In un momento storico segnato dall'urgenza della crisi climatica, il settore culturale sta attraversando una trasformazione profonda e silenziosa. Musei, festival musicali, produzioni cinematografiche e teatri non si limitano più a ridurre la propria impronta ambientale, ma si reinventano come agenti attivi di cambiamento, adottando modelli produttivi a basso impatto, integrando l'ecologia nella propria missione istituzionale e sviluppando strumenti di governance orientati alla transizione, accompagnati da istituzioni sempre più attente. Quello che emerge è un ecosistema culturale che, con crescente consapevolezza, sceglie di mettere la propria voce e il proprio spazio al servizio di un futuro possibile.
L'industria musicale offre alcuni degli esempi più concreti e misurabili di questa trasformazione. Nonostante l'impatto ambientale sempre più significativo causato dai servizi di streaming ad alto consumo energetico, l’industria musicale sta utilizzando le loro piattaforme non solo per intrattenere, ma anche per ispirare un cambiamento positivo e parlare della necessità di affrontare la crisi climatica in cui ci troviamo. Un esempio di successo degno di nota è il Deep Tropics Festival a Nashville, Tennessee (USA), nominato il festival più green del Paese, l'87% dei rifiuti prodotti durante l'evento è stato recuperato o riciclato, sottraendo oltre 3.350 kg alla discarica, mentre la piantumazione di 101.000 alberi ha permesso di compensare più di 2.000 tonnellate di CO₂[1]. Il festival ha eliminato completamente la plastica monouso, adottato bicchieri riutilizzabili in acciaio inossidabile, chiamati Infinity Cups, e punta a coprire il fabbisogno energetico interamente da fonti rinnovabili. Sempre in Nord America, un altro esempio virtuoso è quello dell'Ultra Music Festival di Miami, che dal 2019 porta avanti il programma Mission: Home, un impegno strutturato e in continua espansione che ogni anno allarga il perimetro della propria azione sostenibile. I risultati sono concreti e misurabili: il programma ha raggiunto 8,2 milioni di persone, recuperato 180.000 kg di rifiuti altrimenti destinati alle discariche e donato oltre 37.000 kg di cibo, bevande e materiali alle comunità locali. Un percorso riconosciuto anche a livello internazionale, con la certificazione Greener Festival ottenuta nel 2025 per l'impegno nella riduzione di emissioni e rifiuti. Nel 2026 il festival ha fatto un ulteriore passo avanti lanciando Making Waves, un'iniziativa di pulizia su larga scala delle aree costiere in preparazione all’evento.
Anche l’industria cinematografica sta puntando verso produzioni di film sempre più green. Ad esempio, la sostenibilità è stata una priorità assoluta durante l'intero processo di realizzazione del film Hamnet, dalla sceneggiatura allo schermo, in collaborazione con le case di produzione americane Focus Features e Amblin Entertainment e la britannica Hera Pictures. Dietro le quinte, il team dedicato alla sostenibilità ambientale ha mantenuto cast e troupe costantemente coinvolti attraverso newsletter e questionari sulla sostenibilità. Questo impegno ha valso al film il Gold Seal dell'Environmental Media Association e la certificazione BAFTA Albert. Sul fronte energetico, la società americana di servizi per le produzioni audiovisive Universal Production Services ha aggiornato in modo permanente l'infrastruttura elettrica degli stabilimenti, eliminando i grandi generatori dai set e dal backlot. Dove la rete elettrica non era accessibile, i generatori tradizionali sono stati sostituiti con batterie e generatori ibridi alimentati prevalentemente a diesel rinnovabile (HVO). Oltre il 95% degli impianti di illuminazione era a LED, e per gli spostamenti di cast e troupe sono stati privilegiati veicoli ibridi ed elettrici, risparmiando centinaia di litri di carburante. Nel Regno Unito, i viaggi in treno hanno sostituito i voli interni. La produzione ha ridotto i rifiuti sul set attraverso un sistema di raccolta differenziata a tre flussi – riciclo, compost e indifferenziato – ed eliminato la plastica monouso dal catering, sostituendola con articoli riutilizzabili e compostabili. Al termine delle riprese, sono stati donati alla comunità locale tessuti e costumi di scena, oltre 1.000 kg di legname, 50 grandi scatole di frutta e verdura fresca, e altri due carichi di legname destinati a produzioni successive.
