Un meccanismo semplice, facile da attuare e da controllare” (Corriere della Sera, 13 giugno).</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">Le reazioni alla lettera, a Bruxelles, hanno incontrato favori bipartisan (La Stampa, 14 giugno), per misure che possano rafforzare, appunto per l’auto e la componentistica Made in Europe, l’Industrial Accelerator Act.</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">“Una svolta in Europa è necessaria, per non perdere l’industria”, sostiene Paolo Streparava, presidente di Confindustria Brescia: energia, auto e regole sono le priorità per competere” (IlSole24Ore, 28 maggio),</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">Di certo, il dibattito si è riaperto. Rinunciare all’auto e lasciare così campo libero, sui mercati internazionali, all’industria automobilistica cinese e proteggere quella USA, significa accelerare i rischi di “deindustrializzazione” temuti anche in Italia (l’allarme oramai è ricorrente nelle stanze di Confindustria). E dunque vale la pena, nonostante tutte le difficoltà possibili e la concorrenza durissima che arriva, anche in Europa, dalle auto elettriche cinesi, costruire e applicare rapidamente una politica industriale europea, senza cadere in vecchi schemi protezionisti, aiuti ricerca, innovazione, formazione, tenendo conto dei tre elementi fondamentali della sostenibilità: ambientale, certo, ma anche sociale ed economica.</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">Nei giorni scorsi, al Seminario estivo di Symbola a Mantova (Il Giorno, 14 giugno), i temi sono stati discussi a lungo. Forte la memoria della lezione di uno dei leader dell’ambientalismo italiano, Alexander Langer: la sostenibilità non farà molta strada finché non sarà percepita come socialmente accettabile. E insistenti i richiami a legare sostenibilità a coesione sociale.</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">Anche gli investimenti e le politiche europee sull’automotive rientrano in questo contesto. Senza rinunciare all’aiuto elettrica europea. Ma nemmeno alle altre tecnologie di cui l’Europa ha il primato tecnologico e può benissimo reggere la sostenibilità.</p>
<p data-mrf-recirculation="Article link">Perché l’auto non finisca davvero per essere “una storia di fantasmi”.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Patriottismo dolce, Realacci: è una bussola per il Paese</title>
		<link>https://symbola.net/approfondimento/patriottismo-dolce-realacci-e-una-bussola-per-il-paese-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 09:11:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[“Nel tempo delle fratture è importante capire ciò che ci unisce. Patriottismo dolce – dichiara Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola &#8211; è il tema di queste giornate trascorse insieme durante il Seminario estivo di Fondazione Symbola a Mantova che ci ricorda che il futuro dell’Italia non si costruisce contro qualcuno, ma insieme, a partire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Nel tempo delle fratture è importante capire ciò che ci unisce. <em>Patriottismo dolce</em> – dichiara Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola &#8211; è il tema di queste giornate trascorse insieme durante il Seminario estivo di Fondazione Symbola a Mantova che ci ricorda che il futuro dell’Italia non si costruisce contro qualcuno, ma insieme, a partire da ciò che siamo e, soprattutto, da ciò che vogliamo essere. È questo il cuore del <em>patriottismo dolce</em> da cui il titolo del Seminario di questo anno. Un amore per il Paese che non ha bisogno di alzare muri, perché trova forza e sicurezza nella propria identità, nella coesione delle comunità e in un’economia a misura d’uomo. E di coesione abbiamo tanto bisogno nei tempi difficili che stiamo attraversando. Il patriottismo dolce è un progetto, non una retorica. È la scelta di guardare all’Italia con “occhi nuovi”, riconoscendo i suoi talenti e mettendoli in rete. Nel patriottismo dolce, la comunità non è un concetto astratto: è fatta di territori, di