La transizione alle rinnovabili, sostiene il presidente della Fondazione Symbola Ermete Realacci, è decisiva per affrontare la crisi climatica e rafforzare la competitività economica. Dai limiti del negazionismo climatico al primato italiano nell’economia circolare, Realacci evidenzia come il green rappresenti una leva di sviluppo e innovazione
Trump e il negazionismo climatico
Di diverso avviso è Trump, il vero campione del negazionismo climatico e della difesa degli interessi fossili. Nel suo fluviale intervento alle Nazioni Unite si è presentato come un improbabile paladino del paesaggio. Ma soprattutto ha negato i mutamenti climatici in corso. E sostenuto che la Cina li utilizza per vendere all’estero pale eoliche e pannelli fotovoltaici che non usa in patria perché troppo costosi. Peccato che nel 2025 la Cina abbia installato sul proprio territorio 440 GW di potenza elettrica rinnovabile contro 1 GW di nucleare, abbassando i costi e aumentando la propria indipendenza. E negli stessi USA il Texas, che di certo non è guidato da Greta Thunberg, ha ormai affiancato la California nello sviluppo delle rinnovabili. Gli americani sono pragmatici: se l’energia da pale eoliche e pannelli fotovoltaici costa meno non comprano il carbone dagli Appalachi.
Il primato dell’Italia
C’è però un campo delle politiche green in cui l’Italia è avanti in Europa, più per la nostra antropologia produttiva che per l’azione della politica e dello Stato, della burocrazia. È l’economia circolare. Poveri di materie prime, nei secoli abbiamo dovuto ricorrere a quella grande forma di energia rinnovabile e non inquinante che è l’intelligenza umana. Affiancata dalla nostra propensione, per dirla con Carlo Maria Cipolla, a “produrre all’ombra dei campanili cose belle che piacciono al mondo”. Siamo così diventati più efficienti e produciamo valore usando meno materie prime e meno energia. L’Italia è il Paese europeo con il più alto tasso di riciclo sul totale dei rifiuti speciali e urbani: il 91,6%, molto sopra la media europea (57,9%) e più di Germania e Francia. Recuperiamo poi il 98% degli oli minerali usati, contro una media UE del 61%. E questo ci permette di risparmiare 16,4 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e 55 milioni di tonnellate equivalenti di CO². C’è ancora molto da fare e soprattutto c’è da applicare questa nostra cultura alle frontiere aperte, come la necessità di ridurre, recuperare, sostituire i materiali più problematici (nichel, cadmio, terre rare). Possiamo farlo mobilitando le nostre migliori energie nella convinzione che, come dice il Manifesto di Assisi, “affrontare con coraggio la crisi climatica è necessario ma rappresenta anche una grande occasione per rendere la nostra economia e la nostra società più a misura d’uomo e per questo più capaci di futuro”. E Pianeta 2030 può aiutarci in questa sfida.