Parallelamente, le istituzioni culturali stanno assumendo un ruolo sempre più esplicito di advocacy, integrando la crisi ecologica nella propria missione programmatica e narrativa. Il Museo Irlandese d'Arte Moderna (IMMA) rappresenta uno dei casi più significativi di integrazione tra missione culturale e impegno ambientale nel panorama europeo. Attraverso Earth Rising, festival internazionale con sede a Dublino dedicato all’arte contemporanea e alla sostenibilità, giunto alla sua quarta edizione, IMMA ha trasformato uno spazio culturale in un laboratorio vivente di azione climatica, dimostrando come arte, scienza e attivismo possano convergere in un'unica piattaforma. Sul piano operativo, il Museo ha già raggiunto una riduzione del 32,4% delle proprie emissioni rispetto al 2009, con un obiettivo del 51% entro il 2030, perseguito attraverso interventi concreti quali l'elettrificazione dell'intera flotta di veicoli, l'installazione di impianti fotovoltaici e l'aggiornamento dei sistemi energetici. Particolarmente rilevante è la scelta di posizionare la sostenibilità non come vincolo gestionale, ma come elemento narrativo e programmatico, le mostre collettive Staying with the Trouble e Take a Breath, così come la prossima personale dell'artista cilena Cecilia Vicuña, affrontano direttamente le tematiche di crisi ecologica e giustizia ambientale. Nel 2025, IMMA è diventata la prima grande istituzione culturale irlandese ad aderire a Culture Declares Emergency (CDE), un movimento internazionale di individui e organizzazioni operanti nel settore artistico e culturale che mira a sensibilizzare e agire contro la crisi planetaria attraverso la narrazione, la collaborazione e la promozione di pratiche sostenibili, come la riduzione dei voli, l'uso di materiali riciclati e la promozione della biodiversità.
A livello di settore, l'industria cinematografica e televisiva sta sviluppando protocolli e certificazioni condivise per rendere la sostenibilità una pratica sistematica, non più una scelta individuale. La Green Production Guide (GPG) è il principale toolkit online del settore audiovisivo, fondato nel 2010 dalla Producers Guild of America Foundation, la principale associazione professionale dei produttori cinematografici e televisivi statunitensi, insieme a un gruppo di major studios, oggi riuniti nella Sustainable Production Alliance (SPA), un'alleanza industriale creata da alcune delle maggiori aziende dell'intrattenimento mondiale per coordinare le strategie di sostenibilità nel settore audiovisivo[2]. L’obiettivo è ridurre l'impronta carbonica dell'industria cinematografica, televisiva e dello streaming. La piattaforma mette a disposizione un database mondiale di fornitori di beni e servizi sostenibili per le produzioni, accompagnato da una serie di strumenti operativi pensati per guidare ogni tipo e dimensione di produzione verso pratiche più responsabili. Tra questi, il Production Environmental Accounting Report (PEAR) consente di calcolare l'impronta carbonica di una produzione, mentre il Production Environmental Actions Checklist (PEACH) definisce le migliori pratiche sostenibili per ciascun reparto.
L'esempio dell'industria audiovisiva non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in una trasformazione più ampia. Infatti, emerge con forza l'integrazione della sostenibilità ambientale come elemento strategico strutturale, e non più come iniziativa accessoria. Il Teatro Real di Madrid (Spagna) rappresenta la best practice più avanzata a livello internazionale, riconosciuta nel 2025 con il premio "teatro più sostenibile al mondo" agli International Opera Awards. Sul piano gestionale, l'istituzione ha adottato un sistema di gestione ambientale ed energetica certificato ISO 14001 e ISO 50001, trasformando la sostenibilità in un asse portante della propria strategia operativa, con obiettivi misurabili - quali la riduzione del 50% del consumo energetico e del 45% del consumo di acqua - audit periodici e rendicontazione pubblica trasparente.
