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  • Manuel Orazi – Accademia di architettura di Mendrisio, Università della Svizzera Italiana

Smaltita l’euforia del PNRR e da finanziamento a pioggia che ha riguardato condomini, villini liberty, agriturismi, casolari, chalet, villette e persino un castello, l’architettura italiana è attraversata da alcuni temi, specifici eppure collegati, che rappresentano ipotesi praticabili di lavori di pubblica utilità in grado di uscire dalla logica dei parametri economici astratti, visualizzando problemi concreti delle singole città e non di indefinite periferie o generici borghi, crateri o costiere. In questo mutato contesto, metropolitane, musei e parchi sono i tre ambiti principali di intervento degli studi italiani, vediamoli in rassegna.

Parlando di sviluppo urbano, il clamore della nuova stazione Colosseo-Fori imperiali della Metro C è ancora forte: un po’ perché siamo nel lasso di tempo del marziano a Roma, quello dell’effetto sorpresa, e un po’ perché, fin dal ‘700, quando Milano vive una fase positiva, Roma ne vive una negativa e viceversa[1], e in molti ora sperano in una rifioritura della capitale. I vari progetti del Fondo Coima Esg City Impact, da un lato, e l’acquisto di due hotel di lusso vicino al Vaticano da parte di Bill Gates, dall’altro, sono due indizi. Nel primo caso, parliamo del più grande fondo nazionale dedicato alla rigenerazione urbana che dal 2020 ha mobilitato 5 miliardi di euro di investimenti, grazie al coinvolgimento di istituzioni nazionali[2] e internazionali: uno dei primi esempi in Italia di fondo immobiliare strutturato secondo i principi dell’impact investing per generare contemporaneamente ritorni finanziari, ambientali e sociali.

Di certo a Milano non ci sono stazioni così grandi e così disegnate come nella capitale: tutta la Linea 1 del 1964 di Franco Albini e Franca Helg è minimalista; a Roma ci sono invece le archeostazioni, arricchite da reperti esposti qua e là, a voler sublimare il non-luogo per eccellenza in un luogo identitario come un museo da visitare di passaggio. Infatti, al progetto espositivo e all’allestimento museografico della nuova stazione hanno collaborato gli architetti Filippo Lambertucci e Andrea Grimaldi, esperti di interni e già autori della stazione San Giovanni, professori responsabili del team di progettazione del ReLab DIAP Sapienza, laboratorio del Dipartimento di Architettura e Progetto dell’Università Sapienza di Roma. Alcune malelingue avevano imputato proprio ai lavori per la nuova stazione la causa del crollo della Torre dei Conti, quando gli scavi invece erano stati già effettuati da anni. La domanda sorge spontanea, perché andare così tanto sottoterra, circa trenta metri, quando a Parigi o Londra la misura varia in media fra i 7 e i 9? Il motivo va ricercato nella necessità di arrivare in modo certo sotto la quota di interesse archeologico ed evitare così altri problemi. Per la qualità dei reperti sarà più interessante la stazione di Porta Metronia progettata da Abdr perché lì sarà ricomposta un’intera caserma romana del II secolo d. C. nello stesso posto in cui è stata trovata. Lo studio romano, infatti, è specializzato in grandi opere pubbliche, infrastrutturali e culturali ad alta complessità (dalle stazioni ferroviarie e metropolitane ai teatri dell’opera, musei e altri complessi culturali) grazie ad una progettazione integrata che intreccia architettura, ingegneria e tecnologie avanzate (involucri complessi, grandi coperture, sistemi strutturali sofisticati) e per la capacità di connettere le architetture contemporanee alla memoria dei luoghi, attraverso l’uso di materiali e cromie (acciaio, corten, vetro accostati a cotto, pietre, finiture “terrene” e via dicendo). L’attesa più grande resta però per quella di Piazza Venezia. In generale per aver speso centinaia di milioni di euro, molto di più di quelli preventivati. Le stazioni di Napoli sono forse più iconiche grazie agli artisti coinvolti. In ogni caso le città si modernizzano innanzitutto dal sottosuolo e la disciplina stessa dell’urbanistica nasce da lì con i grandi e tremendi lavori di scavo del barone Haussmann a Parigi e di Ildefons Cerdà a Barcellona nell’800.

