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Fondazione Symbola propone e sviluppa progetti per dare vita ad azioni concrete legate a sostenibilità e ambiente, cultura e creatività, coesione sociale e territoriale

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Nelle «aree interne». La bellezza dell'Appennino Tosco-emiliano, nella zona di Bismantova (Re). Lo spopolamento dei borgru il mancato utilizzo delle risorse forestali, un'agricoltura che non sa più valorizzare le sue storiche produzioni. La crisi delle aree interne, soprattutto sull'Appennino, sta cambiando la geografia umana del Paese, nonostante alcuni segnali in controtendenza. 22 gennaio2025 I Panorama 25 di Carlo Cambi el Paese dell'emergenze una lenta, incessante erosione non fa notizia. Salvo occuparsene quando le alluvioni portano a mare mezza Romagna, quando ci si chiede come mai dall'Appennino scendano valanghe d'acqua che si trasformano in dieci, cento Vajont. La risposta politicamente corretta, certa e inequivocabile è: il cambiamento climatico. Peccato però che le realtà sia assai diversa, più complessa e più antica di quella un po' propagandistica asserita sull'onda dell'allarme green dai meteorologi da sciagura in papillon o dai geologi tuttologi da tubo catodico: si chiama spopolamento, abbandono del paesaggio, scomparsa del coltivato e avanzare disordinato del bosco. Quasi a smentire la legge europea scritta per l'appunto a tavolino - sulla rinaturalizzazione che vorrebbe i boschi lasciati incolti e l'uomo in silente arretramento. Quel tipo di natura però non ci contempla e l'acqua non regimata si sfoga, travolgendoci. Lo sanno benissimo alla Fondazione Symbola guidata da Ermete Realacci che ha inventato l'ecologismo sostenibile con lo slogan: l'Italia deve fare l'Italia. Appunto. L'Italia è quella strana terra che si allunga per circa 1.200 chilometri nel Mediterraneo, costituita dal 62 per cento di montagna. Quella montagna l'hanno plasmata, sorvegliata, trattenuta gli uomini per secoli: sulle Alpi, più ancora lungo l'Appennino che è montagna di valico tra due mari ed è la spina dorsale della Penisola. Spiega Fabio Renzi, segretario generale di Symbola: «Bisogna tornare a sfruttare il bosco, lì c'è economia e lavoro per le aree interne. Possiamo varare un programma di ripopolamento attraverso il razionale utilizzo della risorsa bosco integrando tutta la filiera del legno che ha nel nostro Paese - dall'arredamento alle costruzioni passando per l'energia - un'eccellenza mondiale. E non c'è alcuna controindicazione di tipo ambientale. Lo dicono i numeri: il 40 per cento della superficie totale del Paese è coperta da boschi (nelle aree montane e alto collinari questa percetuale raggiunge il 70 mentre nella fascia tra gli 800 e i 1.500 metri si arriva addirittura al 98 per cento). Nonostante questo l'Italia importa 1'80 per cento del legno utilizzato». Bisognerebbe ricordarsi che il primo «codice» forestale al mondo lo hanno scritto i benedettini-camaldolesi nell'anno 1024. Mille anni dopo nel 2004 la fondazione Garrone aveva fatto uno studio: rinunciavamo già allora a un miliardo di euro che si può «estrarre» dai boschi, oggi quella cifra è quadruplicata. In venti anni nelle aree interne si sono persi 850 mila ettari coltivati. Su 1,3 milioni di imprese agricole che hanno cessato la propria attività 3 su 4 si trovavano in zone collinari e montane: sono 936 mila quelle «morte». Negli ultimi dieci anni 330 mila giovani laureati tra i 25 e i 39 anni si sono spostati verso le zone urbane, nello stesso periodo 550 mila giovani sono andati all'estero, metà sono laureati. È un'emorragia di risorse impressionante che va declinata con un altro numero: sono seimila i paesi abbandonati nelle aree interne dove si trova quasi la metà (48 per cento) dei nostri Comuni dove vivono ancora 13,6 milioni di italiani. Secondo i dati più aggiornati, nel 2023 in 358 borghi non si è registrato alcun nato. Negli ultimi dieci anni, poi, nelle aree interne lo spopolamento è cresciuto a una velocità doppia (-5 per cento) rispetto alla media (-2 per cento) creando un gravissimo squilibrio visto che da quelle zone viene gran parte del prodotto agricolo che nutre l'Italia (basti pensare che nove prodotti Dop su 10 si fanno in comuni al di sotto dei cinquemila abitanti e che la D op- economy vale ormai oltre 20 miliardi di euro di cui quasi dieci fatti all'estero) . L'agricoltura delle aree interne vale il 56 per cento del totale: in pratica ogni abitante «vale» un ettaro di terreno coltivato. Ma è un ettaro che rende sempre meno. Nonostante le nostre coltivazioni siano seconde in Europa per valore aggiunto, proprio la marginalizzione delle aree collinari-montane ha inciso sulla crescita. Uno studio di Nomisma in occasione dell'assemblea della Confederazione agricoltori italiani - il presidente Cristiano Fini è il più attivo a pretendere il rilancio della piccola agricoltura di montagna - evidenzia come il valore agricolo