Altre istituzioni stanno sviluppando strumenti interni di governance ambientale costruiti dal basso, capaci di coinvolgere tutto il personale e generare una cultura organizzativa orientata alla sostenibilità. Il Thackray Museum of Medicine di Leeds (UK), uno dei principali musei europei dedicati alla storia della medicina, offre un esempio virtuoso di come un'istituzione culturale possa trasformare vincoli strutturali in opportunità di innovazione sostenibile, anche quando opera in un edificio storico tutelato di 165 anni. Il museo ha sviluppato un registro dei rischi ambientali che mappa per ciascun dipartimento l'impatto ambientale attuale, le azioni prioritarie e le risorse necessarie, con un sistema di punteggio che consente di graduare interventi immediati e investimenti a lungo termine. La forza del modello risiede nella sua natura partecipativa: il registro è un documento vivo, aggiornabile da tutto il personale, che ha generato una cultura organizzativa orientata alla sostenibilità, dalla progettazione degli eventi all'utilizzo dei materiali. Un esempio concreto di come questo approccio si sia tradotto in pratica è la recente mostra temporanea Blood, la prima della storia del museo progettata secondo criteri di sostenibilità. L'allestimento è stato concepito attorno ai principi delle "tre R": Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. I rivestimenti delle pareti sono stati realizzati con bottiglie di plastica riciclata e le vernici acquistate presso un fornitore specializzato in prodotti riciclati. L'artista incaricato del progetto ha inoltre accettato che le installazioni vengano riutilizzate in future esposizioni, garantendo così all'iniziativa una continuità che andrà ben oltre la durata della mostra stessa. Inoltre, lo strumento ha già guidato decisioni strategiche di finanziamento, tra cui indagini sulla riduzione del carbonio e aggiornamenti dei sistemi di illuminazione, ed è condiviso con reti territoriali come Sustainable Arts In Leeds (SAIL), rete di istituzioni culturali impegnate sulla sostenibilità, e Museum Development North, organismo che supporta i musei del nord dell’Inghilterra.
A differenza di altri settori economici, il settore culturale non registra ancora una forte presenza di leggi statali vincolanti a livello mondiale che impongono criteri ambientali o obiettivi di emissioni specifici. Tuttavia, si osservano due tendenze emergenti: da una parte quadri di politica pubblica e strategia settoriale che integrano cultura e climate action (Irlanda, Paesi Bassi, UNESCO policy frameworks); dall’altra iniziative globali di settore e charta/manifesti che stanno esercitando pressione per sviluppare normative statali più concrete. In questa seconda direzione si colloca l’Art Charter for Climate Action (ACCA), iniziativa a scala globale promossa dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) per il settore delle arti visive e della cultura. Firmatari e organizzazioni aderenti (gallerie, musei, artisti, collettivi) si impegnano formalmente a accelerare la transizione a zero emissioni nette di gas serra nel ciclo di produzione e gestione delle arti visive; incorporare principi di sostenibilità ambientale e resilienza climatica nelle pratiche artistiche; includere sostenibilità nel governo e nella gestione istituzionale del settore. Si tratta di un caso importante di soft law internazionale settoriale, costruito su un processo di consenso globale sempre più orientato a diventare un riferimento di policy per Stati o enti locali.

Sul piano internazionale, troviamo l’esempio australiano dell’Australian Research Council (ARC), la principale agenzia pubblica australiana per il finanziamento della ricerca accademica, che nel luglio 2024 ha lanciato un nuovo progetto pluriennale per accompagnare la transizione ecologica delle performing arts attraverso pratiche sostenibili e partnership con il settore, in risposta alla pressione normativa e sociale per ridurre emissioni e adattare modelli operativi. Pur trattandosi di finanziamento alla ricerca e non direttamente al settore culturale, riflette una normativa pubblica (ARC grants) che indirizza fondi pubblici verso tematiche di sostenibilità ecologica applicata alle arti.
In Unione Europea, invece, viene introdotto il Culture Compass for Europe, una strategia che ridefinisce il ruolo della cultura all’interno delle transizioni ecologica e digitale. Questo strumento non eroga direttamente finanziamenti, ma orienta in modo decisivo tutte le future politiche europee, stabilendo che i settori culturali devono essere mobilitati per guidare l’azione sul clima e sulla biodiversità.
