In occasione del sessantesimo anniversario dell’alluvione di Firenze, 4 nonembre 1966, Fondazione Symbola pubblica un dossier di 28 pagine intitolato Un’Italia che fa l’Italia, impaginato con cura e costruito attorno a dieci racconti che vanno dall’Arno del 1966 ai campi allagati della Romagna nel 2023. «10 storie diverse di un Paese generoso», dichiara il sottotitolo. «Ci sono momenti — scrive il presidente Ermete Realacci presentando il dossier — in cui un Paese si riconosce di più nei propri gesti». E ancora: la solidarietà «rappresenta una componente importante della coesione sociale, che è essenziale anche per la nostra economia».
Portare la generosità dal registro morale a quello economico, mostrarla come una risorsa concreta del Paese e non soltanto come una bella disposizione d’animo, è il filo conduttore delle dieci storie accuratamente scelte. Firenze 1966 e i terremoti del Friuli e dell’Irpinia costruiscono il mito d’origine e la lezione istituzionale — da quelle macerie nacque, nel 1982, il Dipartimento della Protezione Civile. Il Vietnam 1979 e i bambini di Cernobyl proiettano quella disposizione fuori dai confini nazionali. Nel primo caso tre navi militari italiane percorsero 250mila chilometri quadrati di mare per salvare 907 boat people, nel secondo quasi la metà dei 930mila bambini bielorussi ospitati nel mondo tra il 1986 e il 2018 — circa 457mila — venne in Italia.
Poi il dossier scende sul presente: Lampedusa, Haiti, il pastificio Rummo, la valvola Charlotte del marzo 2020. E infine cambia registro. Gli ultimi due capitoli — la cooperativa ravennate che accetta di allagare duecento ettari di campi per salvare la città, l’azienda vinicola di Montefalco che assume persone richiedenti asilo — non sono emergenze. «Non ci sono sirene né macerie», è la transizione dal caso eccezionale al modello replicabile.
Durante il Covid migliaia di persone con una stampante 3D si sono trovate a lavorare insieme senza essersi mai incontrate; a Ravenna una cooperativa ha messo a disposizione i propri campi per alleggerire la pressione dell’acqua sulla città; a Montefalco un’azienda agricola ha scelto il contratto come strumento di integrazione, al posto dei corsi teorici. In tutti e tre i casi la generosità diventa organizzazione, competenza, memoria. Accanto al volontario che parte con gli stivali si è costruito, negli anni, un sistema. È la stessa idea che sostiene la tesi di Realacci: la solidarietà regge e produce effetti quando smette di essere un gesto isolato e diventa una infrastruttura civile. «In queste storie non c’è un’Italia perfetta», avverte Realacci, e ricorda che esistono «ritardi, errori, istituzioni impreparate, riconoscimenti arrivati tardi, conflitti, stanchezze». Aggiunge che la solidarietà «non cancella le contraddizioni del Paese e non può diventare un alibi per ignorarle». Il capitolo su Firenze ricorda che «la macchina pubblica mostrò tutti i suoi limiti». Quello sull’Irpinia evoca Sandro Pertini che, raggiunte le zone colpite, «denunciò pubblicamente quelle insufficienze» e il 26 novembre 1980 chiese agli italiani di sentirsi mobilitati. Lampedusa avverte che «raccontarla come un’isola senza conflitti sarebbe falso». Rummo precisa che «non fu naturalmente un hashtag a rimettere in funzione le linee produttive», perché servirono investimenti, lavoro, credito e mesi di ricostruzione. La valvola Charlotte invita a non trasformare la vicenda in «una leggenda tecnologica», ricordando che una maschera adattata non sostituiva un ventilatore polmonare. La cooperativa C.A.B. Ter.Ra. annota che i ristori «arrivarono molto più lentamente», con il totale riconosciuto fermo intorno ai sedici milioni su circa trenta di danni accertati.
I numeri sono abbondanti e specifici: 35 vittime a Firenze, 18mila abitazioni alluvionate, quasi mille morti in Friuli, magnitudo 6,9 in Irpinia, 907 persone salvate nel Mar Cinese Meridionale, 930mila bambini, 16mila persone con stampanti 3D attive, 12 tonnellate di generi alimentari e 36mila litri di acqua distribuiti ad Haiti, 200 ettari sacrificati, oltre duecento persone passate dall’azienda di Montefalco. Sono cifre che danno la misura di una mobilitazione lunga sessant’anni, e che il dossier dissemina nel testo senza appesantirlo.
Il capitolo che forse meglio riassume lo spirito del dossier è l’ultimo. A Montefalco, in Umbria, l’azienda vinicola Arnaldo Caprai ha avviato nel 2016 una collaborazione con la Caritas di Foligno e con le associazioni del territorio per offrire lavoro a persone richiedenti asilo. Il punto di partenza non erano corsi teorici o dichiarazioni di principio, ma un contratto e un lavoro vero nelle attività agricole. Negli anni sono passate dall’azienda più di duecento persone. Imparare un lavoro, si legge nel dossier, significa entrare negli orari e nelle regole di una comunità, conoscere colleghi, percepire un salario, trovare una casa, cominciare a non essere più soltanto «un richiedente asilo». Per l’azienda significa avere persone formate in un settore dove il lavoro manuale resta decisivo e diventa sempre più difficile da reperire.
La cantina ha ricevuto dall’UNHCR il riconoscimento «Welcome. Working for Refugee Integration», destinato alle imprese che favoriscono l’inserimento dei rifugiati nel mercato del lavoro. Ma il valore dell’esperienza, suggerisce il dossier, sta altrove: in quelle oltre duecento persone uscite dalla marginalità e dalla precarietà, e in un modello di accoglienza che si è trasformato in autonomia.