piccole imprese, di relazioni che trovano la loro espressione concreta nella soft economy. Il 72% degli italiani è orgoglioso della propria nazionalità come evidenzia lo studio di Fondazione Symbola e IPSOS Doxa e 9 italiani su 10 vedono nella qualità la chiave competitiva del Paese. I dati ci restituiscono un&#8217;evidenza chiara: il patriottismo dolce non è un esercizio di retorica, ma una precisa bussola per il Paese. Investire in qualità, sostenibilità e coesione non significa solo assecondare l&#8217;orgoglio nazionale, ma sintonizzarsi con una domanda profonda della società che si trasforma in vero valore economico. Le imprese capaci di farsi interpreti di questa identità sono il motore di un&#8217;Italia che torna a guardare al futuro con fiducia. Come diceva il presidente Carlo Azeglio Ciampi &#8220;questi borghi, questi paesi rappresentano un presidio di civiltà. Sono parte integrante, costitutiva della nostra identità, della nostra Patria. Possono essere un luogo adatto alle iniziative di giovani imprenditori. L&#8217;informatica e le tecnologie possono favorire questo processo. Può diventare anche questa grande avventura, un&#8217;opportunità da cogliere”.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il patriottismo dolce di Symbola, antidoto al qualunquismo</title>
		<link>https://symbola.net/approfondimento/il-patriottismo-dolce-di-symbola-antidoto-al-qualunquismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 09:03:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Patriottismo dolce è il titolo scelto per il ventiquattresimo Seminario Estivo di Symbola promosso insieme al Comune di Mantova e Unioncamere, al main partner Gruppo Tea e ai top partner Gruppo Mauro Saviola, Fassa Bartolo e Arvedi che vogliamo ringraziare per il sostegno e la collaborazione che anche quest’anno hanno voluto confermare a questo importante appuntamento, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Patriottismo dolce </strong>è il titolo scelto per il ventiquattresimo Seminario Estivo di Symbola promosso insieme al Comune di Mantova e Unioncamere, al main partner Gruppo Tea e ai top partner Gruppo Mauro Saviola, Fassa Bartolo e Arvedi che vogliamo ringraziare per il sostegno e la collaborazione che anche quest’anno hanno voluto confermare a questo importante appuntamento, ospitato per il quarto anno consecutivo dalla Città di Mantova.</p>
<p>Dove <strong>dolce</strong> è aggettivo che qualifica un’idea proiettiva, aperta e inclusiva di <strong>patriottismo</strong> e allo stesso tempo è metafora di un amore per il Paese che trova forza e ispirazione in ciò che siamo stati, che siamo, e, soprattutto, che vogliamo essere.</p>
<p>È la scelta di guardare all’Italia con uno sguardo più empatico riconoscendo i suoi talenti, i suoi primati e i suoi punti di forza civici, culturali, economici, tecnico scientifici e sociali che stanno a dimostrare le grandi potenzialità del nostro Paese e, conseguentemente, le altrettanto importanti responsabilità che siamo chiamati ad assumere per correggere le tante contraddizioni, ritardi, divari e ingiustizie che continuano a segnarne la vita.</p>
<p>Il patriottismo dolce come antidoto contro quella sorta di qualunquismo antropologico che si alimenta e cresce sulla base di una rappresentazione prevalentemente, e troppo spesso esclusivamente, negativa e pessimista del Paese, che costituisce un formidabile alibi per disertare le responsabilità civiche, sociali ed economiche.</p>
<p>È uno sguardo sull’Italia per renderla più considerata e desiderabile agli occhi degli italiani, soprattutto giovani, dal momento che non c’è futuro senza chi è il futuro.</p>
<p><strong>La ricerca che su questi temi abbiamo realizzato con Ipsos</strong>, che verrà presentata in apertura della sessione conclusiva di sabato, ci aiuterà a capire meglio la conoscenza e la percezione che gli italiani hanno di loro stessi e dell’Italia.</p>