Coerentemente con questo quadro strategico, diversi programmi europei ampliano o rafforzano le loro componenti green applicabili al settore culturale. Programmi come Horizon Europe, Erasmus+ e Digital Europe integrano sempre più obiettivi ambientali nei loro bandi, sostenendo rispettivamente la ricerca sulla resilienza climatica del patrimonio culturale, la formazione su pratiche sostenibili e la digitalizzazione come strumento per ridurre l’impatto ambientale.
Anche strumenti tradizionalmente legati all’ambiente come LIFE, principale programma di finanziamento dell'Unione Europea dedicato all'ambiente e all'azione per il clima, nel 2025 si aprono in modo più deciso al settore culturale, finanziando interventi che riguardano, ad esempio, la riqualificazione energetica di edifici storici o l’adozione di modelli di economia circolare nella gestione dei siti culturali.
Un elemento chiave è il rafforzamento del principio DNSH (Do No Significant Harm), che si consolida come vincolo trasversale a molti strumenti di finanziamento, inclusi quelli legati alla cultura. I progetti devono dimostrare in modo chiaro e documentato di non arrecare danni significativi all’ambiente, introducendo così una logica di responsabilità preventiva che incide su tutte le fasi della progettazione.
A livello dei singoli stati europei si distinguono Paesi Bassi e Irlanda, per quadri normativi innovativi intersettoriali tra cultura e ambiente. L’International Cultural Policy 2025–2028 è il quadro strategico dei Paesi Bassi che include, tra i principi e linee guida operative, obiettivi espliciti legati alla sostenibilità ambientale delle attività culturali a livello internazionale, tra cui: richiesta agli operatori culturali pubblici di documentare le proprie emissioni e rendere trasparenti gli impatti ambientali correlati alla mobilità, eventi e collaborazioni internazionali; incoraggiamento all’adozione di pratiche di viaggio sostenibile, riduzione delle emissioni e uso efficiente delle risorse nelle relazioni culturali internazionali; misure per promuovere riuso, circolarità e riduzione dell’impatto ecologico anche nelle missioni culturali all’estero. Pur non essendo una legge “ambientale” formale, questo quadro di policy governativo è importante perché applica criteri ecologici alla diplomazia culturale e ai programmi artistici sostenuti dallo Stato.
Con la National Policy Framework on Culture, Climate and Creativity, invece, l’Irlanda sta elaborando un quadro nazionale di policy che collega direttamente cultura, creatività e azione climatica, con l’obiettivo esplicito di: incorporare la riduzione delle emissioni del settore culturale nelle politiche nazionali di clima; mettere in atto strumenti e guadagni misurabili per sostenere organizzazioni culturali nel percorso di transizione ecologica; creare incentivi per progetti che riducano l’impronta di carbonio e migliorino la sostenibilità operativa delle istituzioni artistiche. Si tratta di uno dei primi tentativi a livello nazionale di sviluppare un quadro di policy che integri in modo sistematico il settore culturale nelle strategie di mitigazione e adattamento climatico.

Sempre a livello internazionale, le esperienze più interessanti mostrano come la sostenibilità culturale non riguardi solo la riduzione degli impatti ambientali degli eventi, ma anche la capacità dell’arte di produrre consapevolezza, partecipazione e trasformazione sociale. Un esempio emblematico è The Herds della compagnia internazionale di produzione artistica The Walk Productions. Diretto dal regista palestinese Amir Nizar Zuabi, il progetto ha attraversato nel 2025 oltre 20.000 chilometri dal Bacino del Congo fino al Circolo Polare Artico, coinvolgendo città africane ed europee in una migrazione simbolica di centinaia di animali a grandezza naturale – giraffe, zebre, gorilla, antilopi, elefanti e altre specie — realizzati principalmente con materiali riciclati e riciclabili della compagnia artistica e laboratorio di scenografie Ukwanda Puppetry and Designs Art Collective del Sudafrica. Gli animali attraversano gli spazi urbani come se fossero costretti a fuggire dai propri habitat a causa della crisi climatica, trasformando le città in scenari di una migrazione ambientale immaginaria ma plausibile. L'aspetto più innovativo del progetto è il forte coinvolgimento delle comunità locali: in ogni città, artisti, performer, attivisti, scuole, università e organizzazioni ambientaliste partecipano a performance, workshop e azioni pubbliche.
