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Il capitalista umanista. Così è stato spesso chiamato Adriano Olivetti, l’imprenditore di Ivrea per il quale profitto e benessere, conti e welfare erano naturalmente integrati in una unica visione di fare impresa. A chi guarderebbe di buon occhio oggi Olivetti? Dopo di lui, con gli anni Sessanta l’economia ha compiuto una lunga traiettoria ellittica. Prima la massimizzazione del profitto, poi in anni più recenti la finanziarizzazione dell’economia hanno espulso dall’azienda ogni logica che non fosse strettamente produttivistica. Infine, la crisi del 2007-2008 ha segnato la boa della nuova traiettoria di ritorno: oggi le istanze sociali, buttate fuori dalla porta, rientrano dalle finestre con gli ESG (gli standard di sostenibilità introdotti nella finanza) e con nuovi status giuridici (società benefit) e certificazioni (B Corp). Eppure l’Italia vanta una lunga tradizione nell’economia sociale, fatta di realtà molto diverse, dalle associazioni di volontariato alle recenti imprese sociali che includono per natura bisogni e fermenti sociali. E cosa succede quando le aziende, piccole o grandi che siano, incontrano questo terzo settore?

Il terzo settore porta in dote all’azienda una qualità unica, che nessun altro soggetto è in grado di rivelare: una innata intelligenza sociale che permea la visione e il modo di operare, che mette insieme il pensare e l’agire per il bene comune, un elemento – a ben vedere – di sostenibilità così indispensabile oggi. Ma come si declina questa sorta di intelligenza sociale? Vediamo qualche caso, a titolo esemplificativo. Spesso l’intelligenza sociale parte da una consapevolezza, dalla quale discendono scelte ben precise. Così alla Gencom, società informatica di Forlì, hanno deciso di adottare non tanto un approccio di mecenatismo ma di collaborazione con le realtà locali nella convinzione che il rapporto con il territorio sia un valore aggiuntivo da portare in azienda. Assieme a CavaRei, realtà del non profit che offre servizi per le disabilità e per le comunità, hanno creato T-Station Academy, un’impresa sociale che è un laboratorio di sperimentazione e ibridazione tra tecnologia e sociale. Il laboratorio è dedicato ad attività per persone svantaggiate e operatori sociali. Poi c’è la Cisco Academy. E masterclass sulle soft skill con offerte sul mercato che vanno a finanziare il laboratorio sociale, di fatto un’officina digitale che, con laser e stampanti 3D, progetta e realizza prodotti a sostegno della disabilità, ma che diventa un laboratorio aperto per tutta la comunità del territorio.

Anche Leroy Merlin Italia ha fatto una scelta consapevole. Tre anni fa ha dato vita a un’alleanza con una serie di imprese sociali e cooperative, creando una società benefit, Rigeneriamo, che punta a generare nuove economie per rigenerare persone, prodotti e perimetri. E ha lanciato subito Formidabili, progetto di inserimento lavorativo per persone con autismo e sindrome di Down che ha formato 800 lavoratori interni tra Leroy Merlin e Brico Center, 45 tirocini con 25 inserimenti lavorativi di cui 20 a tempo determinato e 25 a tempo indeterminato. Il progetto ribalta l’approccio tradizionale all’inserimento lavorativo: non è più il singolo che si deve adattare all’organizzazione, ma è l’azienda stessa che cambia mettendosi al servizio del singolo, visto non più nei suoi limiti ma nelle sue abilità. Il progetto ha portato nelle persone interne all’azienda uno sviluppo sul campo delle soft skill (in primis l’ascolto) ma soprattutto una messa a fuoco del concetto di unicità, attraverso cui ora si guarda non solo ai tirocinanti, ma a tutte le persone, compresi i clienti. Poi ci sono state ricadute su nuove linee di prodotti: la collaborazione con la Fondazione Cervelli Ribelli ha dato vita a una nuova linea di cuscini, che dopo il successo di Roma sarà estesa a store in altre città.

