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«La tesi di fondo è che essere buoni conviene». Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, riparte dalle parole del Manifesto dì Assisi, il documento programmatico per un'economia a misura d'uomo contro la crisi climatica presentato dalla Fondazione stessa lo scorso gennaio, che a oggi ha raccolto già oltre le 3.60o adesioni.

Le parole chiave del Manifesto restano valide anche per affrontare la sfida post-Covid?
Lo sono ancora di più. Siamo convinti che si possa rispondere alla crisi climatica, così come a quella prodotta dalla pandemia, solo cambiando modello di sviluppo, costruendo un'economia e una società a misura d'uomo, come tali più forti e competitive. Ma è una partita che si gioca tutti assieme, mettendo a confronto le idee e i protagonisti della politica e della società, dell'economia e della finanza, della cultura e della scienza, come abbiamo fatto con il Manifesto e come faremo nel nostro seminario annuale a fine mese, "L'Italia che verrà".

Come sarà questa Italia? I numeri e le stime economiche fotografano un Paese piuttosto ammaccato dall'impatto della Covid...
Sempre per citare il Manifesto, non c'è nulla di sbagliato in Italia che non possa essere corretto con quanto di giusto c'è in Italia. Il nostro Paese ha un mare di problemi, ma anche una forza incredibile, se uno è capace di guardarlo con occhi non pigri. Possiamo affrontare le sfide che abbiamo davanti se riusciamo ad attingere alle nostre risorse migliori e se ci vogliamo un po' più di bene.

Ci aiuti a cambiare lo sguardo: quali sono questi punti di forza?
Ad esempio, siamo leader in Europa nell'economia circolare. Non lo sa quasi nessuno, eppure secondo i dati Eurostat recuperiamo il doppio dei rifiuti rispetto alla media europea e questo ci consente di risparmiare ogni anno 21 milioni di tonnellate di Tep (Tonnellate equivalenti di petrolio, ndr) e 58 milioni di tonnellate di CO2. Il problema è che tutto questo non è frutto di politiche lungimiranti odi decreti, ma dei nostri cromosomi. Di una storia fatta di povertà e scarsità di materie prime, che ha costretto gli italiani a ingegnarsi. Il Paese è pieno di esempi di creatività e industrializzazione più avanzati della sua politica, dal distretto dei rottami di Brescia, a quello degli stracci di Prato o alle cartiere del Lucchese.

Come mettere a frutto queste energie, per uscire dal disastro provocato dalla pandemia?
Facendo appello alle persone, ai territori, alle imprese e alla società, per superare le solitudini e metterci assieme, in modo da cogliere l'occasione di questa crisi per accelerare sui nostri punti di forza. È meglio ascoltare le
parole di Mattarella o di papa Francesco che aspettare i vaticini di un'agenzia di rating. Meglio scommettere sull'Europa che, in questa crisi, ha dimostrato di esserci eccome.

Parlate anche di soft power, di bellezza e cultura: possono essere questi gli asset su cui investire?
Sono convinto che un'economia più a misura d'uomo sarà un'economia più forte. E l'Italia, in un modello più umanistico dello sviluppo, è molto competitiva. Uno studio dell'Università di Oxford, ad esempio, rileva che l'Italia è trai quattro Paesi più avanzati al mondo nella transizione ecologica, assieme a Germania, Stati Uniti e Cina. Anche qui: non grazie alle politiche, ma per il nostro modo di stare al mondo, che vede nella bellezza, nella creatività e nel design dei fattori produttivi, organici alle nostre aziende.

Quindi ce la faremo a uscire dalla crisi?
Sì. Non sono preoccupato: oggi il tema è tenere assieme i vari mondi per costruirne uno più sicuro più pulito, più civile. E l'Italia è più forte se ha forni comuni.

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«Il Paese sarà più forte se saprà unire le sue energie». Intervista a Ermete Realacci - Gi.M. | Il Sole 24 Ore

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