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La luce che si riflette sul verde acqua della laguna rimbalzando nel campus economico di Ca’ Foscari è quel certo non so che regalato da Venezia alle iniziative importanti ospitate in città. È il tocco impalpabile e incommensurabile del valore del suo brand. Nel luogo simbolo della bellezza italiana esposta e insieme resistente, la sostenibilità non è parola d’ordine ma condizione di vita. La conferenza dedicata al rapporto della Fondazione Symbola 100 Italian Green Architectural Conservation Stories assume così un senso che va oltre la presentazione di un progetto: si discute di conservazione, recupero e rigenerazione in quello che un tempo era un mattatoio, oggi vivaio di sapere.

Tra il pubblico c’è anche Ennio Moresco, un fabbro veneziano che dopo l’incontro ha scriverà a Ermete Realacci per ringraziarlo delle parole spese nei confronti del lavoro artigiano:

Egregio Sig. Realacci sono Ennio, il fabbro che oggi pomeriggio ha avuto il piacere di conoscerla. Nell’emozione di salutarla (emozione scaturita dalle sue importanti parole nei miei confronti) ho omesso di complimentarmi per la profondità della conferenza, non ho mai avuto prima d’ora il piacere di sentire dei relatori (tutti !) spendere parole e concetti cosí veri, reali e umani nei confronti di chi lavora e produce tutti i giorni non solo con le mani ma anche con la testa e il cuore, ho percepito di non essere solo. Grazie ancora per quanto ho potuto attingere oggi, sia a livello professionale che umano. A presto
Ennio, il fabbro

Il suo messaggio, nella sua semplice autenticità, riassume bene il senso più profondo della giornata veneziana: l’incontro fra la cultura materiale del lavoro e la cultura dell’innovazione come motori di un’Italia che si rinnova senza rinnegare sé stessa.

L’adagio che accompagna le iniziative della Fondazione Symbola – “l’Italia che fa l’Italia” – trova qui una sua declinazione speciale: “Venezia che fa Venezia”, una città che conserva, innova e si rinnova con chi la abita e la lavora.

Ennio è uno di questi.

Nell’Aula Magna Guido Cazzavillan di Ca’ Foscari, davanti a studiosi, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni, la Fondazione Symbola e Fassa Bortolo, con il contributo di Assorestauro e della Camera di Commercio di Brescia e il patrocinio del Ministero della Cultura, presentano le cento esperienze di restauro sostenibile che stanno ridefinendo il rapporto tra tutela e tecnologia. Realacci sottolinea come la competitività italiana risieda nell’intreccio tra qualità, bellezza, innovazione e storia: la capacità di rigenerare il proprio patrimonio culturale riducendo consumo di risorse e impatti ambientali.

Le storie raccolte mostrano un’Italia che innova attraverso materiali ecocompatibili, nanotecnologie, biopuliture mirate e nuovi sistemi energetici senza comprimere l’identità dei luoghi.Il presidente e amministratore delegato di Fassa Bortolo, Alessandro Trivillin, ricorda l’impegno dell’azienda nel promuovere materiali meno inquinanti e soluzioni a basso impatto per il recupero dell’esistente, ribadendo come la responsabilità ambientale sia oggi parte integrante della qualità costruttiva.

Il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, insiste sul valore “prepolitico” di questi temi, ricordando che la tutela dell’ambiente e del patrimonio appartiene alla dimensione del bene comune e non a quella dei partiti.

Parole che restituiscono al dibattito il senso di una convergenza civile possibile, in cui la sostenibilità si misura non solo in termini di innovazione ma di cittadinanza.

Stefano Micelli, professore di economia e management a Ca’ Foscari, sottolinea come la sfida non sia solo tecnologica ma culturale:

Il valore del saper fare è parte integrante dell’innovazione italiana. L’artigiano e il ricercatore, quando lavorano insieme, sono protagonisti della stessa modernità.

Parole che chiudono il cerchio, riportando il discorso verso quell’Italia minuta e concreta che si ritrova nei gesti di Ennio e di tanti altri: un Paese che, proprio nel momento in cui si prende cura di ciò che ha costruito, scopre di saper costruire ancora.

La prefazione della pubblicazione in cui si condensano i risultati della ricerca esordisce informando che

Oltre un terzo dei consumi energetici e delle emissioni di CO₂ in Europa è riconducibile al comparto edilizio, un peso che spiega perché la decarbonizzazione delle costruzioni rappresenti una priorità del Green Deal e degli obiettivi al 2030, un tema che incide direttamente sull’economia delle famiglie.
Negli anni passati abbiamo discusso a lungo in Italia dell’IMU sulla prima casa, che pesava in media poche centinaia di euro l’anno per famiglia, a fronte di una spesa energetica che per appartamento può superare i duemila euro.”

L’Italia è dotata di un grande patrimonio edilizio, una buona parte del quale richiede un deciso aggiornamento. Da un lato stanno le case dell’imponente piano statale di edilizia economica e popolare, noto come INA-Casa, promosso dal ministro Fanfani (1949–63) per affrontare il problema dell’emergenza abitativa per le famiglie a basso reddito, favorendo occupazione ed economia con la creazione di quartieri autosufficienti su progetti innovativi di importanti architetti, a un ritmo mai più eguagliato: si consegnavano migliaia di appartamenti a settimana.

L’urbanistica è stata per decenni imperniata sulle aree di espansione della superficie urbana che assorbiva la maggior parte della produzione edilizia. Abbiamo esagerato nel consumo di suolo e oggi dobbiamo puntare sull’aggiornamento del patrimonio esistente con progetti di rigenerazione urbana, in cui si può e si deve prevedere una quota di demolizioni e ricostruzioni.

Tuttavia, il grande patrimonio di architettura moderna di qualità, insieme al patrimonio storico, richiede interventi qualificati, specialistici e diversificati di recupero, efficientamento energetico e miglioramento sismico. In questo senso, il binomio restauro e conservazione gioca un ruolo fondamentale.

Dai progetti emerge come grande impresa e artigianato non siano polarità distinte, ma facce della stessa medaglia che convergono a fare la qualità del prodotto made in Italy, risultato di processi di produzione edilizia che accorpano ricerca con innovazione di tecniche e materiali, investimenti che si affinano con la sperimentazione e l’applicazione.Si evidenzia nel dibattito che in Italia le grandi aziende non sono più nei centri maggiori, ma fioriscono nel territorio, dove i costi sono minori e i servizi maggiori: da qui parte la produzione che poi si sviluppa a scala internazionale.

Il valore aggiunto del made in Italy è nello “stile”, riconoscibile per la qualità del prodotto, il cui esito è la punta dell’iceberg: il risultato finale di un modo di produrre che ha le sue radici nell’artigianato, colonna portante del sistema produttivo e del radicamento territoriale.

L’artigianato è un valore aggiunto alla filiera produttiva non solo in fase di finitura di qualità e di pregio, ma anche nella produzione, in cui il prodotto finito è frutto di una collaborazione che unisce saper fare e competenze anche digitali. Quello che fa la differenza è la rete: mettere a sistema, aggregando piccole e medie imprese.

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Sostenibilità e saper fare s’incontrano. Dove, se non a Venezia? - Giovanni Leone | Ytali.com

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