In Italia quando si scava per una metropolitana o anche solo per le fondazioni di una casa o di una strada, spuntano reperti di ogni tipo: monete, statue, stanze, necropoli, a Fano persino basiliche vitruviane. La nuova pavimentazione in travertino che lo studio Stefano Boeri Interiors (gruppo Stefano Boeri Architetti, sede principale a Milano, con uffici a Shanghai e Tirana) ha aggiunto sul sedime dell’anello esterno (crollato secoli fa) del Colosseo ha dato rilievo ai pochi resti delle fondazioni dei pilastri e sostituendo asfalto con la pietra. L’intervento è innovativo perché usa un disegno e tecniche reversibili per ricostruire la percezione dell’anello originario e della quota di calpestio antica, valorizzando i resti senza mimare l’antico. Non solo finitura, ma uno strumento per restituire la dimensione, il materiale e la leggibilità dell’anello esterno originario, rispettando criteri di tutela attuale e utilizzando sistemi tecnici leggeri (massetti e adesivi a base di calce, senza cemento, sviluppati ad hoc per compatibilità e reversibilità) per proteggere le strutture archeologiche sottostanti.

Nelle recenti stazioni romane della Metro C di Colosseo-Fori imperiali e Porta Metronia, le archeostazioni sono impreziosite lungo i loro anfratti dalle suppellettili recuperate. La domanda sorge spontanea: non sarebbe meglio mettere i reperti in un museo per arricchirlo? Già, ma quale? Quando Carlo Calenda si candidò a sindaco di Roma nel 2021 propose di riunire in un unico luogo tutte le collezioni archeologiche attualmente divise fra i Musei Capitolini (con la Centrale Montemartini), il Museo Nazionale Romano (Palazzo Massimo alle Terme, Palazzo Altemps, Terme di Diocleziano, Crypta Balbi), il Museo dell’Ara Pacis, i Mercati di Traiano e il Museo Barracco, spostando gli uffici comunali altrove; la proposta incontrò numerose posizioni contrarie, legate ad argomentazioni che appartengono a diverse tradizioni culturali, museologiche e amministrative. Il nucleo principale delle opposizioni fa riferimento alla “storicizzazione” delle collezioni (che considera cioè le collezioni come delle sedimentazioni storiche costruite nel tempo, il cui significato dipende anche dal luogo, dall’allestimento e dalla genealogia istituzionale) per arrivare alla difesa dei posti di lavori a rischio. Eppure, è di tutta evidenza che a Roma i siti museali archeologici sono troppi e alcuni di questi (Palazzo Altemps e Mercati di Traiano soprattutto) faticano molto ad attrarre turisti, mentre la centralizzazione museale in un unico polo trova casi significativi di successo, anche se in contesti con specificità lontane dal policentrismo storico-stratificato di Roma. Basti pensare al Museo Archeologico di Napoli, concepito fin dalla sua origine come grande museo statale unitario (di stampo ottocentesco ed illuminista), centro di raccolta delle collezioni farnesiane e dei reperti pompeiani; oppure, la collezione unitaria del Museo Egizio di Torino, macchina narrativa che funziona anche perché l’egittologia è una civiltà completamente diversa rispetto alla città e non esiste una diffusione urbana dei reperti. Di certo, il museo urbano diffuso di Roma, per sua natura un modello più complesso dei musei-contenitori enciclopedici di Napoli e Torino, potrebbe essere fortemente valorizzato grazie ad un’opera di razionalizzazione volta a favorire una regia culturale integrata, adatta a governare un’infrastruttura museologica metropolitana.

In Europa tutte le capitali riprogettano i propri musei continuamente, vedi il concorso Rethinking the British Museum vinto a Londra dall’architetta libanese Lina Ghotmeh l’anno scorso e il Louvre – Nouvelle Renaissance attualmente in corso a Parigi; ma anche le altre città non smettono di riprogettarsi e nuove ali museali migliorano il servizio creando nuove economie. A Rotterdam, ad esempio, il Museo Boijmans ha affidato a MVRDV, studio olandese di architettura e progettazione urbana, il progetto del Depot Van Beuningen: un grande contenitore delle opere non esposte, dove i visitatori possono visionarle a richiesta. Fantascienza, certo, ma chissà, lo studio MVRDV ha appena vinto il concorso per la nuova GAM di Torino.

