• Antonio Calabrò | Huffingtonpost

La crescita che serve all´Ue per non essere più un vecchio transatlantico: investimenti, sicurezza, innovazione, Intelligenza Artificiale. E se arriva Draghi… “C´è ancora domani”, dice Paola Cortellesi, nel film omonimo, mentre fa di tutto per presentarsi puntualmente, insieme a milioni di altre donne, alle urne di quel 2 e 3 giugno 1946, giusto ottant´anni fa, in cui per la prima volta, l´elettorato femminile può finalmente dire la sua, per la forma dello Stato in Italia: monarchia o repubblica? “C´è ancora domani”, insomma, nonostante tutti gli ostacoli e gli impicci di quella donna così attenta, indaffarata, generosa, volitiva. Domani per votare. E per costruire, proprio con quel voto, uno dei più importanti passi concreti del ritorno della democrazia in Italia e della piena cittadinanza, proprio per le donne (un processo che non s´è purtroppo ancora concluso). E adesso, c´è ancora domani? Il punto interrogativo riguarda innanzitutto la nostra democrazia, resa fragile dalla sfiducia crescente di moltissimi cittadini (ne abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana) e dall´astensionismo che oramai investe più di metà dall´elettorato, soprattutto tra le nuove generazioni. Ha fatto bene, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel messaggio di fine d´anno, a ricordare gli ottant´anni della democrazia italiana e la sua forza, contro crisi e tentativi di eversione, terroristici e mafiosi. E ad affidare proprio alle nuove generazioni la difesa dei valori e della regole repubblicane. Così come ha fatto bene, Mattarella, a ricordare i legami che, fin dal tempo della ricostruzione e della ripresa, dopo la fine della disastrosa guerra mondiale e la sconfitta del nazifascismo, hanno legato l´Italia all´Europa: una comunità di destino, una sorte condivisa. Riecco la domanda chiave, allora. C´è ancora domani, per l´Europa? La domanda si ripete da tempo, dall´invasione dell´Ucraina da parte della Russia e poi dal conflitto a Gaza, nel contesto di un drammatico mutamento degli equilibri geopolitici globali e delle fratture delle tradizionali relazioni commerciali internazionali. La crisi dei rapporti tra gli Usa ed Europa, i protagonisti di un Occidente come potenza politico-economica-militare e come riferimento di civiltà fondata sui valori della democrazia, dell´economia di mercato e del benessere diffuso, ha lacerato il tessuto di riferimento che ha fatto da pilastro dell´ordine internazionale, soprattutto dopo il crollo del Muro di Berlino e l´implosione dell´Urss. E ha ragione l´editoriale del Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno, 4 gennaio) a ricordare l´Atlante Geopolitico 2025 di Ettore Francesco Sequi (uno dei migliori diplomatici italiani) quando sostiene che “il mondo ha smesso di cercare un ordine e non sa ancora convivere con il disordine”. Le mosse della Casa Bianca sul Venezuela e la riedizione, ancora più sbrigativamente aggressiva delle “dottrina Monroe” (il Sud America come cortile di casa degli Usa) aggravano il quadro delle tensioni. La diplomazia appare tramontata. Gli stessi infingimenti delle relazioni internazionali in cerca di una pur trasparente patina di legittimità (visti all´opera durante le crisi dell´Afghanistan e dell´Iraq) sono squarciati. Vale la legge del più forte nell´aggressione. E possono ritrovare lustro e gloria i seguaci di quel Carlo Schmitt tanto amato dalle destre del mondo (era caro all´intellettualità nazista) quando proclamava che “il sovrano” è colui che decide “sullo stato di eccezione”, con buona pace dei vincoli e delle regole dei trattati e degli organismi internazionali e della stessa cultura della diplomazia. Ancora Sequi: “La globalizzazione integra e divide, la tecnologia emancipa e domina, l´interdipendenza unisce e imprigiona. Nessuna potenza governa da sola. Il mondo è una mappa in movimento, un sistema senza architetti”. Ecco, e l´Europa, la Ue? Può fare l´architetto? Mario Monti, a lungo commissario europeo, con cauto e documentato ottimismo spiega a “Il Foglio” (2 gennaio) che il 2026 può essere “l´anno dell´orgoglio europeo”, rilanciando riforme, riscrivendo in modo molto più semplice ed efficace regole, riducendo le stupidità burocratiche e soprattutto muovendosi secondo criteri di governance che superino l´unanimismo e dunque gli inciampi del diritto di veto (esemplari i blocchi pro-Putin messi in campo dall´Ungheria di Orban). Più Europa, ma anche un´Europa migliore, per dirla in sintesi. Sempre “Il Foglio”, in una meritoria campagna sulla necessità di una riscossa europea, proprio in tempi di turbolenze così accentuate, sostiene che “oltre le politichette, è l´ora di un nuovo patriottismo continentale” (3 gennaio). Un soft power Ue ben definito ed efficace, come spazio di mediazione tra le tensioni, come luogo politico ben diverso dall´aggressività di Trump, dalla violenza di Putin e dalle pretese di egemonia di XI. Un sogno? Una velleità? O non piuttosto (rieccoci ai richiami di Mattarella), una Europa finalmente soggetto politico forte e autonomo, collegato con gli Usa ma non subalterno alla Casa Bianca? L´Europa dei “padri fondatori”, dei moniti di Thomas Mann, delle lezioni di libertà e responsabilità di Huizinga e Unamuno e degli autori del Trattato di Ventotene, tutto il contrario cioè della dottrina di Schmitt? A proposito, viene in mente quel “patriottismo dolce” tanto caro, proprio all´inizio degli anni Duemila l´allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, rilanciando