• La Repubblica

“L’Italia diventa competitiva quando incrocia i suoi punti di forza che spesso noi stessi ignoriamo: qualità, bellezza, innovazione e storia. Per questo a Venezia racconteremo cento storie che mettono insieme questi mondi e mostrano come sostenibilità e tecnologia generano impatti positivi sul patrimonio e sull’economia locale. Cento progetti di restauro su edifici storici che hanno adottato soluzioni integrate: tra qualità architettonica, efficienza energetica e tutela del patrimonio”. Così Ermete Realacci, presidente di Symbola illustrando il nuovo progetto della fondazione, ha spiegato la sua visione dell’Italia che, contro tutti i luoghi comuni e pregiudizi “è un paese che si vede peggio di come lo vedono gli altri. Spesso siamo i più bravi anche se non ci crediamo, come sulla green economy e l’economia circolare”. Per scoprirlo Symbola il 17 marzo all’università Ca’ Foscari, presenta il rapporto “100 Italian Green Architectural Conservation Stories”, frutto della collaborazione tra la Fondazione e Fassa Bortolo, con il contributo di Assorestauro e della Camera di Commercio di Brescia, con il patrocinio del Ministero della Cultura. (Qui il link per partecipare all’evento)

Perché raccontare 100 storie di restauro green?

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“Perché l’Italia possiede un patrimonio unico al mondo: il 46% degli edifici da nord a sud ha una valenza storica e più di 3 milioni di beni sono vincolati dal Codice dei Beni culturali. Sono palazzi, monumenti, oggetti artistici. Molti sono noti, alcuni nemmeno li conosciamo. Penso che la riqualificazione di questo immenso patrimonio sia un passaggio imprescindibile per il futuro dell’Italia e sta già avvenendo. Noi a Venezia racconteremo chi sono cento attori di questa rigenerazione. Cento storie che mostrano che la sostenibilità non è un ostacolo alla crescita economica, ma una straordinaria opportunità per valorizzare i territori e generare occupazione”.

Che cosa significa concretamente restauro green?

“Significa intervenire sugli edifici storici con tecniche e materiali che rispettano l’ambiente e il loro valore. Significa anche migliorare l’efficienza energetica, ridurre l’impatto dei cantieri e gli sprechi. Ci sono molte eccellenze in Italia in questo settore. Enti pubblici come l’Istituto Centrale per il restauro e l’Opificio delle Pietre dure a Firenze impegnati nella ricerca costante sui materiali e le tecniche di intervento. Oppure aziende private e startup che investono e sperimentano soluzioni, sempre più innovative. Perché nel restauro oggi la qualità non è solo conservazione, ma la capacità di migliorare le capacità energetiche, climatiche e dei materiali. Senza comprometterne l’identità. Una missione che abbiamo visto non è impossibile”.

Quali sono le tecnologie più interessanti nel restauro sostenibile che emergono dal vostro studio?

“Tra le tendenze più avanzate c’è lo sviluppo di bio e nanotecnologie per la biopulitura: oltre ad intervenire in maniera più ecologica sull’oggetto del restauro, tutelano la salute degli operatori e non inquinano. Sempre grazie alle nanotecnologie applicate al patrimonio storico sono state create malte a base di geopolimeri, un legante che sostituisce il cemento molto più inquinante. Non solo, alcuni di questi prodotti nanotech sembra possano risolvere uno dei più grandi problemi dei restauri: l’umidità di risalita che, non solo minaccia gli affreschi degli edifici storici causando l’affioramento dei sali e lo scrostamento del colore, ma influisce sull’isolamento e quindi sul consumo energetico dei vecchi edifici. Alcune imprese italiane hanno scoperto dispositivi più sostenibili rispetto alle tradizionali iniezioni di resine, capaci di frenare l’acqua attraverso delle barriere chimiche, ricorrendo per esempio a sistemi elettrofisici ed elettrocinetici. O sviluppando tecnologie non invasive in grado di impedire la risalita dal terreno dell’umidità e facilitare il ritorno dell’acqua al suolo per gravità. Si tratta di ricerca di alta specializzazione che nella transizione verde agisce come motore per l’intero settore”.

Accanto alla tecnologia però c’è il lavoro dei restauratori italiani, considerati eccellenza anche in Europa. I due mondi sono riusciti ad integrarsi?

“Le faccio l’esempio di un artigiano veneziano che abbiamo conosciuto grazie a questo progetto. Un professionista grandioso, unico nel suo settore di cui parleremo il 17 marzo che ha lavorato fianco a fianco con i ricercatori. Lui e tanti altri fanno parte di quella filiera di progettisti, scienziati, esperti, artigiani, simboli di quel Made in Italy che nel mondo trasmette valori come qualità, sostenibilità, bellezza e innovazione. Sono la nostra identità nazionale, come le storie che abbiamo raccontato”.

Lei sottolinea quanto l’Italia sia ricca di territori che custodiscono un patrimonio straordinario, ma sono poco conosciuti. Mentre altri soffocano per overtourism. Se potesse, cosa farebbe di concreto per questi luoghi?

“Intanto se fossi un amministratore metterei qualche cartello stradale in più. Sembra una provocazione, ma non lo è. Non amo dire che all’estero sono più bravi di noi, ma spesso riescono a raccontare meglio anche luoghi poco famosi. Un esempio eclatante è l’Abbazia di San Galgano nel comune di Chiusdino in Toscana. A Montesiepi c’è la Spada nella roccia, ma pochi lo sanno. Un luogo suggestivo a 40 chilometri da Siena dove storia e leggenda s’intrecciano, in mezzo alla natura, tra le montagne senesi. Se fosse in Francia o in Germania ci sarebbero indicazioni fin all’autostrada, in Italia in pochi si fermano a Chiusdino. La maggior parte punta dritto a Siena e torna a casa”.

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