Il design entra in una fase nuova della propria evoluzione. Per molti decenni la sua forza è stata riconosciuta soprattutto nella capacità di generare qualità formale, innovazione tecnologica e competitività industriale. Oggi, tuttavia, il progetto si sviluppa in uno scenario profondamente trasformato, in cui le grandi transizioni ambientali, tecnologiche e sociali stanno ridefinendo il significato stesso dell’innovazione.
In questo contesto, innovare non significa più soltanto migliorare le performance di un prodotto o introdurre una nuova tecnologia. Sempre più spesso l’innovazione si configura come un processo culturale che riguarda il modo in cui le persone vivono, lavorano, consumano e si relazionano con il mondo che le circonda. Innovare significa prendersi cura della qualità della vita delle persone. Da questo punto di vista il design rappresenta una delle discipline che meglio esprime questa dimensione: non solo perché dà forma agli oggetti e ai servizi, ma perché costruisce esperienze, relazioni e significati.
Il designer, come evidenziato anche nella denominazione della UNI 12001:2026, opera sempre più come un integratore di competenze, linguaggi e obiettivi diversi: attraverso il progetto mette in relazione dimensioni funzionali, estetiche, tecnologiche ed economiche, tenendo insieme vincoli produttivi, strategie aziendali e bisogni degli utenti, facilita il dialogo tra funzioni aziendali, tra ricerca e mercato, tra tecnologia e cultura, trasformando la complessità in opportunità di innovazione.
Questa capacità di integrazione diventa particolarmente rilevante nel momento in cui le imprese e le istituzioni si confrontano con sfide sistemiche come la transizione industriale, digitale ed ecologica. Il design contribuisce a rendere queste trasformazioni non solo possibili, ma anche comprensibili e desiderabili, traducendo obiettivi complessi in soluzioni concrete. Allo stesso tempo, l’evoluzione del contesto tecnologico e digitale e in particolare la diffusione dell’intelligenza artificiale (in breve AI dall’inglese “Artificial Intelligence”) rende ancora più evidente la necessità di competenze capaci di integrare dimensioni diverse. Le nuove tecnologie ampliano enormemente le possibilità del progetto, ma richiedono anche una maggiore capacità di interpretare bisogni, valutare impatti e orientare le scelte progettuali in modo responsabile. Ancora una volta, il contributo del design consiste nel mettere in relazione innovazione tecnologica ed esperienza umana.
In questa prospettiva si inserisce il Rapporto Design Economy promosso da Fondazione Symbola, Deloitte Private, POLI.design e ADI (Associazione per il Disegno Industriale) in collaborazione con Interni Magazine, AIAP (Associazione Italiana design della comunicazione visiva), AIPI (Associazione Italiana Professionisti Interior Designers), Almalaurea, CUID (Conferenza Universitaria Italiana del Design), Career Service del Politecnico di Milano e partner territoriali, che dal 2017 racconta annualmente l’evoluzione del comparto del design in Italia e in Europa, fornendo analisi economiche e letture tematiche per restituire la complessità di un ecosistema articolato e multidimensionale e il contributo che lo stesso fornisce alla competitività delle nostre imprese, alla resilienza delle nostre comunità.
I dati mostrano la dimensione economica e strategica di un settore che oggi è una componente strutturale dell’economia europea e abilitatore degli obiettivi di competitività, sostenibilità e coesione. A livello europeo il comparto conta circa 295 mila imprese, genera 31 miliardi di euro di fatturato (+3,2% rispetto all’anno precedente) e occupa oltre 356 mila addetti (+4,8%) per il 2024 (ultima rilevazione aggiornata disponibile). Il tutto all’interno di un quadro articolato, in cui le differenze tra Paesi non riguardano soltanto il peso economico del settore, ma la diversa capacità di ognuno di integrare stabilmente il design nelle proprie filiere strategiche.
