• Qdpnews.it

Nel cuore del polo economico di San Giobbe, l’Aula Magna “Guido Cazzavillan” ha ospitato ieri una riflessione sul destino del patrimonio architettonico. A fare da cornice, non a caso, il capoluogo lagunare che, per storia e vocazione, da secoli sfida tempo ed elementi. L’occasione: la presentazione del rapporto “100 italian green architectural conservation stories”, promosso da Fondazione Symbola e Fassa Bortolo. I protagonisti della filiera hanno delineato una rotta chiara: il restauro non deve più esser visto come un un mero atto di conservazione e celebrazione della passata grandezza, bensì come formidabile motore di innovazione sostenibile e competitività economica.

Sotto il soffitto alto di quello che un tempo era un macello e oggi è un polo di eccellenza universitaria, Ermete Realacci ha aperto i lavori ricordando come l’edilizia pesi per il 40% sui consumi energetici globali, sottolineando che la vera sfida italiana risieda nel saper innovare senza tradire l’identità. Il presidente di Fondazione Symbola ha richiamato con forza il pensiero del Presidente Mattarella e la lezione di Gustav Mahler sulla tradizione che si emancipa dal “culto delle ceneri” per divenire “custodia del fuoco”, affermando che “innovare nel restauro green significa misurarsi con una doppia sfida, culturale e ambientale; vuol dire custodire l’identità del patrimonio culturale e, insieme, renderlo più efficiente e resiliente, perché l’Italia ha le energie per superare la crisi e costruire un’economia a misura d’uomo”.

Il testimone è passato poi ad Alessandro Trivillin, CEO di Fassa Bortolo, il quale ha portato lo sguardo del mondo industriale che, da sei anni, collabora con Symbola per mappare queste eccellenze. Trivillin ha evidenziato come la sostenibilità non debba essere vissuta dalle imprese come un limite normativo, bensì come una leva strategica per cavalcare la modernità, investendo in materiali come la calce e in soluzioni a bassa impronta di carbonio. Nel suo intervento, ha rimarcato la responsabilità sociale del comparto edile nel guidare la rigenerazione urbana attraverso l’ottimizzazione energetica, dichiarando con convinzione che la sfida oggi è promuovere strategie di riqualificazione capaci di far convivere il pilastro dell’efficienza energetica con la tutela del valore storico-testimoniale, unendo la ricerca costante della qualità a tecniche che riducano l’impronta ecologica senza snaturare la bellezza dei nostri luoghi”.

Sul fronte istituzionale, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha declinato il tema in azioni concrete e investimenti sul territorio, definendo la cura dell’ambiente un valore pre-politico e apartitico, necessario per progettare il bene di domani. Ha quindi snocciolato i numeri di un impegno che vede il Veneto in prima linea: dai 50 milioni di euro di fondi comunitari per il Piano Casa agli oltre 28 milioni destinati alla resilienza idrica, fino agli investimenti per la rigenerazione urbana. Su questo fronte, ha sottolineato l’intenzione di introdurre un criterio meritocratico, premiando con maggiori punteggi di accesso ai finanziamenti gli enti pubblici più attivi nella riqualificazione del territorio. “In Veneto abbiamo oltre diecimila immobili pubblici che attendono di essere riqualificati e rimessi nel mercato”, ha osservato, evidenziando la necessità di una regia pubblica capace di valorizzare il patrimonio esistente, garantire il diritto all’abitare e costruire una forma di sussidiarietà orizzontale.

Nel corso dell’intervento, Stefani ha rivendicato il lancio di una piattaforma dedicata agli standard ESG, pensata per mettere in connessione il mondo delle imprese con i progetti di pubblica utilità promossi da Regione, Comuni ed enti locali, anche in collaborazione con il terzo settore. “La piattaforma, ha spiegato, funge da strumento operativo per progetti a beneficio comune e consentirà al Veneto di diventare un laboratorio di innovazione nei settori sociale, ambientale, sportivo e culturale. I protagonisti saranno Regione, Comuni e Province, in qualità di proponenti, le società benefit e le imprese ESG come investitori, mentre la Regione assumerà il ruolo di garante, gestore della piattaforma e coordinatore del tavolo tecnico regionale”.

