I report quantitativi sulla filiera dell'arte globale e sul suo mercato fotografano uno scenario di ripresa e crescita nel 2025, dopo un biennio di contrazione, mentre l'Italia, nonostante l'implementazione di riforme fiscali per il commercio e la circolazione dei beni culturali, mostra ancora segnali di fragilità sistemica, resi particolarmente evidenti dall'assenza di artisti italiani invitati a esporre alla Biennale Arte 2026 e alle mostre istituzionali in laguna. A certificare, dal cuore del maggiore evento artistico internazionale, la marginalità del sistema italiano. Non mancano tuttavia, in parallelo e in opposizione a queste esclusioni, le esperienze e le pratiche emergenti di artisti e curatori, che proprio dal margine, geografico e simbolico, prendono lo slancio per sperimentare l'efficacia di nuove modalità di esperienza e fruizione culturale e di un'idea dell'arte come leva di generazione di impatto e valore diffuso sulle comunità.
Il mercato dell’arte globale è dunque tornato a crescere nel 2025, per la prima volta da due anni, con un incremento delle transazioni artistiche del 4% rispetto al 2024, trainato soprattutto dagli scambi di opere d'arte nella fascia più alta di mercato, e fino a un valore generato di $59,6 milioni[1]. La filiera artistica resta, però, ancora nel 2026, in balia di incertezze geopolitiche ed economiche e attraversa una fase di continuo adattamento a scenari in mutamento e in piena volatilità, ostacolato da instabilità, protezionismi, frammentazione delle regole. Mentre l’aumento generalizzato dei costi rende quanto mai fragile la sopravvivenza delle gallerie d’arte, che in numero enorme, nel corso del 2025, hanno dovuto chiudere e interrompere le attività, a fronte di una domanda d'arte sempre più prudente e selettiva. Restano invariate le geografie del potere di mercato per l’arte, con le posizioni dominanti e in crescita di Stati Uniti e Regno Unito, mentre la Cina sale al terzo gradino del podio, seppure in calo dell'1% in termini di share. In Europa, la Francia si conferma in prima linea: quarta nello scacchiere globale e traino del continente, in crescita dell’1%, per un totale di share dell’8%. Tra i Paesi con volumi in calo c’è l’Italia, che rallenta del 2%, nonostante l'importante riforma fiscale che ha ridotto l'IVA sull’arte dal 22% al 5%, oggi la più bassa in Europa.
La misura[2] è entrata in vigore da giugno 2025, per cui gli effetti saranno certamente più visibili e misurabili nel 2026 e nel prossimo futuro, anche in congiunzione con le nuove regolamentazioni per la circolazione dell'arte. I provvedimenti dovrebbero lavorare di concerto, infatti, per la promozione dell'arte italiana e la sua internazionalizzazione. Di certo la riduzione dell'aliquota IVA sulle cessioni e le importazioni di opere d’arte[3] è una delle leve più efficaci per rilanciare la vitalità degli scambi nella filiera artistica, in grado di diffondere benefici a tanti dei tasselli che la compongono, oltre che una misura strategica per riposizionare l’Italia in Europa, ma non l'unica necessaria. Per garantire respiro e incidenza della produzione artistica italiana e del suo commercio sono altrettanto vitali investimenti nella formazione e nella promozione di artisti e curatori, degli operatori italiani, politiche di valorizzazione consapevoli e mirate da parte degli attori istituzionali, quanto un lavoro di diffusione della cultura visuale contemporanea a un pubblico più ampio e educato.
Intanto, sempre sul versante delle riforme, è andata in porto a marzo 2026 la proposta di legge Italia in Scena che modifica il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio in Italia, promuovendo la sussidiarietà orizzontale in tema di gestione del patrimonio culturale. Con l’obiettivo di dare nuovo slancio a una strategia nazionale di valorizzazione dei beni culturali, si interviene, finalmente, su nodi storicamente rilevanti per il settore, come le tempistiche e le modalità previste per le autorizzazioni necessarie alla circolazione delle opere e il tema delle soglie di valore per l'esportazione fuori dal territorio nazionale[4] (che restano però, seppure migliorate, ancora distanti dagli standard europei).