In questo scenario, l’Italia continua a ricoprire un ruolo di primo piano; il nostro Paese non solo occupa 1 su 5 degli addetti europei del design (21,5%), confermandosi il principale hub occupazionale del settore nel continente, ma dimostra una forte vitalità grazie ad una crescita annua del +9,8%, quasi doppia rispetto alla media UE già citata. Anche in termini di valore economico generato, il design italiano conferma la sua leadership rappresentando il 20,0% del fatturato del design europeo, prima di Germania (17,6%) e Francia (13,4%): i tre Paesi in cui si concentra oltre la metà del fatturato dell’industria europea del design.
Se si osserva la produttività del lavoro (ossia il fatturato per addetto), l’Italia si colloca in una posizione medio-alta della graduatoria (decimo posto), sebbene i dati evidenzino una produttività inferiore rispetto alla media europea (81,1 mila euro contro 86,9 mila euro) e in lieve riduzione rispetto al 2023 (-2,7%). Questo dato suggerisce un margine di miglioramento legato alla dimensione media delle imprese, alla loro patrimonializzazione e alla capacità di operare su segmenti a più alto valore aggiunto. Senza un rafforzamento organizzativo e industriale, il rischio è che il vantaggio competitivo italiano rimanga parziale e non pienamente valorizzato.
La dinamica complessivamente espansiva del settore viene confermata anche dall’andamento del valore aggiunto, pari a circa 4 miliardi di euro, che cresce con un ritmo poco inferiore a quello della crescita media dell’economia italiana (rispettivamente +1,6% a fronte del +2,1% registrato dal totale dell’economia), numeri possibili grazie a 54mila realtà che operano nel mercato.
Anche quest’anno i dati confermano una forte concentrazione del settore in Lombardia, che genera il 33,4% del valore aggiunto nazionale e il 28,7% dell’occupazione complessiva. Questo dato riflette la connessione tra design e filiere produttive: Milano e il suo ecosistema rappresentano un nodo centrale di relazioni tra industria, servizi avanzati e creatività. Tuttavia, emergono anche caratteristiche policentriche, grazie ad una specializzazione diffusa nei distretti del Made in Italy.
Considerando infatti il “peso” del design sull’economia regionale, ormai in maniera consolidata e continuativa, le Marche superano la Lombardia e si collocano al primo posto sia per l’incidenza del valore aggiunto sul totale regionale (0,33%) sia per l’incidenza dei progettisti sul totale degli addetti (0,42%), grazie a filiere produttive del Made in italy, guidate dal calzaturiero. Seguono a breve distanza l’Emilia-Romagna, la Lombardia e il Piemonte, a conferma di come il design rappresenti un settore rilevante soprattutto in regioni con consolidate tradizioni produttive. La sfida è trasformare questa pluralità in un sistema coeso, capace di valorizzare le specializzazioni territoriali senza frammentarsi, rafforzando la sua proiezione internazionale e posizionamento globale.
Nei capitoli che seguono, il rapporto esplora il ruolo del design nelle grandi sfide del nostro tempo: la transizione verde, l’evoluzione del contesto tecnologico e digitale e gli effetti sulla professione del designer. Da un lato, la sostenibilità ambientale emerge come tema sempre più centrale nelle pratiche progettuali, in risposta all’aumento della domanda di design per la sostenibilità (rilevato nell’ultimo triennio dal 74,2% degli operatori intervistati), grazie ad un livello di competenza medio-alto (81,9% del campione), a conferma di un ecosistema che sta investendo in conoscenze e strumenti .