<p>E con il<strong> </strong>rapporto<strong> “Coesione è Competizione”</strong>, che presenteremo nella sessione di domani mattina, dimostreremo che l’assunzione di quelle responsabilità e la loro condivisione da parte di imprese, comunità e territori non solo promuove benessere e partecipazione ma è anche un formidabile fattore produttivo fondamentale per la nostra economia e per il made in Italy.</p>
<p>Nel patriottismo dolce l’<strong>identità</strong> è salda e per questo capace di dialogare, di includere, di generare futuro e la <strong>comunità</strong> non è un concetto astratto, è fatta di territori, di piccole imprese, di relazioni che trovano la loro espressione concreta nella <strong>soft economy. </strong>Un’economia a misura d’uomo, come proposto nel Manifesto di Assisi, capace di affrontare le “<em>policrisi</em>” &#8211; climatica, geopolitiche, militari, pandemiche, migratorie, economiche e commerciali &#8211; e di riparare le <strong>fratture</strong> del nostro tempo.</p>
<p>Un’economia civile capace di produrre e distribuire nuova ricchezza, promuovendo benessere e qualità della vita, riducendo incertezze e tensioni e riportando fiducia, stabilità, collaborazione e che, come nell’arte giapponese del <em>kintsugi</em>, rende più prezioso ciò che è stato rotto.</p>
<p>Patriottismo dolce è l’idea che il futuro dell’Italia non si costruisce contro qualcuno, ma insieme. Non è un nazionalismo stemperato, quanto piuttosto la costruzione di quella “<em>comunità di destino</em>” che per Edgar Morin, il grande pensatore francese recentemente scomparso, deve essere capace di coniugare la dimensione della patria con quella planetaria, consapevoli che le nostre sorti individuali e collettive &#8211; ecologiche, economiche e sociali &#8211; sono legate indissolubilmente a quelle dell&#8217;intero pianeta.</p>
<p>Una dimensione che Morin chiama della Terra-Patria per perseguire la quale “<em>Dobbiamo non più opporre l’universale alle patrie, bensì legare concentricamente le nostre patrie – familiari, regionali, nazionali, europee – e integrarle nell’universo concreto della patria terrestre…È ritrovando le origini nel passato che un gruppo umano trova l’energia per affrontare il suo presente e preparare il futuro. La ricerca di un avvenire migliore deve essere complementare e non più antagonista con il ritorno alle origini nel passato. Ogni essere umano, ogni collettività deve irrigare la propria vita con una circolazione incessante fra il passato, in cui radica la sua identità riallacciandosi ai propri ascendenti, il presente, in cui afferma i suoi bisogni, e un futuro nel quale proietta le sue aspirazioni e i suoi sforzi…Sviluppare le nostre identità nel contempo concentriche e plurali: quella della nostra etnia, quella della nostra patria, quella della nostra comunità di civiltà, quella infine di cittadini terrestri”.</em></p>
<p>Per questo la riflessione sui caratteri del patriottismo dolce è intimamente e indissolubilmente legata a quella sull’identità. Scrive Franco Cardini “…<em>una parola che di solito le sinistre detestano…sono sostenitore dell’identità in quanto necessaria autocoscienza comunitaria”. </em></p>
<p>Per dirla con Adorno “<em>Non si tratta di conservare il passato, ma di mantenere le sue promesse</em>”.</p>
<p>Una “<em>autocoscienza comunitaria</em>” generativa di quella “<em>comunità di destino</em>” in assenza della quale rischia di avverarsi la profezia di Simon Weil “<em>Chi è sradicato sradica”</em>.</p>
<p>L’appuntamento “<strong>Una certa idea di Italia</strong>” sarà l’occasione per sviluppare una riflessione e un confronto su questi temi.</p>
<p>Il patriottismo dolce è dunque un lavoro di riattualizzazione e reinterpretazione delle nostre radici, per evitare che si essicchino o siano sradicate, e anche dello stesso patrimonio nazional popolare. È quello che faremo aprendo il Seminario Estivo con l’appuntamento <strong>“Il futuro di Geppetto: artigianato aumentato e made in Italy”</strong> realizzato in collaborazione con Confartigianato, CNA, Casartigiani e il patrocinio del ministero delle Imprese e del Made in Italy. Un titolo che richiama Pinocchio, quest’anno ricorre il bicentenario della nascita del suo autore Collodi, che evidenzia una metafora meno indagata contenuta nel libro tra le tante più celebrate e conosciute; della capacità artigianale di dare vita e anima alla materia trasfigurandola così in un vero e proprio dispositivo culturale, come dimostrano le 100 imprese artigiane impegnate nell’innovazione e nel green a cui verrà questa mattina assegnato un riconoscimento.</p>
