Dal cuore di Mantova, Symbola rimette l’Italia davanti a ciò che sa ancora fare meglio: riconoscere i propri talenti e trasformare la fiducia in futuro. Dal patriottismo dolce un invito a uscire dal cinismo senza perdere il realismo. Perché rifare il Paese, oggi, significa soprattutto smettere di raccontarlo solo per le sue crepe
È toccato anche a me salire su quel palco, a Mantova, e godere della meravigliosa simmetria del Teatro Scientifico Bibiena, dove la bellezza ha la misura alta della storia e la precisione lieve del genio, ogni parola sembra già teatro e ogni teatro, qui, sembra già pensiero. Non per caso: perché un Paese che vuole ritrovarsi ha bisogno anche di luoghi capaci di contenerne l’ambizione senza irrigidirla. Mantova non fa da sfondo, partecipa. La sua misura, la sua bellezza raccolta, il suo equilibrio tra memoria e vitalità sembrano quasi preparare l’ascolto di ciò che Symbola prova a dire da anni: che l’Italia non si salva contro qualcuno, ma insieme; non nella nostalgia di un primato perduto, ma nella cura dei propri talenti, delle proprie comunità, delle proprie possibilità.
Il “patriottismo dolce” che fa da titolo potrebbe sembrare una formula felice ma rischiosa, se la si scambiasse per una carezza retorica al sentimento nazionale. E invece è quasi il contrario: è un’espressione severa, perché chiede all’Italia di amare sé stessa senza fanatismo e senza complessi, con la maturità di chi sa riconoscere le proprie ferite senza fare di esse la propria identità. Il saluto del vescovo Marco Busca lo dice con una chiarezza rara: un popolo “si trova, si fa e si rifà, sempre di nuovo”; la tradizione non è conservazione immobile, ma “continua rivitalizzazione”. È una frase che potrebbe stare all’ingresso di tutto il seminario, perché ne riassume il nervo profondo. Le radici non servono a trattenere l’albero nel passato, ma a permettergli di rifiorire.
Da qui prende forza la distinzione decisiva tra un patriottismo difensivo, che può diventare aggressivo, e un patriottismo dolce, che nasce invece dalla fiducia in ciò che siamo e dal rispetto della nostra genialità. La differenza non è semantica, è politica e morale. Il primo costruisce muri; il secondo costruisce responsabilità. Il primo teme il diverso; il secondo sa che l’identità solida non ha bisogno di chiudersi. Il primo si nutre di paura; il secondo di talento. Ed è proprio la parola talento, nel saluto del vescovo, a cambiare il tono dell’intero discorso. Perché il talento non è un dono da esibire: è una provocazione, una chiamata a far fruttare ciò che si è ricevuto.
Da questa intuizione nasce l’’idea che non basta narrare l’Italia dei “senza”, di ciò che è venuto a mancare; bisogna avere il coraggio di raccontare l’Italia delle possibilità, dei talenti da riconoscere, investire, trafficare, festeggiare. Symbola prova a invertire la prospettiva: non per negare i problemi, ma per impedire che i problemi diventino una seconda pelle nazionale.
E allora il seminario si muove come una lunga, concreta dimostrazione di questo cambio di sguardo. Si parla di artigianato aumentato, di economia circolare, di rinnovabili, di acqua, di intelligenza artificiale, di coesione sociale, di Lombardia locomotiva verde d’Italia. Ma non sono temi giustapposti, sono le facce di una stessa questione: come si fa a restare paese, nel senso pieno e non retorico della parola, dentro un mondo che cambia a velocità brutale? La risposta è sobria e ambiziosa insieme: investendo su ciò che l’Italia sa fare meglio quando non si vergogna di sé. Saper fare, qualità, relazioni, territori, comunità, innovazione non estrattiva ma generativa.
C’è qualcosa di profondamente politico in questa scelta. Perché in un tempo di crisi climatica, di disordine geopolitico, di transizione tecnologica e di fragilità sociale, parlare di identità senza parlare di energia, di impresa, di filiere, di intelligenza artificiale, di risorse idriche, sarebbe un esercizio vuoto. Invece sul palco dove un 13enne Mozart si esibì solo un anno dopo l’inaugurazione del teatro, si tiene insieme tutto.
La crisi climatica e l’indipendenza energetica non vengono trattate come emergenze distinte, ma come un’unica questione di sovranità e di futuro. La via europea all’intelligenza artificiale non è presentata come una questione da addetti ai lavori, ma come il tentativo di non consegnare il nostro destino algoritmico a modelli altrui. Le nuove filiere dell’acqua diventano il segno che la modernità non è tale se non sa proteggere ciò che rende possibile la vita.
In questo, il pensiero positivo non è un lusso sentimentale. È una disciplina della realtà. È la capacità di non lasciarsi ipnotizzare dalla versione depressa del Paese. Anche le presenze importanti dicono questo. A Mantova non si ritrovano solo relatori, si intrecciano mondi. Ci sono ministri, studiosi, imprenditori e manager, voci del terzo settore e della Chiesa, amministratori, economisti, ricercatori, rappresentanti del mondo cooperativo e industriale. È una composizione preziosa non perché metta in mostra pluralismo di facciata, ma perché fa vedere un fatto semplice: il paese cresce davvero quando mondi diversi smettono di parlarsi addosso e cominciano a pensarsi come parti di uno stesso destino.
È qui che la trasversalità diventa sostanza e non costume. Symbola non chiama attorno a sé una sola famiglia politica, una sola sensibilità culturale, una sola grammatica del consenso. Chiama tutti quelli che hanno qualcosa da dire sul futuro del Paese e, soprattutto, qualcosa da fare per il futuro del Paese. Una lezione moderna: in un’epoca di identità rigide e appartenenze urlate, la cosa più rivoluzionaria è costruire spazi dove il confronto non sia addomesticato, ma fecondo. Il seminario funziona così: come una officina civile.
Alla fine, il Seminario Estivo di Symbola appare per quello che davvero è: un invito a smettere di confondere il realismo con il cinismo. Il realismo non è l’arte di abbassare lo sguardo, ma quella di tenerlo fermo sulle crepe per capire come ricucirle; il cinismo, al contrario, è la tentazione di chiamare saggezza la propria rinuncia. È questo il costo del cinismo di cui scrive Sylvie Goulard: la perdita lenta, quasi elegante, della capacità di credere che le cose possano ancora essere cambiate. E allora torna utile una delle immagini più belle del saluto di Busca: l’albero della patria che, con le radici nel limo della storia, rifiorisce e fruttifica al ritmo delle nuove stagioni. È un’immagine che contiene tutto: passato e futuro, fedeltà e metamorfosi, memoria e possibilità. È anche il contrario della rassegnazione.