Dall’altro lato, la continua evoluzione del contesto tecnologico e digitale ci ha portato ad approfondire ulteriormente, tramite una survey, la relazione tra design, innovazione e ruolo dell’AI come potente acceleratore di trasformazioni nell’economia e nel mondo della progettazione. A due anni dal primo approfondimento tematico dedicato , oggi la GenAI non è più una tecnologia emergente confinata alla sperimentazione, ma un’infrastruttura sempre più integrata nei processi progettuali, capace di ridefinire modalità operative, competenze e modelli organizzativi del design. Le organizzazioni, in particolare, mostrano livelli di adozione più maturi e sistematici (il 39,2% la utilizza quotidianamente), segnalando come la tecnologia venga incorporata come componente strutturale dei flussi di lavoro. A questa integrazione si accompagna una crescita diffusa delle competenze: progettisti e imprese stanno progressivamente colmando il gap tecnico e culturale, trasformando la familiarità con questi strumenti in un fattore competitivo (94% degli operatori dichiara di aver migliorato le proprie competenze nell'ultimo biennio). Tra gli operatori intervistati, oggi la GenAI è percepita prevalentemente come un acceleratore di processi: più che un partner creativo autonomo, viene interpretata come una leva di ottimizzazione e supporto decisionale, da collocare soprattutto nelle fasi analitiche, di ricerca e di sviluppo tecnico. Questo equilibrio – tra potenziamento e controllo – consente al design di incorporare la tecnologia mantenendo una forte centralità umana e una responsabilità progettuale che resta in capo ai professionisti. In questo contesto, assumono una rilevanza crescente le dimensioni etiche e di sostenibilità. Le implicazioni legate al copyright, alla trasparenza dei processi generativi e alla tutela dei dati emergono come nodi centrali, segnalando una crescente consapevolezza della responsabilità connessa all’uso della tecnologia. Parallelamente, la GenAI viene riconosciuta come uno strumento capace di contribuire in modo significativo agli obiettivi ambientali: dalla riduzione degli sprechi alla simulazione degli impatti, fino al supporto alla progettazione circolare. Guardando alle prospettive future, la traiettoria appare chiaramente espansiva: 85% degli intervistati prevede un ruolo sempre più centrale della GenAI nei prossimi anni, accompagnato da investimenti mirati in formazione, infrastrutture e cybersecurity. Un elemento particolarmente rilevante riguarda il ruolo del design come facilitatore della trasformazione digitale nelle piccole e medie imprese (PMI). In un sistema produttivo come quello italiano, caratterizzato da una forte presenza di PMI, il design agisce come mediatore capace di tradurre la complessità tecnologica in applicazioni concrete, accessibili e orientate al valore; attraverso il lavoro dei designer, l’adozione della GenAI può essere resa compatibile con strutture organizzative meno formalizzate, contribuendo a diffondere i benefici dell’innovazione lungo l’intero tessuto produttivo.
Di fronte alla crescente complessità dei sistemi produttivi e tecnologici, il report esplora anche la conseguente progressiva articolazione della professione nel nostro Paese. Se in passato in Italia il design era spesso associato quasi esclusivamente al design industriale, oggi il suo campo di applicazione si estende a una molteplicità di ambiti: dalla progettazione di servizi alla definizione di esperienze digitali, dal design dei sistemi pubblici alle strategie di innovazione sostenibile. Accanto ai profili più consolidati emergono così nuove figure specializzate, legate alla progettazione di servizi complessi, alle esperienze integrate tra fisico e digitale, alle applicazioni dell’AI o alla transizione ecologica e circolare.
Questo processo di specializzazione non rappresenta una frammentazione della disciplina, ma piuttosto il segno della sua crescente rilevanza in contesti organizzativi e produttivi sempre più articolati; come è accaduto in passato per altre professioni del progetto, anche il design si sta evolvendo da un nucleo relativamente unitario verso una pluralità di competenze e ambiti applicativi, riflettendo la crescente complessità dei sistemi con cui si confronta.
Tuttavia, proprio mentre il design si espande e si differenzia, emerge una questione altrettanto rilevante: il riconoscimento del suo valore. Molte delle competenze tipicamente associate al design – dalla definizione dei problemi alla progettazione dell’esperienza, dall’integrazione tra tecnologia e bisogni degli utenti al coordinamento interdisciplinare – sono oggi sempre più richieste nei processi di innovazione; eppure, nel mercato italiano non sempre vengono esplicitamente ricondotte alla figura del designer.