Un versante significativo è quello della formazione. Una settantina di dipendenti del Senior Leadership Team di Arval Italia – società specializzata nell’ambito del noleggio a lungo termine e nelle soluzioni di mobilità sostenibile e parte del gruppo Bnp Paribas – sono stati coinvolti al Campus Dynamo Academy in attività di volontariato aziendale gestito secondo il Metodo Dynamo, declinato in particolare in un laboratorio creativo e manuale, con un’attività finalizzata alla realizzazione di doni da regalare ai bambini ospiti della successiva sessione di Dynamo Camp. Secondo l’azienda l’esperienza a Dynamo Camp ha permesso ai manager di mettersi in gioco non solo come professionisti ma anche come persone: perché da esperienze come queste “non si torna mai indietro”; l’attività di volontariato a Dynamo Camp ha agito simbolicamente come apripista per il lancio di diverse iniziative di well-being per i 1.200 collaboratori di Arval Italia. Oggi, sono stati portati avanti percorsi di sensibilizzazione sui valori aziendali, ed è già stato organizzato, con il coinvolgimento di Dynamo, un workshop interno sul valore del rispetto. Tutti questi percorsi portano le aziende a una trasformazione con conseguenze spesso cercate, altre volte inaspettate. L’intelligenza sociale veicolata dal terzo settore induce una maggiore competitività alle aziende perché fornisce loro fattori che non si trovano altrove. Innanzitutto la distintività, tratto raro e ricercato in un mercato che si vota spesso alla standardizzazione: la cultura di impresa si arricchisce - con effetti positivi in tutte le dimensioni, dalla visione all’organizzazione – grazie a una intelligenza sociale che di volta in volta si declina in modalità differenti. In secondo luogo, l’azienda incorpora creatività e innovazione: come molti processi di open innovation, l’incontro con entità diverse tra loro sovverte le logiche abituali, pone in discussione modelli consolidati e offre stimoli per l’apertura al nuovo. In un mondo in perenne trasformazione avere un costante stimolo all’innovazione è un fattore decisivo. In terzo luogo l’impresa entra in contatto con logiche e valori tipici del non profit (cooperazione, mutualismo, ecc.), facendo intravedere strade diverse che vanno oltre la massimizzazione del profitto: non tutto ciò che ha valore, si compra e si vende o ha un prezzo.

Inoltre le aziende hanno l’opportunità di riscoprire il valore del territorio, nel Paese delle piccole e medie imprese la relazione con le comunità è fondamentale: nel capitalismo familiare era legata per lo più a logiche paternalistiche, oggi attraverso il terzo settore le aziende possono riallacciare legami con il territorio con esperienze di rigenerazione urbana o sociale (pensiamo ai beni confiscati alla mafia) o di welfare condiviso. Infine da una maggiore apertura sociale l’azienda può trarre una visione più ricca di sfumature nella comprensione di come sia cambiata la società: pensiamo ai temi della disabilità, delle comunità Lgbt+, ecc. E sicuramente questo è un vantaggio nello sviluppo di prodotti e servizi. Similmente il fenomeno delle Grandi dimissioni e del quiet quitting ha rilanciato il tema del senso del lavoro e della sua qualità. Attraverso il volontariato aziendale e più in generale attraverso la contaminazione con il terzo settore le aziende si confrontano con i valori, la conciliazione vita-lavoro, dando campo a elementi come la fiducia, l’ascolto, il senso di ciò che si fa e dei valori che si esprimono. Quest’ultimo aspetto è ancor più vero se si considera che la Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) cerca nel lavoro non solo la realizzazione personale o il sostentamento, ma una imprescindibile dimensione di valore ambientale e sociale, come emerge da tutte le indagini sociologiche sulla Gen Z.

Che i tempi siano maturi per un incontro tra non profit e for profit lo testimonia la prima sperimentazione strutturata che sta partendo a Mind (Milan Innovation District) in queste settimane. Fondazione Triulza (rete di una settantina di organizzazioni del terzo settore e dell’economia civile nata alla vigilia di Expo 2015) e PlusValue hanno lanciato la sfida “Match I.S. - Light on your social innovation” per facilitare la collaborazione tra aziende con esigenze di innovazione sociale e start up / scale up “social tech” in grado di offrire soluzioni innovative.
Grazie quindi all’incontro tra l’azienda e il non profit succedono cambiamenti di rotta inaspettati, una sorta di innovazione aperta dove tutto è possibile: le logiche delle economie di scambio o non monetarie sparigliano le carte in tavole, i manager scoprono il valore dell’ascolto, le comunità diventano alleate in un’ottica non strumentale ma di condivisione degli obiettivi, i bisogni e le specificità dei singoli diventano ricchezza, anziché ostacolo.

> Continua a leggere il rapporto "Coesione è Competizione" p.24

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