Al di là e oltre a singoli provvedimenti legislativi, si rende tuttavia cruciale in Italia, lo dicevamo, una visione strategica di lungo periodo, in grado di tutelare e valorizzare il patrimonio artistico, quanto di dare respiro alla produzione contemporanea.
Proprio a partire dalla valorizzazione dell'arte presente, cosa rivela del sistema dell'arte nazionale l'assenza di artisti italiani alla Biennale Arte 2026 e alle grandi mostre istituzionali in laguna? E come la recente apertura riformista si concilia con una oggettiva fragilità sistemica tutta italiana, resa ancora più evidente in occasione dell'evento più importante per l'arte contemporanea?
Aperta a maggio 2026, la Biennale Arte ha fatto versare, ancora prima dell'inaugurazione, fiumi di inchiostro da parte degli osservatori nazionali e internazionali, per una serie di eventi e contraccolpi che l'hanno investita di polemiche e cortocircuiti tra arte, comunicazione e geopolitica. A partire dalla prematura scomparsa della curatrice Koyo Kouoh e dalla presa in carico della Mostra Internazionale In Minor Keys da parte dello staff che l'accompagnava, per finire con i delicati equilibri e squilibri determinati dalla presenza di Paesi coinvolti su fronti di guerra – dalla Russia a Israele – con prese di posizione nette della Giuria internazionale, che ha provato a escluderli dalla competizione per i Leoni d’oro e d’argento, per poi dimettersi. E passando dal conflitto aperto – qui soltanto diplomatico e istituzionale – tra il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, o dalla decisione della Commissione UE di sospendere i finanziamenti da €2 milioni alla Biennale di Venezia per l'inclusione della Russia ai Giardini. Senza dimenticare, infine, lo sciopero delle maestranze dell'arte, nella giornata dell’8 maggio, con conseguente chiusura di molti padiglioni, in una saldatura significativa della protesta per la causa palestinese con quella contro le condizioni precarie del lavoro artistico. Da parte di un settore professionale, quello dell'arte contemporanea, che molto spesso, più del cinema, della musica o della letteratura, mostra una certa resistenza a connettersi e a far proprie controversie e rivendicazioni della società. Mentre mai come in questa occasione, dunque, l'arte, dal più emblematico dei suoi luoghi, la Biennale di Venezia, ha dovuto fare concretamente i conti con le pressioni e i condizionamenti che intorno a quella si agitano.
A conti fatti e a Biennale Arte inaugurata, tra gli oltre 100 artisti selezionati dalla compianta curatrice Koyo Kouoh e dal suo team, di italiani non c’è traccia, come esclusi sono pure dalle grandi mostre in laguna. Una marginalizzazione ancora più cocente pensando al tema della rassegna, concentrata sulla fertilità delle narrative in tonalità minori e su questioni spesso dibattute anche dai nostri artisti, che abitano un Paese mediterraneo, al centro di imponenti flussi migratori, con la disparità tra centri urbani e rurali. E se, dunque, il nostro sistema dell'arte è ancora vivo, esso sembra restare però invisibile sulla scena internazionale e questo, lontano da ogni nazionalismo, si ribadisce qui per sottolineare la necessità di una presa di consapevolezza dei processi in corso, che rischiano di includere sì l'arte italiana, ma solo quella prodotta fino agli Anni Sessanta. E delle contromisure per uscire dall'impasse che ci caratterizza come Paese. A pesare, su esclusioni come quella della Biennale, sono infatti fattori molto più ampi, che coinvolgono tanti e diversi fronti: l'economia, le infrastrutture artistiche, il sistema educativo, la credibilità, la capacità di attirare investimenti e quella di accogliere e riconoscere la nuova cittadinanza, l'efficacia della comunicazione e valorizzazione delle esperienze artistiche nazionali.