<p>Patriottismo dolce è questo: guardare i territori, le comunità, la società e le imprese come protagonisti fondamentali nell’affrontare le sfide di un mondo che cambia per costruire una società e un’economia più empatiche in cui creatività, ricerca e tecnologia danno vita a nuovi processi di produzione di beni e servizi, si incrociano con il patrimonio di mestieri e saperi tradizionali e si alimentano di bellezza, relazioni e valori.</p>
<p>E guardare alla sostenibilità come chiave interpretativa principale di queste sfide. Per questo discuteremo <strong>del ruolo delle rinnovabili nel contrasto alla crisi climatica e nel disegnare inediti scenari di indipendenza energetica</strong> che liberano paesi ed economie da condizionamenti geopolitici sempre più aggressivi e imprevedibili e della gestione di una risorsa sempre più critica e strategica come quella <strong>dell’acqua </strong>attraverso<strong> </strong>soluzioni industriali e finanziarie innovative.</p>
<p>Un terreno quello della sostenibilità sul quale l’Europa può conquistare vantaggi competitivi, attrarre capitali e intelligenze, difendere la sua libertà e indipendenza dal minaccioso ritorno di logiche imperiali e di pura potenza rispetto alle quali come ha detto Mattarella a Salamanca “<em>Tocca all’Europa saper dire di no” </em></p>
<p>L’Italia può dare un contributo importante e originale alla realizzazione di questo disegno sulla base dei suoi punti di forza, come vedremo negli appuntamenti dedicati alla <strong>regione Lombardia,</strong> prima regione verde d’Italia e una delle prime in Europa, e al primato italiano a livello europeo sull’<strong>economia circolare</strong>.</p>
<p>E ragioneremo anche del contributo che l’Italia può dare nel tracciare <strong>una via europea all’intelligenza artificiale </strong>che contrasti le visioni tecnocratiche, transumaniste e postumaniste, denunciate da Papa Leone XIV nell’Enciclica Magnifica humanitas. Per “<em>Discernere come abitare con responsabilità il tempo dell’intelligenza artificiale”</em> e per scegliere la via di Neemia, della comunione e della responsabilità condivisa, e non quella di Babele dell’omologazione.</p>
<p>A ben vedere è la stessa visione umanistica, comunitaria e partecipata dell’idea di patriottismo dolce.</p>
<p>Sta a noi dare a questa visione forza e concretezza per renderla possibile.</p>
<p>Insieme.</p>
<p><a href="https://www.greenreport.it/news/green-economy/62248-il-patriottismo-dolce-di-symbola-antidoto-al-qualunquismo?fbclid=IwZnRzaASaV9tleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZAo2NjI4NTY4Mzc5AAEecC3j91uK18OpHa1oZJtq3kGuTlHZFO0Du8pD2bd2lyWGzY3t1k8mHLuE2Hk_aem_AqYirzockXEtdyvypqqCeA">https://www.greenreport.it/news/green-economy/62248-il-patriottismo-dolce-di-symbola-antidoto-al-qualunquismo?fbclid=IwZnRzaASaV9tleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZAo2NjI4NTY4Mzc5AAEecC3j91uK18OpHa1oZJtq3kGuTlHZFO0Du8pD2bd2lyWGzY3t1k8mHLuE2Hk_aem_AqYirzockXEtdyvypqqCeA</a></p>
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		<title>Il patriottismo dolce che unisce La sfida parte da Mantova</title>
