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di Fondazione Symbola e MASAF

Ricoperto dai boschi dell’Appennino, dal punto di vista naturalistico l’Abruzzo è una delle regioni più affascinanti d’Italia. Con il 65% della superficie occupata da montagne, l’Abruzzo ospita massicci ricoperti dai boschi come i Monti della Laga, la Maiella e il Gran Sasso, la cima più alta degli Appennini, dove trovano il loro habitat ideale migliaia di specie vegetali e animali, che fanno della regione una delle più preziose oasi di biodiversità non solo d’Italia ma di tutta Europa. Non meno affascinante il litorale, che a nord di Pescara presenta spiagge sabbiose e fondali bassi, mentre a sud offre splendide cale rocciose e acque cristalline, come nel suggestivo tratto della Costa dei Trabocchi, che prende il nome dalle piattaforme in legno realizzate sul mare, simili a palafitte, utilizzate per la pesca. Solitamente i Trabocchi sono realizzati in legno di pino, albero molto diffuso sulla costa adriatica.

Foreste e boschi

Dei 10.831 kmq di territorio abruzzese, quelli occupati da foreste e boschi sono 4.746. La superficie forestale è quindi pari al 44% e la quota di superfice dei piccoli comuni rispetto al totale del territorio supera il 70%. Lungo i 130 km di costa è diffusa la macchia mediterranea, con arbusti come il mirto, il lentisco e il ginepro e qualche albero di leccio, mentre sul piano collinare è caratterizzato da boschi di roverella, ma si trovano anche pini e lecci. Superata la quota di 600 metri iniziano a comparire i cerri, le roverelle, gli aceri e i carpini, mentre tra i 1.000 e i 1.700 metri domina il faggio, albero più diffuso lungo tutta la dorsale appenninica. Nel piccolo comune di Pescocostanzo (AQ), inserito tra i borghi più belli d’Italia e noto per la produzione artigianale del merletto a tombolo, cui è dedicato anche un museo, si trova la Riserva Naturale Bosco di Sant'Antonio, estesa per 550 ettari, all’interno del Parco Nazionale della Maiella. Il bosco deve il suo nome al santo portoghese ed è da sempre un luogo dalla forte spiritualità. Fino all’età classica era infatti ritenuto un luogo sacro a Giove, ma con il passaggio al Cristianesimo venne consacrato a Sant’Antonio, cui è dedicato anche l’Eremo del XIV secolo presente nella Riserva. La faggeta secolare è caratterizzata da alberi che hanno assunto un curioso portamento per via della capitozzatura, una particolare tecnica di potatura che ha consentito ai faggi di raggiungere grandi dimensioni ma ne ha modificato la struttura, facendoli somigliare a candelabri. Oltre ai faggi nel bosco crescono anche aceri, peri selvatici, tassi, cerri, mentre nel sottobosco cresce l’orchidea Epipactis purpurata, pianta diffusa sulle Alpi ma rarissima nell’Appennino. Altra faggeta secolare abruzzese è quella di Fonte Novello, alle falde del Gran Sasso, a cavallo tra i piccoli comuni di Pietracamela (TE) e Fano Adriano (TE), dove si trova un museo etnografico che racconta le tradizioni della cultura agro-pastorale locale attraverso più di mille oggetti di uso quotidiano. L’essersi trovata a metà tra i due comuni ha salvato questa faggeta, che oggi è considerata una delle più intatte e antiche dell’Appennino. Infatti tra i due borghi è andata avanti per secoli una disputa territoriale per stabilire a quale dei paesi appartenesse il bosco. Questo ha fatto sì che mentre le due comunità si contendevano la proprietà della faggeta e il conseguente diritto di prelevarne il pregiato legname, nessun taglialegna potesse recarvisi per abbattere gli alberi. Per questo motivo vi si trovano faggi alti fino a 40 metri e con età superiore ai 250 anni. Nella foresta, inoltre, vi sono numerosi esemplari di alberi morti, caduti a terra o rimasti in piedi, che formano un’enorme necromassa che offre riparo a numerose specie di uccelli, tanto che non è raro osservare il picchio rosso minore, il picchio dorsobianco e il picchio muratore. Tra gli insetti che popolano i tronchi deli alberi marcescenti vive anche la Rosalia alpina, nota anche come cerambice del faggio, raro coleottero che presenta un’elegante colorazione su tonalità di grigio, nero e blu.

Alberi Monumentali

In Abruzzo la grande maggioranza di monumenti verdi cresce all’interno dei piccoli comuni: dei 294 alberi monumentali censiti nella regione, ben 211 si trovano in comuni con popolazione pari o inferiore ai 5.000 abitanti. Come per molte altre regioni montuose, l’Abruzzo è ricoperto da boschi di faggi e roverelle, che sono quindi i due alberi più rappresentati tra i monumenti verdi abruzzesi, seguiti dall’acero montano, il cui legno garantisce un’ottima propagazione del suono ed è particolarmente apprezzato dai liutai, che gli preferiscono soltanto l’abete rosso. Tra gli alberi monumentali più conosciuti della regione vi è sicuramente il faggio di Barrea (AQ), piccolo comune montano all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo. Dominato da un castello dell’XI secolo, il paese dà il nome al lago artificiale su cui si affaccia, realizzato nel 1951 per la produzione di energia idroelettrica. Il faggio si trova lungo un sentiero che dal Monte Rotondo porta al centro abitato di Barrea ed è noto come “Matusalemme” per la sua eccezionale età, stimata in circa mille anni dai botanici. A differenza degli altri faggi, Matusalemme non ha un singolo fusto che cresce dritto e lineare, ma dal suo ceppo partono diversi polloni di forma irregolare – caratterizzati da gobbe e rigonfiamenti dovuti all’iperplasia – che si sviluppano verso l’alto e danno origine ad una chioma ben espansa. L’albero fu tra i primi patriarchi ad essere censiti negli anni ’70, decenni prima che si provvedesse al primo censimento ufficiale e completo dei monumenti verdi italiani. Sui Monti della Laga, nel piccolo comune di Valle Castellana (TE), cresce invece un castagno considerato tra i più grandi d’Italia. L’albero, che gli abitanti del paese chiamano “Piantone di Nardo”, si trova vicino alla frazione di Morrice, al confine con il Molise, ed ha raggiunto dimensioni straordinarie. L’altezza è di 12 metri ma quello che colpisce è soprattutto la sua incredibile circonferenza di altrettanti 12 metri. L’albero, che potrebbe avere circa 1.000 anni, cresce all’interno di un fitto castagneto e si presenta come un grigio e contorto moncone di legno morto con una grande cavità interna, ma dal suo apparato radicale fuoriescono piccoli polloni verdi. Altri alberi che hanno raggiunto dimensioni insolite per la loro specie sono i maestosi cipressi secolari del Convento di Sant’Antonio di Lanciano (CH). I due alberi sarebbero stati piantati nel chiostro dal fondatore del convento, San Giovanni da Capestrano, giunto nel paese per porre fine alla disputa tra la stessa Lanciano e la città di Ortona (CH). Dopo aver fondato il convento nel 1427 il Santo mise a dimora i cipressi che quindi, secondo la tradizione, dovrebbero avere circa 600 anni. Il più grande dei due cipressi è alto 30 metri e a inizio ‘900 è stato colpito da un fulmine che ha lasciato una ferita ormai quasi del tutto rimarginata sul tronco, mentre l’esemplare più piccolo presenta tagli e ferite ben più evidenti e visibili, causate dai colpi di mortaio che ne distrussero parte della chioma e che si abbatterono sul convento durante la seconda guerra mondiale.

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