Al di là dei grandi appuntamenti internazionali e a proposito di margini, l'Italia continua, intanto, a essere miracolosamente attraversata, da un sottobosco di cultura indipendente più vivo che mai. E mentre nei grandi centri d’Italia atterrano grandi realtà internazionali del mercato dell'arte (come, a Milano, la galleria Thaddaeus Ropac o la fiera indipendente Paris Internationale), artisti, curatori e operatori della filiera si prendono la responsabilità di portare avanti la ricerca contemporanea in territori periferici rispetto alle capitali dell'arte e in aree marginali dell'Italia tutta. Lo dimostra il nuovo distretto artistico del quartiere Corvetto a Milano, quanto il caso del progetto Provincia cosmica, avviato con una mostra nelle Marche e portato avanti online con una mappatura delle esperienze artistiche fuori dalle rotte principali del sistema. Con l'arte che si trasforma da linguaggio e oggetto a infrastruttura, a driver di riattivazione di comunità, catalizzando energie sociali e resistendo alla dispersione e alla distanza tra le persone.
Da settembre a novembre 2025, Fiuto Art Space, uno spazio indipendente per l'arte fondato nel 2023 da Alex Urso a Ripatransone (Ascoli Piceno) ha ospitato la mostra Provincia Cosmica, dedicata a nove artisti italiani – Ricardo Aleodor Venturi, Elena Bellantoni, Deriva (Denis Riva), Giovanni Gaggia, Adinda-Putri Palma, Alicya Ricciuto, Elena Ricciuto, Marco Rossi, Giuseppe Stampone – accomunati dalla scelta di portare avanti la propria ricerca in territori fragili, marginali, dal nord al sud del Paese. E dal praticare l'arte come azione sociale, come strumento di riattivazione comunitaria, in dialogo con società e politica. Dal prendersi carico della sfida reale del lavorare non al centro, ma di lato, sui confini geografici e simbolici dell'arte e del sentire comune, da Teramo a Romano di Lombardia, da Pergola a Braccano, da Frosolone a Follina, alla ricerca di un impatto sulle comunità. Il progetto espositivo continua a vivere oggi, online[5], in una mappatura in continuo aggiornamento attraverso interviste ad artiste e artisti che via via si aggiungono al nucleo originario in mostra.

Ragionando, invece, su zone inedite dei grandi centri urbani, il quartiere di Corvetto è diventato un inedito art district di Milano. Con un'accelerazione negli ultimi anni, la zona che si raccoglie a sud dello Scalo di Porta Romana – con la Fondazione Prada che ha fatto qui da apripista, inaugurando nel 2015 una delle più importanti istituzioni per l’arte contemporanea in Italia – ospita oggi un gran numero di studi d'artista, spazi culturali, espositivi e multidisciplinari, oltre a fondazioni, gallerie, residenze d’artista e librerie come Reading Room o Bonvini (che ha anche una sua galleria). In una porzione di città ad alta densità di edilizia popolare, con edifici in passato destinati a funzioni produttive e negli anni più recenti caratterizzata da una nuova popolazione di origini migratorie, prevalentemente nord-africane e latine. É qui che opera, ad esempio, la Fondazione ICA Milano, istituto privato dedicato alla ricerca, produzione ed esposizione di opere e pratiche contemporanee in una prospettiva interdisciplinare e transmediale. Attraverso un fitto programma di mostre, ICA presenta artisti italiani e internazionali che affrontano temi sociali, politici e culturali contemporanei (memoria, territorio, rituali, identità, frontiere), utilizzando la mostra come dispositivo critico e narrativo. Giusto di fianco a ICA ha aperto poi, nel 2024, Scaramouche, la galleria fondata a New York da Daniele Ugolini. Leggermente più a sud nel quartiere si è spostata, già nel 2019, la galleria ZERO..., uno dei più stimati presidi per l’arte contemporanea, con i due fondatori Paolo Zani e Claudia Ciaccio che sono stati riferimenti imprescindibili, dai primi Anni Duemila, per chi volesse scoprire le ricerche italiane e internazionali più sperimentali e che hanno eletto a nuova sede della galleria un vecchio magazzino, in un’area che mescola l’identità post-industriale alla dimensione popolare.
La Fondazione Galleria Milano raccoglie, invece, l'eredità dello storico spazio artistico di via Turati. Aperta nel 2024 in via Arcivescovo Romilli, la Fondazione ospita oggi mostre e progetti site specific in collaborazione con artiste e artisti contemporanei che, nei due piani dell’istituzione, trovano spazio e ascolto per media tradizionali e più innovativi, per reading e performance ed eventi aperti a un pubblico quanto mai variegato. Nella stessa strada hanno poi fissato le loro sedi la galleria fiorentina Veda e la milanese Giovanni Bonelli, che ha lasciato il quartiere ipergentrificato di Isola per spostarsi al Corvetto. Mentre da qui ha mosso i suoi primi passi il project space e galleria itinerante Velò, che si muove ancora nel quartiere identificando di volta in volta i luoghi più adatti a ospitare i progetti da realizzare.
