“Patriottismo dolce” è il tema del Seminario estivo di Symbola, a Mantova dall’11 al 13 giugno, per parlare di “Identità, comunità, soft economy nel tempo delle fratture”. Ed è proprio quell’aggettivo, “dolce” che esprime la valenza politica di una riflessione a tutto campo sul futuro dell’Italia. Una riflessione critica che si allarga, nel corso del seminario, alle considerazioni sull’Europa e sui valori politici, culturali e sociali di quel contesto che chiamiamo, adesso con una certa difficoltà, Occidente, per parlare della terra in cui storicamente convivono, non senza tensioni, la democrazia liberale, l’economia di mercato, il welfare State e cioè la libertà, l’intraprendenza innovativa, la solidarietà sociale.
Un Occidente ampio, europeo e americano, adesso in crisi. E un patriottismo che ha radici nei valori della rivoluzione francese (la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”) e, più in generale, dell’Illuminismo, nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, che risente profondamente delle tensioni culturali dell’Europa del Settecento e, in certi passaggi, anche delle elaborazione dei filosofi illuministi napoletani, a cominciare da quel Gaetano Filangieri cui va attribuita la paternità del “diritto alla ricerca della felicità” (“Lo scopo fondamentale di uno Stato giusto è garantire la felicità e il benessere dei cittadini, attraverso buone leggi”) e che pochi anni dopo ritroveremo, tramite l’impulso di Benjamin Franklin, nelle pagine della Costituzione Usa (tanto per ricordare una delle tante radici che legano culturalmente Europa e Usa).
Le nostre Costituzioni ne sono la continuazione e l’aggiornamento.
“Patriottismo dolce”, dunque. Non aggressivo. Carico semmai di virtù civili e di senso di responsabilità verso la comunità appunto come patria (etimologicamente, la “terra dei padri”, delle origini, delle memorie comuni e dei valori fondanti). Un valore politico (la polis come appartenenza) non chiuso. Non escludente. Tutt’altra valenza rispetto a quel nazionalismo ispirato dal primato di una nazione sulle altre, che ha segnato alcune delle pagine peggiori della storia tra Ottocento e Novecento (e ancora oggi fa sentire la sua influenza funesta proprio nel cuore delle tensioni geopolitiche che stiamo drammaticamente vivendo).
Chi vive da vicino la storia contemporanea non riesce ad intravvederne tutte le pieghe né a capirne la profondità delle fratture. Sull’Italia, però, accanto alla crescita stentata e alla vera e propria crisi di intere filiere industriali (automotive, elettrodomestici) e ai più generali timori di “deindustrializzazione” in corso, di cui parla con allarme anche Confindustria), vale la pena non dimenticare l’export in crescita e i successi in alcuni settori strategici: la meccatronica, la farmaceutica, la chimica più sofisticata, l’aerospazio, etc.. Leve utili per costruire una nuova e migliore politica industriale italiana ed europea. La produttività e la competitività come “valori patriottici”? Di certo lo sono la ricerca, il lavoro e la coesione sociale, che da anni Symbola dimostra essere condizione di crescita, sia delle imprese che dei territori produttivi.
Il legame tra le due parole, “patriottismo” e “dolce” va fatto risalire a una conversazione tra il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ed Ermete Realacci, presidente di Symbola. Erano i primi anni del Duemila. E al Quirinale si lavorava per preparare le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia (17 marzo 2011). La rivalutazione dell’Inno d’Italia. Una serie di convegni e di studi. Il ricordo della nascita del Tricolore. E una riflessione critica sul concetto di “patria”, insieme di valori che investono l’intera comunità nazionale e non sopportano appropriazioni distorcenti ma rinviano a una “storia condivisa”, con tutte le sue glorie e le sue pesanti ombre (risuona ancora l’eco delle polemiche sulla “morte della patria” vissuta con profondo dolore da parte di molti italiani dopo la fuga del re Vittorio Emanuele III e della Corte da Roma a Brindisi, per evitare i rischi dell’occupazione nazista, con l’esercito lasciato allo sbando e l’Italia priva di governo).
Ciampi, meritoriamente, riprende in mano il concetto di patria. E ne fa uno dei cardini di riflessione sull’unità d’Italia. E quel “dolce”? Fa da richiamo alla lunga civiltà italiana, alla sua cultura, alla bellezza, alle diversità di paesaggi e ambienti. A una serie di dimensioni etiche e civili che parlano di dialogo, ospitalità, ambiente accogliente, operosità e a una identità mai chiusa e semmai aperta, dialogica, inclusiva. L’Italia che fa bene l’Italia, insomma.
È un patriottismo che ha profonde radici culturali e letterarie, Dante e Petrarca, Guicciardini, Alfieri e Foscolo, Manzoni, i poeti e gli scrittori che ispirano il Risorgimento. E Verdi: il melodramma è la colonna sonora dell’Italia in costruzione, del patriottismo unitario che vede rafforzare la propria valenza politica.
Dopo, verranno gli italiani con la consapevolezza diffusa di essere tali. Nelle trincee della prima guerra mondiale, tutti insieme, pastori sardi, braccianti siciliani, montanari dell’Appennino e delle valli alpine e contadini padani, una lingua comune imparata con gli ordini degli ufficiali e la durezza del conflitto (leggere Lussu, per averne un’idea). Negli anni del fascismo, con la retorica del primato italiano dall’eredità romana. E soprattutto con i radicali cambiamenti economici e sociali del dopoguerra e le grandi migrazioni dalle campagne del Sud alle fabbriche del Nord.