		<link>https://symbola.net/approfondimento/il-patriottismo-dolce-che-unisce-la-sfida-parte-da-mantova/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 08:24:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Per tre giorni ha «guardato l`ILalia negli occhi, incrociando vari mondi attorno ad un tema comune, il patriottismo dolce. Adesso che il seminario estivo di Symbola è finito, Ermete Realacci, presidente della Fondazione, è felice di aver centrato l`obiettivo. Ha valorizzato «quello che siamo», quello che l`Italia è al di là di come viene percepita all`interno e all`esterno, dice [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per tre giorni ha «guardato l`ILalia negli occhi, incrociando vari mondi attorno ad un tema comune, il patriottismo dolce. Adesso che il seminario estivo di <span class="highlight-word">Symbola</span> è finito, <span class="highlight-word">Ermete Realacci</span>, presidente della Fondazione, è felice di aver centrato l`obiettivo. Ha valorizzato «quello che siamo», quello che l`Italia è al di là di come viene percepita all`interno e all`esterno, dice nel corso dell`ultimo panel al teatro Bibiena dedicato al patriottismo dolce, il filo rosso che ha legato i tre giorni di dibattito. Non solo. Ha messo insieme «storie e visioni» che hanno mostrato che la coesione è la chiave di volta di un nuovo sistema produttivo che mette al centro la persona e il lavoratore e ritiene l`impresa un capitale sociale.<br />
Sul palco II dibattito conclusivo della tre giorni del seminario estivo <span class="highlight-word">Symbola</span> al Teatro Bibiena FOTO NICOLA SACCANI<br />
smo dolce in «campanilismo dolce», la competizione che vivono tante città con i grandi poli urbani. «Noi &#8211; spiega Murari &#8211; abbiamo provato a tenere insieme imprenditori, terzo settore e istituzioni con politiche che fanno crescere la città ma al servizio delle persone. 1,2 grande sfida è continuare. E la vinceremo se ci metteremo amore». Il campanilismo dolce fa breccia anche nel sindaco di Napoli e presidente nazionale di Anci, Gaetano Ma nfredi; via video dice che «patriottismo e campanilismo dolci sono la via europea della democrazia in cui le identità non si perdono ma servono per dare spazio a tutti in modo che si sentano membri di una comunità». E avverte: «Nelle grandi città cì sono grandi differenze tra centro e periferia, tra aree urbane e<br />
aree interne: tenerle insieme significa realizzare il patriottismo dolce». Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, ha sondato gli umori degli italiani sul patriottismo dolce. Popolo diviso Ne esce un popolo italiano diviso. Solo un italiano su sei ha fiducia nei partiti e meno della metà nelle istituzioni. Il 55% ritiene che ci siano più cose che dividono gli italiani di quelle che li uniscono. E quella che Pagnoncelli chiama doppia frattura. Gli italiani sanno poco anche dei primati che hanno nel mondo: solo il 46% sa che l`Italia è prima per numero di prodotti agroindustriali e il 43% che l`Italia ha più siti n`esco di tutti; uno su 4 sa che è seconda per valore aggiunto nella manifattura e il 74`i, parla male dell`economia del Pae- corda &#8211; risale a 25 armi fa e all`opera del presidente Ciampi; adesso diventa un messaggio anthvoke, contro una diversa scala di valori. C`è bisogno, però, di dare al patriottismo dolce una dimensione europea se vogliamo difendere i valori della nostra identità». Per questo la «sfida della difesa comune va affrontata a livello europeo».<br />
La proposta <span class="highlight-word">Realacci</span> e Murari in sintonia lanciano il riscatto dei territori: «Sinergia tra imprese e istituzioni per il benessere delle città» se. «N on ci serve il guscio del sovranismo, ma la spina dorsale dei nostri valori» per emergere; serve investire «in coesione, e le imprese che lo fanno diventano motore dell`Italia».<br />
Confronto sul palco `Tutti i partecipanti al confronto finale diretto dal direttore del Quotidiano nazionale, Agnese Pini, sono d`accordo e applaudono quando <span class="highlight-word">Realacci</span> conclude il suo intervento citando l`intervento dell`anno scorso del vescovo di Mantova Marco Busca che descrive la fatica di essere avanguardie: «Dobbiamo essere una minoranza che sogna per gli altri». Campanilismo dolce 11 sindaco di Mantova Andrea Murari traduce patriotti- Sovranità condivisa Bisogna essere consapevoli che «la sovranità è già condivisa tra Italia e Europa . Questo non significa che avremo una cultura omologata in Europa, il contributo delle identità non mancherà mai. Però &#8211; conclude &#8211; bisognerà andare in quella direzione se vogliamo che in un`epoca di sovranismo l`idea del patriottismo dolce sia utile».</p>
