• di Fondazione Symbola, C. Studi Tagliacarne e Dintec

Il mare è in pericolo. Ogni anno un po’ di più. Le sue acque si scaldano, si acidificano, si svuotano. La biodiversità si riduce, le comunità costiere si ritrovano sempre più vulnerabili, strette tra crisi ambientali e sfide economiche. In questo scenario, intervenire non è un’opzione: è una priorità. E chi saprà farlo prima degli altri – con soluzioni concrete, sostenibili, pronte a scalare – avrà un vantaggio competitivo enorme. Perché nel momento in cui l’emergenza si manifesta, avere già la risposta significa trovarsi nel posto giusto, al momento giusto, con l’idea giusta. È ciò che sta accadendo nel campo delle tecnologie per la protezione e la gestione sostenibile delle risorse marine: uno dei settori a più alta crescita nell’ambito dei brevetti green. Non solo un’opportunità di innovazione, ma una necessità urgente, capace di produrre effetti concreti, generare valore e resilienza.

A muoversi con largo anticipo sono state due eccellenze della ricerca italiana: l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e l’Istituto Italiano di Tecnologia. Insieme, hanno sviluppato una nuova generazione di biomateriali e tecnologie – già oggetto di domanda di brevetto – progettati per il restauro delle barriere coralline. Un passo fondamentale, perché le barriere non sono solo meraviglie naturali: sono infrastrutture vitali. Proteggono le coste, ospitano una straordinaria varietà di specie marine e sostengono le economie locali. Ripristinarle, infatti, aiuta le comunità e gli ecosistemi a resistere e adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici già in atto, come l’innalzamento del livello del mare e il riscaldamento delle acque.

Ma c’è un ostacolo significativo: il ripristino attivo delle barriere coralline richiede materiali in grado di favorire l’adesione e la crescita di nuove colonie nelle aree danneggiate. Il problema? I materiali oggi più utilizzati provengono in gran parte dall’industria petrolchimica – proprio quella che alimenta la crisi climatica – e possono risultare dannosi per l’ambiente che dovrebbero aiutare a salvare.

Il brevetto di Bicocca e IIT (in collaborazione con l’Acquario di Genova) risolve allo stesso tempo due problemi. Il nuovo materiale è biodegradabile e non inquina perché realizzato a partire da due componenti di origine vegetale. Ha un minore impatto anche in termini di emissioni: invece di cementi ad alta impronta di carbonio, la restaurazione delle barriere coralline avviene impiegando un materiale biobased fatto con gli scarti di produzioni agricole come il mais e contribuisce dunque alla diffusione dell’economia circolare.

La scelta di usare materiali di scarto è un vantaggio anche in termini di prezzo. Spesso i biomateriali non riescono a imporsi sul mercato perché non possono competere con il cemento. In questo caso, però, il fatto che si tratti di scarti agricoli potrebbe mantenere i costi accessibili. La tecnologia è ancora un prototipo, e serviranno iniziative imprenditoriali per scalarla e verificare la reale domanda di mercato.

Accanto al vantaggio economico, emerge un secondo punto di forza strategico: la ricerca sui biomateriali applicati alla protezione e gestione sostenibile delle risorse marine è ancora in una fase iniziale. Gli esperimenti, condotti all’Acquario di Genova e alle Maldive presso il MaRHE Center (Marine Research and Higher Education Center) – un centro di ricerca della Bicocca attivato proprio per testare i materiali direttamente sulle barriere coralline – offrono la possibilità per chi detiene il brevetto di diventare in futuro un punto di riferimento per tutte le nazioni che vorranno intervenire a protezione delle proprie barriere coralline.

Per l’Italia, la prospettiva è doppiamente positiva. Da un lato rappresenta un vantaggio competitivo industriale, perché consente di posizionarsi tra i leader mondiali in un settore emergente come la blue economy e la protezione degli ecosistemi marini. Dall’altro, apre opportunità di applicazione sui nostri fondali, per la conservazione delle praterie di Posidonia, per il recupero di habitat degradati o per la protezione di barriere artificiali che difendono porti e spiagge. Tutelando, dunque, non solo l’ambiente, ma anche il turismo delle aree costiere del Paese, una voce centrale dell’economia italiana.

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