Ed è proprio in fabbrica che si impara a essere operaio e cittadino. Il lavoro e i valori. La durezza della fatica e dei conflitti. Ma anche - eccola - la dolcezza di una condizione umana e sociale di benessere che, nonostante tutto, cresce e coinvolge la maggior parte del Paese. “La storia siamo noi”, ha ragione Francesco De Gregori. E noi siamo un’Italia in trasformazione, che, flessibile, si adatta ai cambiamenti e anzi ne smorza gli angoli e le lima le asperità.
Come parlare, dunque, oggi, del nostro patriottismo dolce, in una così difficile stagione di fratture, tensioni, conflitti, guerre?
Raccontando, per esempio, il patriottismo del lavoro e dell’impresa (“Prima ricostruire le fabbriche e poi le case”, concordarono, subito dopo la fine della guerra, il presidente di Confindustria Angelo Costa e il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio). E quell’attitudine a “fare, fare bene e fare del bene” che connota, in modo originale, l’inclinazione a “produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo” (per non dimenticare la lezione di Carlo M. Cipolla). E la cura per una sostenibilità ambientale e sociale, oltre che economica, che molte imprese hanno oramai incorporato nella propria cultura e nei propri modelli produttivi, tanto da farne un elemento di competitività sui mercati internazionali (ne sono testimoni gli indici finanziari internazionali che valutano positivamente le performances ESG delle principali imprese italiane in termini ambientali, sociali e di governance).
Basta provare a fare un immaginario “viaggio in Italia” per trovarne altre evidenti testimonianze. Per stare sull’attualità, il lavoro di Carlin Petrini con Slow Food, ricordato ai suoi funerali, sabato, all’Università di Pollenzo, con la lezione sulle questioni etiche, sociali ed ecologiche giocate sul terreno della qualità e della sostenibilità del cibo, un’importante indicazione italiana e mediterranea. O ancora con il ricordo tutt’altro che retorico fatto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la morte di Giovanni Falcone (il 23 maggio di 34 anni fa) e poi, pochi mesi dopo, di Paolo Borsellino: l’impegno antimafia è ancora di stretta attualità. E di quel patriottismo di cui andiamo fieri, le cosche mafiose sono nemici tutt’ora potenti e protetti.
Il “viaggio in Italia” parla ancora dei medici e degli infermieri che si sono impegnati durante il Covid, dei nostri soldati nelle difficili missioni di pace all’estero, dei sindaci che governano piccoli e grandi comuni tra pesanti difficoltà economiche e sociali, delle fiere e dei festival per incentivare la diffusione dei libri (Mantova, Pordenone, Torino…).
Ne scopriamo gli esempi sfogliando le pagine di cronaca dei giornali (“patriottismo dolce” è anche difendere con convinzione e intelligenti investimenti la qualità dell’informazione) e leggere dei ricercatori che occupano posizioni di primo piano nelle classifiche delle scoperte scientifiche internazionali, dei professori che insistono per continuare a insegnare senso e radici dell’essere comunità, non solo letteratura, storia e fisica, in scuole per cui lo Stato spende pochissimo, meno che negli altri paesi europei.
Un elenco lungo, fuori dalla propaganda degli “italiani brava gente” e del “Bel Paese” e attento invece alle donne e agli uomini che, nonostante tutto, in ogni attività professionale, produttiva, di assistenza, fanno con impegno e rigore il loro lavoro. Il “terzo settore” e il volontariato ne danno testimonianze continue. Un elenco da non dimenticare.
Il “patriottismo dolce”, insomma, è prendersi cura di questa Italia, anche come protagonista di un’Europa migliore da costruire. E dei suoi ragazzi e ragazze che meritano un futuro meno cupo di questo “inverno del nostro scontento” che ci tocca vivere. La transizione digitale e l’AI, declinata all’europea (i nostri linguaggi, i nostri valori), fanno parte di questo contesto.
Il “patriottismo dolce” è anche dare retta a Renzo Piano, che chiede il “rammendo” delle fratture ambientali, sociali e civili che lacerano le città, con le loro periferie abbandonate e dunque il tessuto nazionale. Ecco, un “rammendo”: un’opera di attenzione e di cura, un Impegno politico serio, una cultura che Elio Vittorini voleva “utile”. Perché l’Italia ha anche un soft power fatto da senso della bellezza, sensibilità all’innovazione, virtù civili su cui fare leva. Nonostante tutto. Anche nei momenti più difficili.
Vengono in mente le parole conclusive di “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht. Lo scienziato è nella sua stanza, solitario, umiliato dai membri dell’Inquisizione che gli hanno imposto l’abiura delle sue teorie e scoperte scientifiche e astronomiche. Entra un allievo. E gli chiede: “Maestro, com’è la notte?”. E in quella sera terribile, di fatica, dolore intellettuale e mortificazione, Galileo gli risponde: “Chiara”. La notte della scienza, dell’intelligenza e della ragione è comunque “chiara”.
Il patriottismo dolce sa vedere, nonostante tutto, le “notti chiare”.