italiano sia cresciuto di solo il 2,4 per cento negli ultimi cinque anni mentre la media europea è del 4,1 e Spagna e Germania (hanno però molta coltivazione estensiva poco replicabile in Italia vista la nostra orografia) sono salite del 4,5 per cento. L'antidoto? Si chiama «restanza» termine coniato dall'antropologo Vito Teti (si veda l'intervista a pag. 26) e diventato un bestseller per Einaudi. Il concetto è che al diritto a migrare - quello invocato da tutti, papa compreso, che fa tanto politicamente corretto - corrisponde il diritto a restare costruendo un altro senso dei luoghi e di sé medesimi. È un continuo aggiornamento della tradizione. Per farlo servono però strumenti adeguati. Il primo è la Pac, la Politica agricola comune che va cambiata. Ci sta lavorando il ministro del settore Francesco Lollobrigida, lo chiede a gran voce Ettore Prandini presidente di Coldiretti. Significa garantire risorse a chi coltiva sul serio e mettere insieme i fondi per lo sviluppo rurale con i contributi per le coltivazioni. Ma in Europa non ci sentono: hanno molto a cuore i prati-pascolo della Baviera o della Polonia, un po' meno conoscono l'Orrido di Botri, le foreste del Casentino o il sardo Supramonte. Così i mediterranei (Grecia, Croazia, Italia, Malta, Cipro e Francia) stanno cercando di fare cartello per adeguare la Pac alle peculiarità dei loro territori. Con 103 euro di contributo a ettaro di media, chi sta in Appennino non riesce a fare niente. La legge italiana che riconosce la figura del contadino custode indica una strada, ma non ci sono i soldi. L'agricoltore-custode è colui il quale evita i disastri a valle: pagargli il servizio ci eviterebbe di dover rifondere, spendendo dieci volte tanto, i disastri a valle. È l'idea che muove il senatore di Fratelli d'Italia Guido Castelli - commissario straordinario alla ricostruzione del terremoto del 2016 nel Centro Italia: 131 Comuni colpiti in quattro regioni - che confida: «L'ho raccomandato anche a Raffaele Fitto che peraltro ne ha parlato nella sua audizione davanti al parlamento Ue: ci serve un progetto complessivo di contrasto allo spopolamento. I fondi di coesione, lo sviluppo rurale vanno indirizzati a rivitalizzare le imprese, a ricostituire le comunità, a trattenere i giovani. Con il progetto Next Appennino abbiamo messo 171 milioni di euro per mille imprese, ma molto resta ancora da fare». Va attivato quello che il sociologo Aldo Bonomi aveva definito «effetto salmone»: le imprese che risalgono verso l'interno come era accaduto negli anni Sessanta con il distretto degli elettrodomestici a Fabriano e in Umbria, come aveva studiato Giacomo Becattini nella «coscienza dei luoghi», affermando che i prodotti sono frutto delle abilità condensate nelle comunità artefici dei distretti industriali. Lo immagina anche un altro Castelli, Massimo, sindaco di Cerignale e coordinatore Anci dei piccoli Comuni, che sostiene: «Serve che il Pnrr diventi un progetto-Paese incentrato sui sui borghi. La mobilità sostenibile, la rete dei territori sono fondamentali. Abbiamo davanti un anno importantissimo in cui arriveranno ingenti risorse dalla programmazione comunitaria 2021-2027. Il faro deve essere una vera politica di coesione territoriale, che freni lo spopolamento e rilanci le aree interne». Qualcosa tuttavia si sta muovendo da solo. In Calabria - terra dell'antropologo culturale Vito Teti - e proprio in una comunità arbéreshé di italo-albanesi esiste una realtà unica: la Madeo. È un'azienda modello di allevamento di maiali neri di Calabria, trasformazione in salumi, gestione dell'ambiente. È nata dalla volontà di Ernesto Madeo di non lasciare il micro cosmo di San Demetrio Corone, nel Cosentino, dopo l'università fatta a Milano e insieme alla moglie Rosina - laureata in matematica - hanno costruito un'azienda diffusa che coniuga antico e nuova tecnologia. La raccontano ora in un libro (Cairo editore) che ha un significativo titolo: Il coraggio della restanza che, come spiega Rosina, «è contagioso perché attorno a noi stanno sorgendo nuove aziende e molti ragazzi hanno ripreso la voglia di intraprendere». È la stessa forza d'animo che muove Giovanni Colaiacovo, giovanissimo figlio di cementieri che si è innamorato della vigna. Con Marco Caprai e la loro cantina Semonte hanno aderito al progetto Spum.E, immaginato da Leonardo Valenti, professore di viticoltura dell'Università di Milano, e finanziato dalla Regione Umbria per produrre spumanti in alta collina intorno a Gubbio. «Le condizioni» spiega Valenti «sono ottimali, l'idea è di riportare in montagna gli agricoltori con coltivazioni ad alto valore aggiunto come l'uva da spumante per ripopolare questo pezzo di Appennino che dà all'Italia un vantaggio unico: possiamo piantare vigna in quota per contrastare le l'aumento delle temperature».

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Il cuore svuotato d'Italia - Carlo Cambi | Panorama

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