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Il patrimonio artistico e culturale può contribuire all’economia? O è solo uno strumento per migliorare l’estetica delle nostre città e riempire il nostro tempo libero? Catturare il valore dei settori che producono beni e servizi culturali rimane un esercizio estremamente complesso. Oggi c’è però una maggiore consapevolezza sul contributo professionale ed economico che deriva dalle attività disparate che, a vario titolo, prendono le mosse dal nostro patrimonio culturale, tangibile e intangibile: dalla conservazione e restauro di monumenti alla realizzazione di spettacoli dal vivo, dalla produzione televisiva a quella cinematografica, giusto per citarne alcune.

Numerose fonti internazionali (Ocse, Unesco, Unctad, Commissione europea, tra gli altri) e nazionali (Istat, Symbola-Unioncamere) ci danno un’idea della portata economica dei cosiddetti “settori culturali e creativi”. L’occupazione generata, così come il valore aggiunto, varia tra l’1 e il 4% del totale, a seconda della definizione utilizzata che può arrivare a includere la gastronomia, per esempio. In generale, il comparto registra tendenze di crescita – dopo la brusca frenata causata dal Covid-19 – anche in virtù delle relazioni che intesse sempre di più con il resto dell’economia, basta pensare al peso economico delle piattaforme e il ruolo che vi giocano i contenuti.

Tuttavia, il contributo economico dei settori culturali e ricreativi resta al di sotto di quello che potrebbe essere. I motivi sono molteplici e sono certamente influenzati dal generale andamento dell’economia nazionale, caratterizzata da un basso tasso di innovazione e di produttività. Senza la pretesa di essere esaustiva, metto qui in evidenza tre temi, direttamente connessi al modo in cui il mondo delle politiche pubbliche si relaziona con questi specifici comparti e che andrebbero tenuti in conto nell’ambito della costruzione di una strategia di valorizzazione economica della cultura.

Un primo tema riguarda una conoscenza tutt’ora limitata dei settori culturali e creativi, da cui segue la mancanza di misure di politica economica ambiziose e chiare. Un secondo tema, che discende direttamente dal primo, ha a che vedere con politiche ancora troppo focalizzate sul connubio cultura-turismo e che non incentivano abbastanza lo sviluppo di nuove collaborazioni tra settori, per esempio con la filiera della salute. Un terzo tema riguarda, infine, le modalità di supporto alla riqualificazione e al miglioramento delle competenze, non necessariamente allineate alla taglia particolarmente piccola di molti operatori culturali, che difficilmente riescono a investire in formazione o ad acquisire le competenze necessarie ad affrontare sfide imprescindibili, come quelle legate alla transizione digitale e verde.

Secondo i dati Eurostat, la cultura in Europa contribuisce al 3,8% dell’occupazione, in crescita dal 2019 (3,7%).

L’aumento dell’occupazione culturale degli ultimi anni è trainato da alcuni paesi nordici (Svezia, Norvegia), ma soprattutto da Cipro, Irlanda e Lussemburgo. In Italia, l’occupazione culturale cresce a un tasso ben inferiore a quello di questi paesi, ma simile a quello di Germania e, soprattutto, della Francia. Tuttavia, è importante notare due cose: primo, in termini assoluti i nostri numeri restano nettamente al di sotto di quelli dei nostri omologhi; secondo, il nostro è l’unico paese, tra quelli in crescita, in cui l’occupazione culturale totale non ha raggiunto i livelli pre-pandemia.

Perché? La lettura dei dati settoriali offre una prima pista interpretativa: i settori di specializzazione dell’Italia sono infatti tra quelli che registrano difficoltà nella ripresa post-Covid – arte e intrattenimento, patrimonio – mentre servizi creativi come design, moda e pubblicità registrano invece un netto recupero, superando i livelli pre-pandemia.

Questi dati ci dicono essenzialmente che quello che potremmo definire come il “nucleo” dei settori culturali e creativi in Italia conta su risorse umane sempre più risicate. Una questione che occorre affrontare se vogliamo che arte e patrimonio continuino a far parte dell’identità, dell’immagine e dell’economia del nostro paese, come governi di tutti i colori sembrano sostenere, seppur con obiettivi molto diversi.

Dopo una serie di tentativi andati a vuoto, nella legge per la promozione del made in Italy approvata il 27 dicembre 2023 trova spazio, per la prima volta, la disciplina delle imprese culturali e creative. La stessa legge istituisce un “Fondo per le piccole e medie imprese creative”, nonché un registro unico per le imprese culturali e creative.

Il riconoscimento normativo conferma l’attenzione che questi settori sono riusciti ad attrarre, ma per passare alla fase applicativa resta da sciogliere il nodo della conoscenza approssimativa che si ha dei loro contorni e caratteristiche. Definirli non è esercizio semplice, stante l’eterogeneità delle attività produttive che si fanno generalmente ricadere all’interno dei settori culturali e creativi (si va dal restauro ai videogiochi, passando per pubblicità e moda) e la molteplicità di attori (per esempio, imprese for profit e non profit, organizzazioni di volontariato, fondazioni, enti pubblici), a cui si aggiunge l’impatto delle trasformazioni tecnologiche, nonché il ruolo sempre più importante che la cultura gioca all’interno del sistema produttivo.

Per sopperire temporaneamente alla mancanza di una definizione chiara di cosa sia impresa culturale e creativa, la legge distingue tra aziende che svolgono attività “core” (per esempio ideazione, creazione, produzione di prodotti e servizi culturali) e aziende “di supporto” (servizi di gestione, distribuzione). Mancano però parametri chiari e misurabili – per esempio di occupazione, fatturato o tipo di produzione – con cui identificarle ed è il motivo per cui i decreti attuativi non sono ancora stati pubblicati, nonostante fosse previsto il limite di 90 giorni dall’approvazione della legge.

