Le imprese italiane che investono di più in relazioni, con lavoratori, fornitori, comunità, Terzo Settore, usano l'intelligenza artificiale il doppio rispetto alle altre (31% contro 16%), investono in ricerca e sviluppo quasi il doppio (56% contro 32%), crescono di più, assumono di più, esportano di più. Analisi del rapporto 2026 di Symbola.
Mentre discutiamo di intelligenza artificiale come se fosse la sola leva della competitività, il rapporto 2026 “Coesione è competizione” realizzato da Fondazione Symbola, Intesa Sanpaolo e Unioncamere, in collaborazione con Aiccon, mette sul tavolo un dato che dovrebbe cambiare le priorità: le imprese italiane che investono di più in relazioni, con lavoratori, fornitori, comunità, Terzo settore, usano l’intelligenza artificiale il doppio rispetto alle altre (31% contro 16%), investono in ricerca e sviluppo quasi il doppio (56% contro 32%), crescono di più, assumono di più, esportano di più. Non è un paradosso: è la logica di un diverso modello di creazione del valore. Queste imprese prevedono per il 2026 aumenti di fatturato superiori alle altre (33% contro 20%).I dati ci dicono che la relazionalità non frena la digitalizzazione, la orienta e la potenzia. La coesione potenzia la competitività su ogni dimensione che conti: innovazione, digitale, green, mercati internazionali. Un meccanismo che ha radici storiche riconoscibili, quelle dell’economia civile italiana, della tradizione cooperativa, della cultura distrettuale becattiniana, del municipalismo imprenditoriale e delle filiere del made in Italy. Un modello che ha sempre trattato le relazioni non come esternalità ma come fattore costitutivo della produzione.Non è una correzione etica al capitalismo: è un business model originale, relazionale, che l’Italia ha praticato prima di teorizzarlo. La fiducia con i fornitori accelera l’innovazione di prodotto, il radicamento nel territorio garantisce accesso a competenze che nessun contratto può formalizzare, il riconoscimento dei lavoratori come co-protagonisti genera motivazione che nessun incentivo sostituisce. Ogni nuovo servizio di welfare strutturato produce in media un incremento del 2,1% del fatturato pro-capite e nelle province ad alta densità di imprese coesive (ovvero quelle che intenzionalmente integrano le relazioni dentro la produzione, il reddito disponibile pro-capite è del 13,7% superiore alla media italiana. Le imprese coesive non abitano territori più ricchi: li rendono più ricchi, abitabili e meno diseguali. Un indicatore vale più di tutti: tra il 2020 e il 2025 le collaborazioni con enti non-profit sono triplicate, superando in crescita i rapporti con banche, clienti e associazioni di categoria. Il Terzo Settore non è più il destinatario di una donazione a fine anno: è il partner che legge i bisogni del territorio, co-progetta soluzioni, intermedia l’accesso al lavoro, trasforma scarti in filiere sostenibili. Non è filantropia: è strategia. Vale la pena notare poi, che oltre il 70% di queste relazioni sono informali ossia accordi verbali, reti di fiducia sedimentate nel tempo, collaborazioni che precedono i contratti. Non è fragilità: è la certificazione più autentica dello stock di capitale sociale accumulato. Come la circolazione sanguigna misura la salute di un organismo, la densità di legami informali misura la salute di un territorio economico.La coesione diventa così il frutto di un modo diversamente competitivo di stare nel mercato. Cum-petere: andare insieme verso una meta, prospettiva radicalmente diversa dalla corsa solitaria, dalla rendita di chi occupa posizioni monopolistiche, dalla visione darwiniana della concorrenza. Proprio per questo, la prossima programmazione europea 2028-2034 dovrebbe ripensare una delle sue architetture più radicate: quella che separa i fondi per la competitività da quelli per la coesione, trattandoli come obiettivi alternativi. I dati italiani dimostrano che le due cose vanno connesse perché sono interdipendenti. Ma i dati non bastano. La sfida ora non è solo comunicare che le imprese coesive competono meglio degli altri, ma come. rendere questo modo di fare impresa attraente, riconoscibile e socialmente desiderabile. Per vincere questa sfida è necessario costruire una nuova pedagogia dell’impresa e della competitività, capace di restituire al modello civile italiano non l’aura del retaggio da proteggere, ma quella del paradigma più avanzato che abbiamo.