Dalle nostre parti abbiamo avuto l’esempio del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, ampliato e riallestito (tra il 2009 e il 2015) dall’architetto Adolfo Natalini insieme allo Studio Guicciardini&Magni (Firenze), grazie alla trasformazione di un edificio usato come parcheggio nel dopoguerra in una grande macchina museale che ricostruisce la facciata medievale a scala 1:1 e organizza un percorso per centinaia di sculture e reperti di archeologia medievale (da Arnolfo di Cambio a Donatello), secondo una logica di “architettura d’evocazione” più che di semplice contenitore. Tra le esperienze più recenti e innovative dello studio fiorentino, c’è il progetto di exhibition design per il nuovo National Museum of Art, Architecture and Design di Oslo, inaugurato nel 2022, il più grande museo della Scandinavia. Lo studio ha progettato un sistema di allestimenti flessibili che integra narrazione, multimedialità e diverse tipologie di collezioni, traducendo il modello di “museo aperto e inclusivo” maturato in decenni di lavoro sui musei europei. Oppure la nuova Galleria dei Re al Museo Egizio di Torino progettata dallo studio olandese Oma e Andrea Tabocchini Architecture (ATA), uno studio di architettura con sede ad Ancona, che ha partecipato come co‑autore del concept espositivo e architetto locale del più ampio masterplan Museo Egizio 2024. Il contributo di ATA ha riguardato la definizione spaziale della galleria e delle “stanze urbane” che collegano museo e città (dall’idea di museo come sequenza di spazi pubblici interconnessi), sia lo sviluppo tecnico‑esecutivo del progetto in rapporto al contesto normativo e costruttivo italiano. A Ferrara, nel 2023, il cortile e il giardino del Palazzo dei Diamanti sono stati invece riaperti dopo il restauro firmato dallo studio romano Labics, vincitore del concorso internazionale del 2018. Il progetto introduce una loggia lineare in legno combusto, leggera e reversibile, che trasforma il cortile in una “stanza a cielo aperto” connessa al percorso museale, garantendo continuità funzionale senza imitare l’architettura rinascimentale.

E, a proposito di interventi architettonici centrati su un approccio concettuale che vede il museo come un organismo vivo, permeabile e in costante trasformazione, capace di supera i confini fisici della propria sede per attivare relazioni con territori e persone, al punto da essere metaforicamente chiamato “museo-seme”, c’è lo studio milanese Migliore+Servetto. La loro riflessione teorica trova recente applicazione nel Museo Europeo di Schengen (inaugurato nel 2025, in concomitanza con il quarantesimo anniversario della firma dell’accordo che tanto influenza le vite degli abitanti dell’Area Schengen), dove il nuovo allestimento permanente e il restauro del battello Princess Marie Astrid II danno forma a un sistema museale diffuso tra edificio e nave, in dialogo con il paesaggio, la storia europea e le comunità.

Gli esempi appena descritti confermano la presenza di numerosi studi di progettazione italiani qualificati nel campo della riprogettazione museale. Il panorama è estremamente eterogeneo e
la differenza non sta solo nella qualità architettonica, bensì nella capacità di integrare diverse competenze che spaziano dalla museografia alla conservazione, dalla progettazione di allestimenti all’illuminotecnica, dal rafforzamento dello storytelling a quello dell’accessibilità, unendo gestione dei flussi e sostenibilità economica e gestionale. Molti studi italiani sono capaci nell’architettura, meno nella costruzione di una vera esperienza museale. Le esperienze più significative in questo ambito sono quelle che lavorano in modo interdisciplinare, spesso insieme a curatori, archeologi, lighting designer, interaction designer e specialisti della mediazione culturale.

Il panorama eterogeno spazia quindi da grandi studi di architettura con esperienza museale forti nella trasformazione architettonica e urbana su musei, complessi monumentali o adaptive reuse (tra quelli qui citati, rientrano in questa casistica sia Stefano Boeri Architetti che Labics) sia studi italiani specializzati in museografia e allestimento, che hanno saputo sviluppare competenze più sofisticate sul piano museologico (vedi gli esempi di Guicciardi&Magni e Migliore+Servetto).