Il ministero della Cultura ha recentemente avviato, con il supporto dell’Istat, un nuovo progetto di ricerca che ha proprio l’obiettivo di sopperire alla lacuna conoscitiva e i cui risultati saranno pubblicati gradualmente nel corso del 2024 e del 2025. Restano però da capire gli obiettivi ultimi della legge (innovazione, coesione sociale, sostenibilità o strutturazione del settore?), altrimenti si rischia di reiterare il modello dei finanziamenti a pioggia.

La frase “la cultura è il petrolio dell’Italia” rispecchia molto bene l’approccio estrattivo con cui ci siamo per lungo tempo relazionati col nostro patrimonio. I ritorni economici del turismo culturale sono talmente evidenti che abbiamo finito quasi per equiparare l’economia della cultura all’economia turistica, trascurando, da un lato, i costi ambientali e sociali dell’(over)turismo e, dall’altro, il risicato contributo del turismo allo sviluppo e alla crescita degli stessi settori culturali e creativi.

Il turismo è forse il canale più intuitivo attraverso cui la cultura può contribuire all’economia, ma non necessariamente a una crescita sostenibile e di qualità – né dei territori né dei settori. Resta infatti un’attività a scarso valore aggiunto. E questo si riflette sui salari e le condizioni di lavoro. Nel 2021, a livello Ue, il salario medio era di circa 20 mila euro per addetto (Eurostat). E nel nostro paese è un settore particolarmente poco competitivo: se in termini di notti totali siamo riusciti a superare Francia e Germania, ci collochiamo solo al terzo posto in termini di valore aggiunto prodotto (World Travel & Tourism Council, 2023). Detto altrimenti, se arti e patrimonio muovono gran parte dei flussi turistici, sarà difficile risollevare le sorti dell’industria culturale privilegiando alleanze con un settore di per sé fragile e precario.

Quali sono le nuove alleanze da costruire, dunque? Le ibridazioni più interessanti e promettenti arrivano da una nuova filiera che si sta progressivamente strutturando attorno al concetto di “welfare culturale”. Va inteso come la pratica multidisciplinare che studia e valorizza il rapporto tra cultura e salute, con l’obiettivo di promuovere l’effetto positivo della prima sul benessere individuale e collettivo. Si tratta di una pratica in forte sviluppo, soprattutto dopo la pubblicazione, nel 2019, dello studio dell’Organizzazione mondiale della salute sul tema. “Sciroppo di teatro”, per esempio, è l’iniziativa di welfare culturale di Ater Fondazione, in collaborazione con gli assessorati alla Cultura, alla Sanità e al Welfare della Regione Emilia-Romagna, che permette ai bambini dai 3 agli 11 anni, assieme ai loro accompagnatori, di recarsi negli spazi teatrali con un voucher fornito dai pediatri attivi nel proprio distretto. Sono iniziative che non solo consentono di lavorare sulle determinanti della salute, ma che offrono agli operatori culturali l’opportunità di arricchire le proprie competenze e di esplorare nuove aree di sviluppo professionale. Manca, però, una politica nazionale in materia, mentre in Francia, per esempio, è stato siglato un accordo tra ministero della Cultura e ministero della Salute per integrare un’offerta culturale di qualità negli ospedali.

Non c’è produttività e crescita senza competenze. Il rinnovo e rafforzamento delle competenze sono l’obiettivo primo dello “EU Pact for Skills for the Cultural and Creative Industries Ecosystem”, lo strumento che stabilisce un quadro di riferimento europeo sul tema, con particolare focus sulle competenze verdi, digitali, imprenditoriali e tecniche, e che viene a complemento dei numerosi progetti europei già finanziati in questo ambito.

Sul versante italiano, i progetti finanziati nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza tramite il bando da 10 milioni di euro “Capacity building per gli operatori della cultura per gestire la transizione digitale ed ecologica” (o cosiddetto “bando Tocc”) rappresentano l’azione più significativa.

Tuttavia, le iniziative di tipo formativo rischiano semplicemente di trasformarsi in nuovi (e spesso insostenibili) obblighi per settori già strutturalmente fragili e con poche risorse, più che rafforzarne sostenibilità e competitività. Non a caso, secondo i dati preliminari raccolti dalla ricerca “4C – de-carbonizzazione in campo culturale e creativo”, avviata e condotta da Fondazione Santagata per rispondere all’emergenza climatica, per la stragrande maggioranza delle organizzazioni che hanno partecipato all’indagine (73%), la mancanza di personale dedicato è una delle principali ragioni dell’assenza di strutturazione in tema di sostenibilità.

In conclusione, una politica economica per i settori culturali e creativi dovrebbe contribuire alla creazione di un sistema produttivo più integrato con il resto dell’economia, predisponendo interventi che favoriscano nuove pratiche di “cross-fertilizzazione” nonché lo sviluppo di nuovi servizi di welfare, in particolare coinvolgendo i settori con livelli occupazionali ancor al di sotto di quelli pre-Covid. E senza limitarsi a vedere la cultura come un’appendice del turismo o un riempitivo per le sere d’estate. Le politiche sociali dovrebbero dal canto loro considerare la possibilità di dotare gli operatori di piccole dimensioni di figure professionali in grado di sostenere i percorsi di transizione verde e digitale, a complemento dei percorsi formativi. Questa transizione, necessaria anche nei settori della cultura, dovrebbe diventare elemento di qualificazione – e non di ulteriore strozzamento – per un comparto che suscita sempre più interesse, ma che resta ancora poco conosciuto e compreso.

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Una politica economica per l’industria culturale | AgCult

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