Ad approfondire la complessità tecnica è stato Andrea Grilletto, direttore di Assorestauro, che ha spostato il baricentro della discussione sulla necessità di una rivoluzione metodologica che superi la vecchia “deroga” sistematica delle norme ambientali per i beni vincolati. Grilletto ha spiegato come il dialogo con i Ministeri abbia portato alla “deroga motivata” nei Criteri Ambientali Minimi, imponendo ai progettisti di giustificare ogni scelta tecnica, e ha evidenziato che il vero valore a rischio non è il monumento isolato, ma quel 45% di patrimonio storico “testimoniale” che costituisce l’ossatura delle nostre città. Criticando l’approccio dei recenti incentivi come il 110%, giudicati poco adatti alla complessità dei centri storici, ha auspicato il passaggio da una diagnostica energetica statica a una modellazione dinamica, sottolineando che “dobbiamo uscire dalla visione del restauratore che interviene col pennellino per approdare a un atteggiamento consapevole verso il costruito, abbandonando l’ossessione per il semplice salto di classe energetica a favore di un calcolo obiettivo del miglioramento, perché non si può pensare di efficientare il Paese senza coinvolgere pienamente il nostro patrimonio storico”.

Il pragmatismo del sistema camerale è emerso con Massimo Ziletti, Segretario Generale della Camera di Commercio di Brescia, che ha raccontato la genesi della “Carta di Brescia”, un protocollo nato per semplificare il dialogo tra imprese artigiane e Soprintendenze. Ziletti ha evidenziato come il recupero del patrimonio pubblico e privato possa rappresentare un business enorme, a patto di avere linee guida chiare che permettano l’inserimento di tecnologie innovative come il fotovoltaico o i nuovi impianti anche in contesti tutelati. Riflettendo sulla necessità di misurare i risultati reali degli interventi, ha affermato che “abbiamo voluto aiutare il Ministero a formulare linee guida per le autorizzazioni, trasformando la ricerca su materiali e impianti in una leva di sviluppo economico che permetta di rendere gli edifici efficienti rispettando rigorosamente i vincoli di conservazione”.

La chiusura dell’evento è stata affidata al professor Stefano Micelli, che ha giocato “in casa” ripercorrendo la storia metamorfica degli spazi di San Giobbe: un tempo macello, poi sede delle storiche remiere veneziane e oggi importante centro accademico. Micelli ha elevato il dibattito proponendo una visione dell’innovazione squisitamente italiana, capace di smarcarsi dai modelli tecnologici “distopici” che arrivano dalla Silicon Valley o dalla robotica cinese. Mentre il mondo guarda con timore a un’intelligenza artificiale generativa che minaccia di svuotare il senso del lavoro, Micelli ha mostrato come l’Italia stia tracciando una via alternativa, dove la tecnologia più sofisticata si mette al servizio della cultura materiale. Il suo intervento ha inoltre sfatato il mito che l’innovazione appartenga solo alle grandi metropoli globali, rivendicando il ruolo cruciale della “provincia dinamica” che unisce Venezia, Padova, Brescia e Treviso: un territorio dove la ricerca universitaria esce dalle aule attraverso gli spin-off per contaminare il saper fare delle imprese. In un appassionato richiamo alla necessità di unire scienza e artigianato per trattenere i giovani talenti, Micelli ha concluso che “stiamo proponendo un’idea di innovazione che non si limita a subire il progresso, ma si fa carico di tenere insieme la cultura materiale del nostro passato con uno sforzo tecnologico e di design senza precedenti, proiettando il Paese in un orizzonte di senso e di economicità che altre culture oggi non sono in grado di offrire; questa saldatura tra la grande storia del saper fare e i progetti di ricerca di punta è la nostra vera risposta alle sfide del futuro”.Tra le mura di San Giobbe, che hanno saputo mutare pelle senza perdere la propria essenza, è emersa la sagoma di un’Italia che smette finalmente di guardare al proprio patrimonio come a un fardello museale riscoprendolo come asset strategico di modernità. La sfida lanciata da Venezia non si limita al progresso tecnico o energetico, si tratta di una svolta profondamente identitaria: dimostrare che la transizione ecologica può avere il volto della bellezza e la sostanza della grande tradizione manifatturiera. Le cento storie raccolte da Symbola e Fassa Bortolo non sono eccezioni isolate, ma tasselli di un sistema più ampio dove pubblico e privato, ricerca e sviluppo, corrono alla stessa velocità, in un rapporto sinergico. Se il futuro dell’edilizia europea passa per la decarbonizzazione, l’Italia risponde con la bio-pulitura, la modellazione dinamica e una cultura del recupero che non ha eguali. Uscendo dai chiostri di Ca’ Foscari e guardando il riflesso della città sull’acqua, appare chiaro che la strada è tracciata: la vera avanguardia, oggi, non è costruire il nuovo sul nulla, ma avere il coraggio e la tecnologia per dare una nuova vita all’eterno.

SCARICA L’ARTICOLO IN PDF
Restauro green, la sfida della sostenibilità. Stefani: incrementare i punteggi di accesso ai finaziamenti | Qdpnews.it

Progetti correlati

Scelti per te

Ricerche correlate

SOCIAL

Devi accedere per poter salvare i contenuti