Si crea così un paradosso: le imprese hanno bisogno di design, ma spesso non lo chiamano design. Le capacità progettuali vengono descritte in termini organizzativi, tecnologici o manageriali, mentre la loro natura progettuale rimane implicita; il bisogno esiste, ma fatica a tradursi in una domanda esplicita e strutturata di competenze di design. Questo disallineamento culturale rappresenta una delle principali criticità per il pieno riconoscimento del ruolo del design nei processi di innovazione. Un primo passo in questa direzione è oggi rappresentato dalla norma UNI, che contribuisce a chiarire e legittimare identità, competenze e perimetro della professione.
L’evoluzione del design delle sue competenze porta ad analizzare l’offerta formativa del nostro Paese, dinamica e capillare, fondata su una pluralità di istituzioni che garantiscono un equilibrio peculiare tra dimensione tecnologica e sensibilità umanistica. All’interno di questo sistema convivono due pilastri principali: da un lato, il sistema universitario, caratterizzato da un approccio multidisciplinare e da una forte integrazione tra didattica e ricerca a vantaggio di un aggiornamento continuo dei saperi, in risposta a sollecitazioni del sistema produttivo e istituzionale; dall’altro, il comparto AFAM, che pone al centro il laboratorio progettuale e la dimensione esperienziale del progetto, mantenendo un legame diretto con le filiere creative e produttive dei territori. Complessivamente, nell’anno accademico 2024/2025 in Italia si contano 100 istituti attivi, 3 in più rispetto alla precedente rilevazione, e 369 corsi di studio (+5%). Anche sul piano formativo, il sistema riflette una geografia articolata, caratterizzata da forti polarizzazioni ma anche da dinamiche di riequilibrio. La Lombardia, e Milano in particolare, si confermano come il principale hub del design italiano concentrando il 28,7% degli iscritti universitari e il 36,5% di quelli AFAM, oltre ad attrarre il 61,9% degli studenti internazionali. Accanto a questa concentrazione, si registra una crescita significativa nel Centro e nel Sud del Paese, con incrementi degli iscritti rispettivamente del 18,5% e del 19,2%, a vantaggio di un progressivo riequilibrio e di una diffusione più ampia delle competenze, spesso in connessione con le specializzazioni produttive locali. Gli esiti occupazionali confermano il design come leva ad alto rendimento con elevati livelli di occupazione (92,4% è il tasso di occupati dei laureati magistrali in design a 5 anni dal conseguimento del titolo, superiore alla media nazionale pari al 89,7%), e coerenza tra studi e lavoro. In questo scenario il design italiano può esprimere una specifica forza. La sua tradizione progettuale si è sviluppata storicamente all’incrocio tra cultura umanistica, sapere tecnico e industria manifatturiera. Una tradizione che ha prodotto oggetti iconici, ma soprattutto un metodo: la capacità di leggere i cambiamenti della società e tradurli in soluzioni capaci di coniugare funzionalità, bellezza e significato.
Oggi questa capacità di integrazione assume un valore ancora più strategico. In un mondo segnato da crescente complessità, il design non è soltanto una disciplina che migliora prodotti o servizi ma rappresenta uno strumento capace di orientare il cambiamento, di mettere in relazione competenze e visioni diverse e di trasformare l’innovazione tecnologica in valore concreto per le persone. La sfida che si apre oggi per il design italiano non riguarda quindi soltanto la capacità di mantenere la propria competitività internazionale. Riguarda la possibilità di contribuire alla costruzione di modelli di sviluppo più equilibrati, in cui innovazione, sostenibilità e benessere sociale possano procedere insieme. È in questa prospettiva che il design può assumere pienamente il ruolo che gli spetta nei processi di innovazione contemporanei.
Ermete Realacci Presidente, Fondazione Symbola
Ernesto Lanzillo, Deloitte Private Leader
Cabirio Cautela, Consigliere d’Amministrazione POLI.design – Politecnico di Milano
Francesco Zurlo, Professore ordinario Politecnico di Milano
Luciano Galimberti, Presidente ADI