Il mese scorso il Ministero della Cultura ha sbloccato i fondi per completare l’ala Cosenza della Gnam, ferma da cinquant’anni (Luigi Cosenza è morto infatti nel 1984), affidandone il completamento a Mario Botta – tra i grandi studi di architettura italiana con esperienza museale come costruzione civile e simbolica - e il Maxxi ha aperto il cantiere per diventare Grande Maxxi grazie al progetto degli studi italo-francesi Lan e Scape che operano dentro una cultura progettuale europea contemporanea fluida e interdisciplinare. Perché non potrebbero fare altrettanto i Musei Capitolini e altri musei comunali o regionali, spesso fermi al XX quando non al XIX secolo? È di tutta evidenza che gli Uffizi, che non hanno realizzato la loggia di Arata Isozaki, vincitrice di un regolare concorso internazionale, ha bisogno di un nuovo intervento essendo il museo più visitato d’Italia.

Oltre alla riprogettazione delle metropolitane e dei musei, il terzo e ultimo ambito principale di intervento degli studi di architettura italiani qui passati in rassegna, riguarda il ripensamento dei parchi e delle aree verdi urbane. A tal proposito, spicca la figura di Andreas Kipar, paesaggista nato a Gelsenkirchen, fondatore dello studio Land premiato di recente alla 19ª edizione del Global Award For Sustainable Architecture e aperto dal 1990 a Milano, città dove ha anche studiato e insegnato presso il Politecnico. Kipar è l’autore di numerosi parchi in Germania, Svizzera, Canada, Arabia Saudita, oltre che in Italia. Il paesaggio urbano e quello naturale sono sempre stati contrapposti, ancora fino al ‘900 inoltrato, quando molti professori o si disinteressavano totalmente del verde, o lo vivevano come un fastidio. Di certo bisogna uscire dall’equivoco per cui queste opere vengono definite nei documenti programmatici come infrastrutture verdi o blu. Oggi, infatti, tutto si è ibridizzato nel senso che, se guardiamo la Parigi della sindaca Hidalgo, è divenuta una città-parco, il verde è stato inserito ovunque, nelle piazze, nelle strade, sui tetti, persino dove non ce lo si aspetta come sugli Champs-Élysées. D’altro canto, in Europa abbiamo circa due milioni di ettari di aree industriali dismesse: sono questi i prossimi parchi su cui intervenire nei prossimi decenni. Nella Ruhr (Germania), ad esempio, l’area postindustriale più grande d’Europa, nel 2012 Kipar ha realizzato il parco delle cinque colline al posto di un’area inquinata dalla Krupp che oggi è diventata invece un’attrazione. Qualcosa di simile lo ha fatto al Portello (ex Alfa Romeo) di Milano, mentre a Vercelli sta trasformando un grande viale periferico in un parco lineare. Togliere asfalto e aggiungere alberi e verde oggi è possibile grazie a una nuova sensibilità collettiva, grazie anche a giardinieri e pensatori come Gilles Clément che ci hanno fatto capire che tutti gli ambienti naturali devono essere in continua evoluzione e quindi possono, anzi devono, cambiare. Quando il PNRR finirà ci saranno ancora molte, moltissime aree di scarto, resti dei lavori precedenti da sistemare con piccoli interventi per cui occorre preparate subito i progetti fin da ora.

Suggerimenti per il lettore

 

[1] Francesco Bartolini, Rivali d’Italia, Laterza, 2006.
[2] Tra i principali investitori istituzionali nazionali figurano: Cassa Forense, ENPAM, Inarcassa, Cassa dei Dottori Commercialisti, Gruppo Intesa Sanpaolo, Compagnia di San Paolo, Fondazione Padova e Rovigo, Fondo Pensione Monte dei Paschi di Siena, ENPACL, Fondo Pensione Nazionale BCC-CRA. In questi primi 5 anni il Fondo ha attivato interventi significativi, come la costruzione del Villaggio Olimpico – entro l’a.a. 2026/2027 lo studentato convenzionato più grande d’Italia con 1.700 posti letto -, la rigenerazione dello Scalo di Porta Romana e quella di MilanoSesto a Milano, e delle ex caserme Guido Reni a Roma. Tutti gli edifici completati sono fossil fuel free, nZEB e in Classe energetica A, con oltre 1,4 MW di potenza fotovoltaica installata prevista.

 

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