Ermete Realacci è una delle figure di riferimento dell’ambientalismo italiano. Da sempre impegnato nella tutela dell’ambiente, ha guidato Legambiente fin dai primi anni ed è tra i fondatori del Kyoto Club. Oggi presiede Symbola – Fondazione per le qualità italiane, promuovendo un modello di sviluppo sostenibile che valorizza territori, comunità e imprese responsabili. È stato parlamentare e presidente della Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera dei deputati, distinguendosi per un’intensa attività legislativa sui temi ambientali. Tra le leggi che portano il suo nome figurano l’istituzione della Commissione d’inchiesta sulle ecomafie, il rafforzamento del sistema nazionale di protezione ambientale, la normativa contro gli ecoreati e la tutela dei piccoli comuni. Nel corso della sua attività si è occupato di risparmio energetico, fonti rinnovabili, difesa del territorio e coesione sociale, promuovendo anche iniziative contro l’abusivismo edilizio e a favore dell’agroalimentare di qualità, del commercio equo e solidale e della responsabilità sociale d’impresa. Ha contribuito inoltre a misure per un’edilizia sostenibile come ecobonus, sisma-bonus e bonus verde.
Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto circa il 41% della domanda elettrica italiana. Dal punto di vista economico, il settore green ha sviluppato nel periodo recente un fatturato complessivo di oltre 9–12 miliardi di euro, con una crescita sostenuta sia dalla domanda interna di energia pulita sia dalle esportazioni di tecnologie e sistemi chiavi in mano verso mercati esteri. Lei sottolinea spesso il legame tra transizione verde, coesione e sviluppo economico: in che modo le imprese possono trasformare la sfida energetica in un’opportunità concreta di crescita e occupazione?
“Secondo i dati del Rapporto Greenitaly 2025, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, sono 578 mila le imprese italiane che negli ultimi sei anni hanno investito nel green. In particolare su risparmio energetico e utilizzo di fonti rinnovabili, riduzione e recupero di materie prime e acqua, innovazioni di processo e di prodotto. Queste imprese sono più solide: innovano di più, esportano di più e creano più posti di lavoro. Confermano che affrontare la crisi climatica è oramai una leva di competitività economica. Lo sa bene la Cina che ha conquistato importanti quote di mercato mondiale puntando sulle fonti rinnovabili, sulle batterie e sull’auto elettrica, passando negli ultimi venti anni dal 4% al 32% della produzione globale di auto, mentre l’Europa in ritardo ha dimezzato la sua quota. Nonostante la propaganda politica di Trump, anche in America oramai il Texas, uno stato tradizionalmente repubblicano, batte la California sulle rinnovabili”.
La filiera delle rinnovabili in Italia conta quasi 38mila imprese, dato in costante crescita: quali sono oggi, secondo lei, le principali leve per rafforzare ulteriormente questo tessuto produttivo e renderlo più competitivo nella crisi energetica?
“Siamo la superpotenza europea dell’economia circolare: recuperiamo nel campo dei rifiuti molto più di tutti gli altri paesi: 30 punti in più rispetto alla media europea, molto più di Francia e Germania. Questo primato nasce dalla nostra tradizione produttiva (gli stracci di Prato, le cartiere della Lucchesia, i rottami di Brescia) nata per organizzarsi in carenza di materie prime. Siamo forti persino nelle giostre: i bambini di Pechino, Shangai, Coney Island giocano su giostre italiane prodotte in Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia. Queste giostre vincono perché sono più belle e attente alle diverse culture, ma anche perché consumano meno energia, materiali e acqua dei concorrenti.
Ma nelle rinnovabili abbiamo perso terreno: nel 2005 la Germania aveva il 5% di energia rinnovabile e l’Italia il 15%; oggi la Germania è al 60% e l’Italia al 41%. Le rinnovabili oggi sono la strada per chi vuole essere più indipendente e pagare meno le bollette. In passato abbiamo sprecato enormi quantità di denaro pubblico per sostenere persino miniere di carbone di pessima qualità, che non avevano futuro. Ora ci si oppone persino a pale eoliche offshore messe a 40 chilometri dalla costa. Bisogna cambiare ottica. Non a caso il direttore generale della Banca d’Italia Angelini, Mario Draghi o l’amministratore delegato di A2A Renato Mazzoncini, spingono sulle rinnovabili per abbassare il costo dell’energia e avere più indipendenza. E Giuseppe Pasini, presidente del colosso siderurgico Feralpi Group, ha investito 250 milioni di euro sul fotovoltaico. Come dice il presidente Mattarella, se non si accetta la sfida ambientale, ci indeboliamo”.
Già nel 2022 Fondazione Symbola, in una ricerca, parlava delle Cer, Comunità energetiche rinnovabili, viste con interesse da oltre la metà delle imprese campione dell’indagine. Dai dati è emerso che il principale vantaggio delle Cer per le imprese è il risparmio in bolletta, ma anche il ritorno reputazionale e il legame con il territorio. Cosa manca oggi per passare dall’interesse alla realizzazione diffusa?
“Una Comunità energetica rinnovabile (Cer) è un gruppo di cittadini, imprese, enti locali e organizzazioni che collaborano per produrre e condividere energia elettrica da fonti rinnovabili. L’energia viene generata da impianti appartenenti o gestiti dai membri della comunità e può essere condivisa virtualmente tra produttori e consumatori situati nella stessa area geografica, utilizzando la rete elettrica nazionale. L’obiettivo è favorire l’autoconsumo collettivo, ridurre i costi energetici e promuovere la sostenibilità ambientale. Le Comunità energetiche rinnovabili sono uno strumento formidabile per affrontare la crisi climatica, abbassare le bollette, rendere l’Italia più libera da ricatti energetici puntando sulle rinnovabili. L’ostacolo maggiore alla loro diffusione è sempre lo stesso: la burocrazia. C’erano, ad esempio, fondi per oltre un miliardo di euro per i comuni sotto i 5 mila abitanti, inutilizzati perché i processi autorizzativi sono troppo complessi per quelle amministrazioni. E miliardi di euro destinati alla transizione energetica (circa 4 miliardi l’anno) sono stati usati dai governi per la fiscalità generale.
A Roma esiste anche un’esperienza straordinaria. Le monache clarisse del Monastero di Santa Chiara hanno realizzato una comunità energetica – “La Pianticella” – con alcune famiglie del quartiere. L’ispirazione è venuta dall’enciclica Laudato Sì. Ma sono percorsi complicati; se non sono disponibili le competenze tecniche, è difficile. Le Cer sono state pensate per impianti di piccola scala. Bisogna alzare la potenza e aprirle alle imprese nelle aree produttive, a partire dall’uso dei tetti. Oggi i blocchi non sono economici — perché queste soluzioni convengono — ma politici e di sistema. Bisogna facilitare i passaggi e usare correttamente i fondi del Pnrr, che invece stiamo usando per altro. Lo Stato non deve limitarsi a dare sconti in bolletta che costano tantissimo al bilancio pubblico; deve mettere cittadini e imprese in condizione di autoprodursi l’energia per essere indipendenti. Come dice il Manifesto di Assisi, affrontare la crisi climatica non è solo necessario ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia e la nostra società più a misura d’uomo e per questo più capaci di futuro”.







