“Il capitalismo è sempre meno sociale. Si sta attenuando questa sua componente, di cui eravamo fieri in Europa”: il giudizio è di Piergaetano Marchetti, notaio, professore in Bocconi, l’uomo che da lungo tempo ha seguito tutte le evoluzioni del capitalismo familiare italiano, in Mediobanca ai tempi di Enrico Cuccia e accanto alle grandi famiglie della nostra imprenditoria, gli Agnelli, i Pirelli, i Pesenti, etc. Uomo di cultura (attualmente è presidente del Piccolo Teatro), di grandi passioni per la musica classica e la storia, europeista convinto. Ancora oggi attivissimo non solo sul fronte professionale (“che ne pensa Marchetti?” è domanda ricorrente in molte delle conversazioni d’affari a Milano) ma anche su quello culturale e dell’impegno civile.
E quella considerazione, assolutamente condivisibile, sta proprio all’inizio di una lunga intervista con Raffaella Calandra su “Il Sole24Ore”. Un autorevole punto di partenza per una riflessione sui cambiamenti che stanno radicalmente modificando il volto del mondo economico italiano e internazionale. Un capitalismo che smarrisce la sua anima sociale, in fin dei conti, mette a rischio la sua accettabilità e, perché no? la sua stessa competitività,nel momento in cui rinuncia al suoi valori e alla sua stessa cultura.
La storia dell’imprenditoria italiana, già durante il corso della seconda metà dell’Ottocento, ha avuto marcati connotati sociali: il capitalismo paternalistico dei Crespi (il villaggio operaio di Crespi d’Adda ne è ancor oggi chiarissima testimonianza), dei Marzotto (la costruzione di una sorta di città ideale dotata di scuole e servizi a Valdagno, accanto alla grande fabbrica tessile), gli investimenti sociali di Alessandro Rossi che a Schio, nella grande piazza, fa erigere un monumento “Al tessitore”. E via via continuando, nel tempo, con gli investimenti e le realizzazioni in campo sanitario, assistenziale, previdenziale e sanitario degli Olivetti, dei Pirelli e poi delle grandi imprese pubbliche, dall’Eni alla Finmeccanica. Capitalismo sociale. Che ha chiaro come la fabbrica (un luogo duro, di lavoro, fatica, conflitti) vada connotata anche da una forte attenzione per le persone. I musei e gli archivi d’impresa ne sono pieni di esemplari testimonianze.
Negli anni, dal dopoguerra in poi, il confronto, spesso ruvido, tra azienda e sindacati, ha portato anche a grandi avanzamento sul piano non solo del salario, ma anche sulla qualità e la sicurezza sul lavoro. Una cultura “sociale” diffusa pure nel mondo delle cooperative e del credito (le banche popolari, il credito agricolo e artigiano) ha migliorato il quadro. E ha dato all’impresa italiana, accanto alle caratteristiche di intraprendenza, innovazione e moderna cultura d’impresa, connotazioni particolari, che ne hanno favorito la stessa competitività.
Una storia non priva di ombre, naturalmente (dal caporalato ancora in atto, come mostrano le cronache di questi giorni agli incidenti sul lavoro e all’esazione fiscale). Ma anche una storia che nel tempo, pur tra fasi alterne (l’estrema conflittualità degli anni Settanta), ha dato all’impresa, soprattutto all’impresa Industriale, caratteristiche originali che continuano a segnare il nostro modo di intendere il lavoro, le relazioni industriali, i rapporti positivi tra impresa e territorio.
Ha ragione Marchetti quando rileva, criticamente, che “in tempi di sovranismi e di un potere che a livello internazionale risiede sempre più nelle Big Tech si sia cambiando orientamento sullo sviluppo sostenibile, schierandosi al fianco della presidenza Usa”. E che dunque la battaglia su una serie sostenibilità sia di estrema attualità, da rendere socialmente ed economicamente accettabile.
L’Europa comunque, nonostante gli schematismi, gli errori e gli oltranzismi sul green deal, che hanno messo e mettono ancora in serie difficoltà ampi settori dell’industria europea (a cominciare dall’automotive), non ha rinunciato, nelle sue politiche di fondo, all’attenzione ambientale e sociale. E buona parte delle imprese italiane più aperte, dinamiche e innovative ha oramai incorporato la sostenibilità, ambientale e sociale, nelle proprie scelte di business e di produzione, nella sua stessa collocazione sui mercati internazionali (lo conferma la presenza delle nostre imprese al vertice delle classifiche finanziarie internazionali in cui la sostenibilità viene apprezzata come un valore).
Rispettare i valori per produrre valore economico, potremmo dire. Ci sono due caratteristiche, che aiutano a insistere su questa strada: il legame delle imprese con i territori da cui ricavano culture e competenze essenziali per la produttività e la competitività; e la presenza ancora molto numerosa di imprese familiari, che hanno continuato a fare crescere la cultura della solidarietà e dell’impegno sociale. Imprese “riformiste”, potremmo pur dire. Anche nel passaggio generazionale e nella crescente tendenza alla managerializzazione delle imprese stesse. Un buon capitalismo familiare responsabile con una cultura d’impresa che guida le scelte manageriali.
Chi conosce imprese, reti, filiere produttive, territori di grande intraprendenza legata alla qualità della produzione e dei prodotti, sa come la “morale del tornio” (del lavoro ben fatto, della specializzazione, delle “mani che pensano” abbia ancora la prevalenza sulle derive finanziarie, di come cioè una cultura d’impresa fondata sulla qualità del lavoro e sull’attenzione delle persone finisca per avere la meglio sulla passione è per le speculazioni finanziarie.
In un mondo in rapida evoluzione, in cui la finanza d’assalto consolida le sue culture e le sue tendenze e gli sviluppi tecnologici costruiscono una nuova spregiudicata leva di tecnologi, l’impresa familiare italiana mostra ancora caratteristiche profonde di legame con un sistema di valori che premia il “fare, fare bene e fare del bene”. Il seminario annuale della Fondazione Symbola, che si apre venerdì a Mantova sul “patriottismo dolce“ e sulle qualità italiane, con una folta partecipazione di piccole, medie e gradi imprese, racconterà storie in questa direzione.
La nostra imprenditoria, pure da questo punto di vista, è profondamente europea, legata alle sintesi di valori, abitudini, culture, leggi che tengono insieme democrazia liberale, economia di mercato e solidarietà e cioè libertà, imprenditorialità innovativa e inclusione sociale. “Dobbiamo tenerci stretta quest’Europa - conclude Marchetti - che è ancora baluardo di un capitalismo con una forte dose di socialità”. Visioni di un nuovo futuro, oltre le ossessioni dei super poteri high tech.