un´idea di Ermete Realacci, presidente di Symbola, (la Fondazione per le qualità italiane). Era il tempo in cui al Quirinale si cominciavano a definire le iniziative che nel 2011 avrebbero portato alle celebrazioni del 150 anni dell´Unità d´Italia. E insistendo con quell´aggettivo, “dolce” appunto, Ciampi sottolineava la distanza dall´oltranzismo escludente dei sovranismi e nei nuovi nazionalisti impauriti, miopi ed egoisti e privilegiava invece quei sistemi di valori comuni, culture, identità composite e aperte che avevano guidato, nell´Ottocento, la crescita degli Stati nazionali nell´indipendenza dalla forza e dalla prepotenza omologante degli Imperi. Un patriottismo, insomma, che implica valori di solidarietà, sostenibilità, responsabilità civica, spirito di comunità, dialogo, convivenza pacifica. Il patriottismo della Costituzione. È possibile, oggi, parlare di un patriottismo europeo, altrettanto “dolce” e dialogante ma tutt´altro che impaurito, debole, imbelle, remissivo alle prepotenze altrui? Per farlo, servono scelte politiche e leader politici all´altezza dei tempi. In grado di avere l´autorevolezza, la sapienza e l´intelligenza dell´interlocuzione, critica e sincera, con gli Usa, innanzitutto ma anche con tutti coloro che, sulla scena del mondo, non vogliono restare schiacciati nella duplice trappola delle superpotenze Usa-Cina e delle Big Tech che ne assecondano o ne promuovono o ne stimolano o ne condizionano le scelte politiche, economiche e commerciali, la supremazia, il dominio. Un nome da leader circola da tempo e adesso torna alla ribalta. È quello di Mario Draghi. Assente dalla scena politica militante. Ma quanto mai presente su quella della cultura e delle proposte politiche. Sempre “Il Foglio” ne ha prefigurato l´arrivo (“Gli indizi per un Draghi d´Europa”, 27 dicembre), al posto della von del Leyen (che potrebbe essere eletta, in tempi anticipati, alla presidenza della Repubblica tedesca, succedendo all´attuale presidente Frank-Walter Steinmeier, e lasciare così Bruxelles nelle mani di Draghi, con il consenso della Germania di Merz, della Francia di Macron e, perché no?, dell´Italia della Meloni, per non dire dei buoni rapporti con la Bundesbank tedesca e pure con chi governa nel Regno Unito. Fantapolitica? Può darsi. Ma in tempi di crisi è necessario farsi venire buone idee ed essere tempestivi, autorevoli, accorti. Il programma delle cose da fare c´è già, per rendere la Ue autonoma, sicura, energeticamente indipendente. Sta nelle pagine scritte dal gruppo di lavoro di Mario Draghi sulla competitività europea e da quello di Enrico Letta sul mercato unico. Eccolo. Investimenti massicci sull´innovazione, a cominciare dall´Artificial Intelligence, da finanziare con eurobond, allargando l´esperienza positiva già fatta con i fondi di Next Generation Ue. Sulla formazione conseguente. Sull´industria dei microchip (anche con alleanze con i produttori internazionali che vogliono sfuggire alla morsa americana e cinese). E su un´industria di alta qualità in settori cardine, robotica e macchine utensili, automotive, aerospazio, meccanica e meccatronica, chimica e farmaceutica, Information technology, etc. L´Europa è pur sempre uno dei giganti industriali del mondo. E proprio nel momento in cui negli Usa la Casa Bianca si muove contro l´autonomia della ricerca nelle grandi università, proprio la Ue dovrebbe varare un ambizioso progetto di attrazione di talenti scientifici e tecnologici e investire massicciamente in ricerca e sviluppo. Rafforzando le relazioni tra imprese e università. E cercando una strada europea all´High Tech, rompendo l´assoluta dipendenza dalle grandi società Usa. L´Airbus -tanto per fare un solo riferimento - dà il buon esempio, annunciando una gara da oltre 50 milioni di euro per portare sistemi e dati sensibili su un cloud europeo “digitalmente sovrano” (IlSole24Ore, 27 dicembre). “Per un protagonismo europeo investire sulla ricerca per evitare l´emarginazione”, consiglia Fabrizio Onida, economista dell´Università Bocconi (IlSole24Ore, 28 dicembre). “La Casa Bianca è inaffidabile, l´Europa ha una sola strada, sviluppare tecnologia propria”, consiglia Alessandro Aresu, economista, autore di “Geopolitica dell´Intelligenza Artificiale” e uomo di punta della squadra di Draghi a Palazzo Chigi (la Repubblica, 27 dicembre). Recuperare produttività e competitività, è il programma (il progetto Draghi, appunto). E costruire una politica industriale europea in grado, in un lasso ragionevole di tempo, di fare i conti e gli accordi con gli Usa (il loro pragmatismo economico apprezzerebbe), con la Cina ma anche con gli altri giganti economici del mondo, dall´India al Brasile. Il 2026, sostiene Giuliano Noci, scienziato del Politecnico di Milano, sarà l´anno della resa dei conti per la Ue. Può continuare a essere un vecchio transatlantico tirato a lustro ma inutile. O una nave in grado di navigare con successo in mari tempestosi, Tutto dipenderà dalle scelte Ue e dei singoli paesi, coordinati. E impegnati a parlare di crescita. Ecco la parola chiave: investire sulla crescita, economica e dunque sociale e civile. E di difendere così la democrazia, l´economia di mercato e il welfare. E´ appunto l´augurio di Mario Monti : entriamo combattivi “nell´anno dell´orgoglio europeo”. Si può fare. Si deve fare.

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C'è ancora domani, per l'Europa? - Antonio Calabrò | Huffingtonpost

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