Nella stessa direzione va il programma culturale organizzato in occasione della COP30 di Belém in Brasile, nel 2025. Per la prima volta una conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sul clima si è svolta nel cuore della regione amazzonica, attribuendo un ruolo centrale alle relazioni tra ambiente, comunità locali e patrimonio culturale. In questo contesto, mostre, installazioni, performance ed eventi pubblici promossi da istituzioni culturali, organizzazioni internazionali, artisti e collettivi provenienti da diversi Paesi hanno intrecciato ricerca artistica, giustizia climatica, degrado ambientale e rapporto tra paesaggi e identità culturali. La programmazione ha utilizzato il linguaggio dell'arte come strumento di sensibilizzazione e partecipazione pubblica, contribuendo a rendere visibili le implicazioni sociali e culturali della crisi climatica accanto al dibattito politico e scientifico della conferenza.
Anche il Climate Museum di New York rappresenta un caso significativo: nato esplicitamente per affrontare la crisi climatica, tra 2025 e 2026 ha rafforzato attività che uniscono arte contemporanea, divulgazione scientifica, educazione alla transizione energetica, giustizia climatica e installazioni partecipative, contribuendo a costruire nuovi linguaggi pubblici sulla sostenibilità. Un esempio è Cool Down NYC, programma partecipativo dedicato agli effetti delle ondate di calore urbane che, attraverso installazioni pubbliche, attività educative e coinvolgimento delle comunità locali, ha reso accessibili temi legati all'adattamento climatico.
Altri casi rilevanti mostrano come la cultura possa diventare infrastruttura di rigenerazione territoriale e adattamento. In Giappone, la Setouchi Triennale, uno dei più importanti festival internazionali di arte contemporanea al mondo (diffuso su 17 isole), continua a lavorare sul recupero di edifici e spazi abbandonati nelle isole del Mare Interno di Seto, promuovendo turismo culturale sostenibile e coinvolgimento delle comunità locali nella gestione delle opere e degli spazi.
Un approccio analogo emerge anche in Kenya con il progetto Urban TRACs (Transformative Research for Adaptation to Climate Change and Sustainability), lanciato nel 2024 e sviluppato nel 2025 nel quartiere informale di Mathare nell’ambito del programma internazionale CLARE[3], e guidato dalla Liverpool School of Tropical Medicine, istituzione britannica specializzata in ricerca su salute pubblica e cambiamenti climatici, e da SDI Kenya, rete comunitaria attiva nella promozione dell'inclusione urbana e della resilienza climatica negli insediamenti informali. Il progetto usa workshop, mappature dei rischi, body mapping e visual storytelling per rendere accessibili i dati climatici e coinvolgere gli abitanti nella progettazione di soluzioni di adattamento. Sempre a Nairobi, nel 2025, nell’ambito dell'African Cities Research Consortium, rete internazionale coordinata dall'Università di Manchester e dedicata alle sfide della sostenibilità urbana, nasce Regenerating the Ngong River. Il progetto integra urbanistica, ecologia, partecipazione comunitaria e pratiche creative per definire un piano di rigenerazione di circa 15 km del corridoio fluviale del Ngong River, con il coinvolgimento anche del GoDown Arts Centre, uno dei principali centri culturali indipendenti del Kenya.
In questi casi, l’innovazione culturale non è accessoria: diventa uno strumento per leggere la crisi ecologica, mobilitare comunità e immaginare forme più giuste di trasformazione dei territori.
La transizione ecologica non riguarda soltanto tecnologie, infrastrutture o modelli economici. Riguarda anche la capacità delle società di immaginare il cambiamento, attribuirgli significato e costruire consenso attorno ad esso. In questo senso la cultura non rappresenta un settore accessorio della transizione, ma uno dei suoi terreni più strategici. Le esperienze raccolte in questo capitolo mostrano che artisti, istituzioni culturali, festival, musei e comunità stanno già sperimentando nuovi modi di produrre, abitare e raccontare il mondo.
Il passaggio decisivo sarà trasformare queste pratiche da avanguardie ancora isolate in una componente strutturale delle politiche culturali e climatiche del futuro.