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		<title>Ghizzi (Aqa): acqua infrastruttura chiave per lo sviluppo</title>
		<link>https://symbola.net/approfondimento/ghizzi-aqa-acqua-infrastruttura-chiave-per-lo-sviluppo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 09:20:04 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.leggo.it/video/askanews/ghizzi_aqa_acqua_infrastruttura_chiave_per_lo_sviluppo-9588765.html">https://www.leggo.it/video/askanews/ghizzi_aqa_acqua_infrastruttura_chiave_per_lo_sviluppo-9588765.html</a></p>
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		<title>Riciclo, Frey (Symbola): Italia leader in Ue ma ora accelerare</title>
		<link>https://symbola.net/approfondimento/riciclo-frey-symbola-italia-leader-in-ue-ma-ora-accelerare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 09:17:11 +0000</pubDate>
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<p><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Riciclo, Frey (Symbola): Italia leader in Ue ma ora accelerare&#8221; &#8212; askanews.it" src="https://askanews.it/2026/06/12/riciclo-frey-symbola-italia-leader-in-ue-ma-ora-accelerare/embed/#?secret=9pXNt2FGuZ#?secret=1r2eSNmvYN" data-secret="1r2eSNmvYN" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
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		<title>L&#8217;acqua del futuro parte da Mantova Certificati green e colla dai fanghi</title>
		<link>https://symbola.net/approfondimento/lacqua-del-futuro-parte-da-mantova-certificati-green-e-colla-dai-fanghi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 09:14:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Risorse idriche L&#8217;acqua del futuro parte da Mantova Certificati green e colla dai fanghi .AqA (Gruppo Tea) lancia la prima procedura europea di sostenibilità Il progetto: dagli scarti materiali per auto 50% sui costi. Il nostro è il primo progetto di questo tipo finanziato dall&#8217;Ue. Dai fanghi ricaveremo acido crotonico che oggi è un prodotto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Risorse idriche L&#8217;acqua del futuro parte da Mantova Certificati green e colla dai fanghi .AqA (Gruppo Tea) lancia la prima procedura europea di sostenibilità Il progetto: dagli scarti materiali per auto 50% sui costi. Il nostro è il primo progetto di questo tipo finanziato dall&#8217;Ue. Dai fanghi ricaveremo acido crotonico che oggi è un prodotto chimico». Parte da Mantova il nuovo sistema di certificazione di sostenibilità voluto dall&#8217;Unione europea per gli impianti energetici, idrici e dei rifiuti. Sarà AqA, la società del gruppo Tea prossimo gestore unico del servizio idrico integrato nel Mantovano, ad adottare, prima società pubblica in Italia, la piattaforma di ministero dell&#8217;Ambiente e Regione Lombardia per certificare l&#8217;impatto del nuovo depuratore di Mantova. L&#8217;annuncio è arrivato ieri dal presidente di AqA, Massimiliano Ghizzi, durante il panel dedicato alle filiere dell&#8217;acqua, al seminario di Symbola, condotto da Tessa Gelisio. «Tra sei mesi partiremo e sarà un cambio di paradigma. Ora la certificazione degli obiettivi di sostenibilità è lasciata alla discrezione delle azienNello spazio Che le aziende del ciclo dell&#8217;acqua siano tra le più avanzate lo dimostrano le esperienze illustrate nel corso del dibattito. Cap, l&#8217;azienda pubblica di Milano, investirà nei prossimi 5 anni 70 milioni di euro nel digitale, dopo altri 80 spesi per ridurre le perdite d&#8217;acqua. Smat, l&#8217;azienda idrica pubblica di Torino, è invece sbarcata sulla Luna: da anni sta collaborando per fornire acqua agli astronauti della stazione spaziale internazionale e si appresta a partecipare ad un altro progetto idrico esteso alla spedizione verso Marte. E da Symbola arriva anche l&#8217;annuncio del primo forum euromediterraneo sull&#8217;acqua che si svolgerà a Roma dal 29 settembre al 2 ottobre, con 53 paesi. Sa.Mor. Prospettive I l confronto sulle innovazioni tecnologiche nella gestione delle risorse idriche de. Dopo sarà un ente pubblico a stabilire se sono stati raggiunti o meno. Se la risposta sarà positiva, l&#8217;azienda riceverà un credito d&#8217;impatto, denaro per gli investimenti». vanna Pesente, ad di AqA Dal fango recupereremo un biopolimero che sarà utilizzato per produrre colla per l&#8217;automotive. Abbiamo sviluppato un modulo in laboratorio e adesso lo applicheremo al nostro depuratore di Gonzaga. Contiamo di essere pronti per i primi mesi del 2027.</p>
