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Per lungo tempo la cultura è stata considerata prevalentemente come una voce di spesa da sostenere, più che come un investimento capace di generare valore autonomo. Questa impostazione ne ha accresciuto la vulnerabilità nei momenti di contrazione della spesa pubblica, quando si è resa urgente l’esigenza di contenere il debito. Invece, proprio nella stagione della transizione digitale la “vecchia” cultura mostra con crescente evidenza un valore anche economico, come dimostrano numerose analisi internazionali. Secondo il report “Re-Shaping Policies for Creativity” realizzato dall’Unesco, le industrie culturali e creative (accorpate nell’acronimo Icc) contribuiscono al 3,1% del Pil mondiale e generano il 6,2% di tutta l’occupazione. Si tratta di un comparto che, se fosse una nazione, rappresenterebbe la quarta economia del G20, capace di impiegare più persone dell’intera industria automobilistica di Europa, Giappone e Stati Uniti messi insieme.

L’economia della cultura ha dimostrato una capacità di ripresa post-pandemica superiore ad altri settori tradizionali. Il valore aggiunto generato dalle Icc a livello globale ha superato la soglia dei 2.250 miliardi di dollari, sostanzialmente a un soffio dal Pil 2025 stimato per l’Italia. Non è solo una questione di musei e siti archeologici: il perimetro si è allargato includendo design, architettura, editoria, software e gaming. Il rapporto della Commissione Europea “The Cultural and Creative Cities Monitor” evidenzia un legame diretto tra densità culturale e benessere economico: nelle città europee che investono costantemente in ecosistemi creativi, il Pil pro- capite è mediamente superiore di un quarto rispetto a centri di pari dimensioni ma privi di un’offerta culturale strutturata. La cultura agisce come un catalizzatore di talenti, favorendo l’insediamento di imprese ad alto valore tecnologico. Gli investimenti statali per la cultura sono lo specchio delle priorità politiche nazionali. I dati Eurostat evidenziano che la media dei Paesi Ue destina alla cultura circa l’1,2% della spesa pubblica totale, equivalente allo 0,8% della ricchezza generata ogni anno nell’area. Tuttavia, le divergenze interne sono marcate, con l’Italia che non raggiunge il mezzo punto percentuale. Il rischio, evidenziato dagli analisti di Bruxelles, è che in presenza di conti pubblici traballanti, la cultura venga considerata come uno dei primi capitoli di spesa da sacrificare.

Al contrario, l’evidenza economica suggerisce che l’impegno pubblico nella cultura funzioni da “de-risking” per gli investimenti privati, stimolando risorse aziendali in grado di generare un indotto turistico e commerciale immediato, con ritorni fiscali che spesso superano l’esborso iniziale. L’Italia è tra i casi di studio più interessanti a livello globale. Nonostante una spesa pubblica storicamente esigua, il settore privato ha costruito un ecosistema di una forza straordinaria. Il rapporto “Io Sono Cultura” di Fondazione Symbola e Unioncamere certifica che il Sistema Produttivo Culturale e Creativo (Spcc) italiano genera 112 miliardi di euro di valore aggiunto, il 5,6% del totale nazionale. Non solo: la creazione di nuova ricchezza è stata nell’ordine del 2,1% nell’ultimo anno e del 19,2% nel confronto triennale. Progressi ben superiori alla crescita economica nazionale nel suo complesso. La vera specificità italiana è, però, l’effetto moltiplicatore: per ogni euro prodotto dalla cultura, se ne attivano altri 1,7 in settori collegati, come il turismo, i trasporti e il commercio. Questo porta la filiera complessiva a produrre una ricchezza che supera i 300 miliardi di euro, pari a un sesto del Pil. In termini occupazionali, parliamo di 1,5 milioni di professionisti.

Il peso della cultura si misura anche attraverso metriche non strettamente finanziarie, ma con impatti economici certi nel lungo periodo. Lo studio Unesco “Culture: The Missing Sdg” spinge per l’inserimento della cultura come obiettivo autonomo nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. La tesi è supportata dai dati: l’accesso alla cultura riduce drasticamente i costi del welfare. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la partecipazione ad attività culturali è associata a una minore incidenza di patologie croniche e depressione, con un risparmio importante per i sistemi sanitari nazionali. In un’Europa che invecchia, dunque, la cultura può diventare anche uno strumento di politica sanitaria preventiva, con ricadute dirette sulla tenuta dei conti pubblici. Tirando le fila dalle diverse analisi, la sfida è passare dalla gestione della conservazione della ricchezza culturale alla programmazione finalizzata alla valorizzazione della stessa. Il potenziale dell’Italia in questo campo ha pochi pari al mondo, ma necessita di visione di lungo termine e conseguenti decisioni strategiche per svilupparsi.

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