Mettendo in sequenza episodi distanti tra loro per tempo, luogo e protagonisti e osservarndo che cosa hanno in comune, emerge un’autobiografia collettiva costruita su momenti in cui il Paese è stato all’altezza della prova che aveva davanti. È un racconto che parla a imprenditori, amministratori, associazioni e cittadini, e che ha il pregio di offrire un repertorio di casi concreti invece di un appello generico. La tesi di fondo — che un’economia è più forte quando ha alle spalle «una rete robusta di solidarietà», per usare le parole che Sergio Mattarella apre il volume — trova in queste pagine una verifica narrativa, capitolo per capitolo.
PREMESSA di Ermete Realacci AL DOSSIER “Un’Italia che fa l’Italia”
Ci sono momenti in cui un Paese si riconosce di più nei propri gesti. Non perché diventi improvvisamente diverso da ciò che è, ma perché davanti a una prova concreta emergono cromosomi, riflessi collettivi, modi di stare insieme che spesso, nella vita ordinaria, restano nascosti. È questo il filo che tiene insieme le storie raccolte in “Un’Italia che fa l’Italia”. E a ben guardare, rappresenta una componente importante della coesione sociale, che è essenziale anche per la nostra economia.
A Firenze, nel 1966, migliaia di giovani arrivarono spontaneamente per spalare fango e salvare libri, opere d’arte, case, botteghe. Furono chiamati Angeli del Fango. In Friuli e in Irpinia la mobilitazione di volontari, militari, amministratori e cittadini mostrò quanto fosse necessaria una solidarietà capace anche di organizzarsi, fino a contribuire alla nascita della moderna Protezione Civile. Nel 1979 tre navi militari italiane attraversarono migliaia di chilometri per cercare e salvare i profughi vietnamiti nel Mar Cinese Meridionale. Dopo Cernobyl, decine di migliaia di famiglie italiane, associazioni, comuni, parrocchie non si limitarono a inviare aiuti, aprirono le proprie case ai bambini provenienti dalle aree contaminate. Lo stesso movimento ritorna, con forme diverse, nelle storie più recenti. A Lampedusa una piccola comunità si è trovata per anni davanti a uomini, donne e bambini arrivati dal mare e ha risposto con pescatori, volontari, soccorritori, case aperte, coperte e pasti. Dopo il terremoto di Haiti medici, infermieri, volontari e militari italiani attraversarono l’Atlantico per portare cure e mezzi dove quasi tutto era crollato. Quando l’alluvione mise in ginocchio il pastificio Rummo, migliaia di consumatori decisero di sostenerlo comprandone la pasta. Durante il Covid una rete di medici, ingegneri, imprese e maker mise a disposizione competenze e stampanti 3D per aiutare gli ospedali. In Romagna la più antica cooperativa agricola italiana ha accettato di sacrificare 200 ettari coltivati per proteggere Ravenna dall’acqua. A Montefalco un’impresa, insieme alla Caritas e al territorio, ha trasformato l’accoglienza di persone richiedenti asilo in lavoro, autonomia, nuova vita. Un’esperienza che si ripete in tante parti del nostro Paese, come nei vigneti delle Cinque Terre.
Sono episodi lontani tra loro per tempo, luogo e protagonisti. Non appartengono tutti alla stessa Italia economica, sociale o politica. Proprio per questo, messi in sequenza, raccontano qualcosa che vale la pena osservare. In queste storie non c’è un’Italia perfetta. Ci sono ritardi, errori, istituzioni impreparate, riconoscimenti arrivati tardi, conflitti, stanchezze. La solidarietà italiana non cancella le contraddizioni del Paese e non può diventare un alibi per ignorarle. Ma esiste. E quando si manifesta ha quasi sempre una caratteristica precisa, diventa concreta. Una pala passata di mano in mano. Una nave che parte. Una stanza preparata per un bambino sconosciuto. Un pescatore che cambia rotta. Un medico che offre il proprio tempo. Una fabbrica sostenuta attraverso un acquisto. Una stampante accesa durante il lockdown. Campi lasciati all’acqua per salvare una città.
Il sessantesimo anniversario dell’alluvione di Firenze e degli Angeli del Fango offre l’occasione per guardare queste storie non come immagini del passato, ma come parti di uno stesso racconto. Un potenziale antidoto anche ai problemi di oggi. Perché ricordare chi siamo non significa costruire un autoritratto indulgente. Significa cercare nei momenti in cui una comunità è riuscita a essere all’altezza della prova che aveva davanti. L’Italia che fa l’Italia raccontata da Fondazione Symbola nasce da qui, dal tentativo di mettere insieme quei momenti in cui il Paese, davanti a qualcuno da aiutare, a qualcosa da salvare, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. È un’Italia che, come ricorda il Manifesto di Assisi, prova a costruire un futuro più a misura d’uomo, senza lasciare indietro nessuno e senza lasciare solo nessuno. E per questo è più capace di affrontare le sfide del presente e del futuro. Perché ritrova il suo essere profondo.
Per dirla con Emily Dickinson: «Non conosciamo mai la nostra altezza finché non siamo chiamati ad alzarci. E se siamo fedeli al nostro compito arriva al cielo la nostra statura. L’eroismo che allora recitiamo sarebbe quotidiano, se noi stessi non c’incurvassimo di cubiti per la paura di essere dei re».