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		<title>Coesione è competizione per il 43,5% delle imprese</title>
		<link>https://symbola.net/approfondimento/coesione-e-competizione-per-il-435-delle-imprese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 09:11:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il 43,5% delle imprese manifatturiere è coesivo, mantiene, cioè, solidi rapporti con il territorio, i subfornitori e le comunità; ed è quella fetta di imprese che va meglio, esporta di più e crea più posti di lavoro. È quanto emerge dal rapporto &#8220;Coesione è competizione&#8221; redatto da Unioncamere, Intesa Sanpaolo e Symbola, presentato ieri al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 43,5% delle imprese manifatturiere è coesivo, mantiene, cioè, solidi rapporti con il territorio, i subfornitori e le comunità; ed è quella fetta di imprese che va meglio, esporta di più e crea più posti di lavoro. È quanto emerge dal rapporto &#8220;Coesione è competizione&#8221; redatto da Unioncamere, Intesa Sanpaolo e Symbola, presentato ieri al teatro Bibiena nel corso del seminario estivo della Fondazione. «L&#8217;indagine &#8211; ha spiegato Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere &#8211; riguarda 130mila imprese manifatturiere tra i 5 e i 499 dipendenti. La coesione è un carattere di fare impresa in Italia basato sul fattore umano e la capacità di collaborazione». Dal 2020 il numero delle imprese che hanno fatto la scelta di legarsi sempre di più al loro territorio è cresciuto del 37,4%. La dimostrazione che coesione è competitività arriva da dati ben precisi: le imprese coesive quest&#8217;anno prevedono di aumentare il loro fatturato nel 33% dei casi, contro il 20% delle altre, l&#8217;occupazione nel 21% dei casi contro il 13% delle altre. Mercati Anche sui mercati internazionali si è vista la differenza: nel 2025 quelle che hanno esportato per il 59% erano imprese coesive, mentre il 39% non lo erano; quest&#8217;anno il 25% delle imprese coesive prevede di esportare di più; tra quelle non coesive è solo il 15% a prevederlo. Le imprese coesive sono quelle più aperte all&#8217;utilizzo dell&#8217;Intelligenza artificiale (lo fa il 31% contro il 16% di quelle non coesive); e sono anche quelle che investono di più nella formazione dei dipendenti (P87°10) e nella conciliazione vita lavoro (P8,5% contro il 5%). Importante anche il fatto che gli investimenti di quelle aziende nel terzo settore si siano triplicati. «Nel rapporto &#8211; chiude Tripoli &#8211; emerge che il 40% delle imprese non coesive hanno un potenziale inespresso che potrebbe farle diventare coesive». Il dibattito Del rapporto hanno dibattuto gli invitati e il direttore del Corriere della Sera Buone Notizie, Elisabetta Soglio. Tutti d&#8217;accordo nel ritenere le imprese coesive come il nuovo modello di sviluppo che mette al centro il lavoratore e, quindi, la persona. In apertura il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, aveva portato via video i suoi saluti a Symbola. «La coesione &#8211; aveva detto &#8211; è leva strategica di crescita e questo è un vantaggio competitivo concreto per l&#8217;Italia. Le filiere e i distretti sono la risposta vincente al nuovo ordine globale che il governo sostiene con 45 milioni di detrazioni fiscali per gli investimenti in innovazione». In collegamento II ministro Adolfo Urso Il ministro Urso: «Filiere e distretti, la risposta vincente al nuovo ordine globale»</p>
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