In un’area ancora economicamente accessibile di Milano, hanno poi trovato casa anche tanti progetti di programmi di residenze per gli artisti italiani e internazionali, che pure al Corvetto hanno i loro studi e spazi di lavoro, in cornici più istituzionali o in organizzazioni spontanee e informali. Sul primo fronte, cruciale è la presenza di Viafarini Work, costola meridionale in città della storica organizzazione che da sempre, nel quadrante nord di Milano, ha ospitato programmi di residenze artistiche. Indipendente, invece, si muove Villa Clea, residenza per artisti per lo più internazionali, non lontana da Viafarini Work, e avviata ristrutturando una vecchia officina tra i condomini di via Marco d’Agrate.

Si affaccia su un cortile insieme a una palestra di boxe, invece, CHEZPLINIO. Spazio di lavoro per artisti, questa vecchia rimessa apre due volte all'anno le sue porte ad altri colleghi per mostre ed eventi, facendo convergere in una traversa di periferia il pubblico dell’arte più giovane, informato e meno formale possibile, alla ricerca di momenti di incontro e convivialità, quando, in occasione degli opening, non è difficile trovarsi tutti intorno a una grigliata e a un pranzo da condividere. A mapparli e ad aprire al pubblico questi centri di produzione ha pensato, inoltre, il progetto Di Studio in Studio, un festival tutto made in Corvetto, dedicato a visite e appuntamenti a studi di artisti e artigiani del quartiere.
La periferia sud-est di Milano è diventata dunque, in breve tempo, protagonista di un processo di ricollocazione culturale, che a sua volta ha portato alla progressiva riqualificazione di luoghi di varia origine – rimesse automobilistiche, garage, capannoni, fabbriche – che si trasformano ora in spazi per l'arte. In luoghi di incontro e inclusione, di produzione culturale e ricerca, di progetti a impatto sociale e relazionale, in cui l'arte si fa pratica condivisa con una comunità più ampia e, in un’area urbana attraversata da profonde trasformazioni, si scommette sulla prossimità e sulla capacità della cultura visuale di radicarsi sul territorio.
Mentre restano ancora piuttosto distanti dalla pratica quotidiana e artistica più diffusa le sperimentazioni legate alle innovazioni tecnologiche – Intelligenza Artificiale su tutte – le ricerche artistiche in Italia sembrano sempre più interessate a trovare spazi fisici e a situarsi sui margini geografici, economici, culturali, simbolici, sulle soglie di processi di transito, ridefinizione e trasformazione, guardando alla necessità di ricostruire tessuti sociali sfrangiati e indeboliti, per provare a orientare il cambiamento nella continuità.
Per poli dialettici e condotte indipendenti, continua a muoversi e modificarsi dunque la geografia della produzione artistica contemporanea in Italia, della sua valorizzazione attraverso la filiera commerciale e la cornice istituzionale, come pure la fruizione dell'arte da parte di nuovi pubblici. Tra centro e margine, grandi eventi ed episodi volontariamente periferici, alla concentrazione di potere e denaro e interessi globali, la comunità dell'arte risponde con quello che ha e che può: l'orizzontalità collettiva e plurale della ricerca e della sperimentazione, al di là di ogni ragionevole dubbio e di ogni oggettiva difficoltà. Segnando la strada, in tonalità minori, a chi volesse intravedere il futuro dell'arte.
Suggerimenti per il lettore
Francesco De Biase e Alma Gentinetta (a cura di), Essere ibridi, FrancoAngeli, 2025
Marco Guenzi, Prezzi pazzi, arte a pezzi. Il valore dell’arte contemporanea tra società e mercato, estetica e cultura, Skira, 2026
Serge Latouche, Il disastro urbano e la crisi dell’arte contemporanea, Elèuthera, 2025









