Un’Italia che fa l’Italia”, che pubblichiamo integralmente a coda di quest’intervento a cura di Ermete Realacci, è il nuovo report di Fondazione Symbola: raccoglie storie che attraversano sessant’anni di vita nazionale e raccontano la capacità degli italiani di mobilitarsi quando una comunità è in difficoltà. Dagli angeli del fango di Firenze, di cui nel 2026 ricorre il sessantesimo anniversario, ai volontari dei terremoti del Friuli e dell’Irpinia; dalla missione per salvare i profughi vietnamiti all’accoglienza dei bambini di Chernobyl, fino a Lampedusa, Haiti, Rummo, alla rete dei maker che durante il Covid ha salvato tante vite, fino ai campi sacrificati per proteggere Ravenna dagli effetti di una tremenda alluvione. Non un’Italia senza contraddizioni, ma un Paese che nei momenti decisivi sa trasformare la solidarietà in azione concreta.
Ci sono momenti in cui un Paese si riconosce di più nei propri gesti. Non perché diventi improvvisamente diverso da ciò che è, ma perché davanti a una prova concreta emergono cromosomi, riflessi collettivi, modi di stare insieme che spesso, nella vita ordinaria, restano nascosti. È questo il filo che tiene insieme le storie raccolte in “Un’Italia che fa l’Italia”. E a ben guardare, rappresenta una componente importante della coesione sociale, che è essenziale anche per la nostra economia.
A Firenze, nel 1966, migliaia di giovani arrivarono spontaneamente per spalare fango e salvare libri, opere d’arte, case, botteghe. Furono chiamati Angeli del Fango. In Friuli e in Irpinia la mobilitazione di volontari, militari, amministratori e cittadini mostrò quanto fosse necessaria una solidarietà capace anche di organizzarsi, fino a contribuire alla nascita della moderna Protezione Civile. Nel 1979 tre navi militari italiane attraversarono migliaia di chilometri per cercare e salvare i profughi vietnamiti nel Mar Cinese Meridionale. Dopo Cernobyl, decine di migliaia di famiglie italiane, associazioni, comuni, parrocchie non si limitarono a inviare aiuti, aprirono le proprie case ai bambini provenienti dalle aree contaminate. Lo stesso movimento ritorna, con forme diverse, nelle storie più recenti. A Lampedusa una piccola comunità si è trovata per anni davanti a uomini, donne e bambini arrivati dal mare e ha risposto con pescatori, volontari, soccorritori, case aperte, coperte e pasti. Dopo il terremoto di Haiti medici, infermieri, volontari e militari italiani attraversarono l’Atlantico per portare cure e mezzi dove quasi tutto era crollato. Quando l’alluvione mise in ginocchio il pastificio Rummo, migliaia di consumatori decisero di sostenerlo comprandone la pasta. Durante il Covid una rete di medici, ingegneri, imprese e maker mise a disposizione competenze e stampanti 3D per aiutare gli ospedali. In Romagna la più antica cooperativa agricola italiana ha accettato di sacrificare 200 ettari coltivati per proteggere Ravenna dall’acqua. A Montefalco un’impresa, insieme alla Caritas e al territorio, ha trasformato l’accoglienza di persone richiedenti asilo in lavoro, autonomia, nuova vita. Un’esperienza che si ripete in tante parti del nostro Paese, come nei vigneti delle Cinque Terre.
Sono episodi lontani tra loro per tempo, luogo e protagonisti. Non appartengono tutti alla stessa Italia economica, sociale o politica. Proprio per questo, messi in sequenza, raccontano qualcosa che vale la pena osservare. In queste storie non c’è un’Italia perfetta. Ci sono ritardi, errori, istituzioni impreparate, riconoscimenti arrivati tardi, conflitti, stanchezze. La solidarietà italiana non cancella le contraddizioni del Paese e non può diventare un alibi per ignorarle. Ma esiste. E quando si manifesta ha quasi sempre una caratteristica precisa, diventa concreta. Una pala passata di mano in mano. Una nave che parte. Una stanza preparata per un bambino sconosciuto. Un pescatore che cambia rotta. Un medico che offre il proprio tempo. Una fabbrica sostenuta attraverso un acquisto. Una stampante accesa durante il lockdown. Campi lasciati all’acqua per salvare una città.
Il sessantesimo anniversario dell’alluvione di Firenze e degli Angeli del Fango offre l’occasione per guardare queste storie non come immagini del passato, ma come parti di uno stesso racconto. Un potenziale antidoto anche ai problemi di oggi. Perché ricordare chi siamo non significa costruire un autoritratto indulgente. Significa cercare nei momenti in cui una comunità è riuscita a essere all’altezza della prova che aveva davanti. L’Italia che fa l’Italia raccontata da Fondazione Symbola nasce da qui, dal tentativo di mettere insieme quei momenti in cui il Paese, davanti a qualcuno da aiutare, a qualcosa da salvare, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.
È un’Italia che, come ricorda il Manifesto di Assisi, prova a costruire un futuro più a misura d’uomo, senza lasciare indietro nessuno e senza lasciare solo nessuno. E per questo è più capace di affrontare le sfide del presente e del futuro. Perché ritrova il suo essere profondo. Per dirla con Emily Dickinson: "Non conosciamo mai la nostra altezza finché non siamo chiamati ad alzarci. E se siamo fedeli al nostro compito arriva al cielo la nostra statura. L'eroismo che allora recitiamo sarebbe quotidiano, se noi stessi non c'incurvassimo di cubiti per la paura di essere dei re".








