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La nuova edizione del Festival della Soft Economy, svolta a Treia, ha messo a confronto gli stakeholder in nome di una condivisibile “sfida territoriale” per affrontare la crisi climatica e quella demografica. Il Festival, organizzato da Symbola e Uncem e promosso da diverse associazioni, tra le quali la Fai-Cisl, è servito anzitutto a fotografare la fragilità dei nostri territori e sottolineare la necessità di una “centralità politica” della montagna e delle aree interne.

Una priorità che, come sindacato dei settori agroalimentare e ambientale, condividiamo pienamente, perché fa leva sull’economia circolare, su una gestione innovativa del patrimonio forestale, sullo sviluppo delle attività agrosilvopastorali per agevolare il neo-popolamento della montagna. Dunque come Fai-Cisl siamo orgogliosi di aver portato anche quest’anno la voce del mondo del lavoro, per contribuire a una progettualità concreta con cui ridisegnare il territorio e il modello di sviluppo del Paese.

Per noi al centro della politica deve esserci un concetto fondamentale: senza investire sul lavoro ben retribuito, tutelato e qualificato nei comparti della forestazione, della bonifica, dell’agricoltura, dell’acquacoltura, del sistema zootecnico, non può esserci riscatto delle aree interne né cura del territorio. Perché soltanto portando nei territori il lavoro e le imprese possiamo dare al “sistema montagna” uno sviluppo sostenibile, valorizzandone il patrimonio economico, ambientale e antropologico. E in questo siamo in prima linea perché il sindacato può e deve fare tanto, a cominciare dalla buona contrattazione, dai tavoli negoziali e istituzionali, dalle campagne sociali.

In primis abbiamo il dovere di denunciare alcuni gravi errori della politica italiana e poi avanzare proposte sostenibili, concrete, condivise. Cominciamo col ricordare che purtroppo negli ultimi anni abbiamo abbandonato le aree interne e i boschi, che sono cresciuti, ma a causa dell’abbandono e non certo grazie a politiche di rimboschimento. Inoltre abbiamo leggi ambientali che non considerano i lavoratori coinvolti e continuiamo a consumare suolo con la cementificazione selvaggia: solo nel 2022, ci informa l’Ispra, abbiamo consumato 77 km quadrati, 2,4 metri quadrati di suolo al secondo, ovvero oltre il 10% in più rispetto al 2021; in un anno la nostra agricoltura ha perso 4500 ettari coltivati a causa del consumo di suolo. Continua poi il calo demografico, infatti non costruiamo per necessità abitative, ma per speculazione e per mancata rigenerazione urbana. Tra giugno e settembre di quest’anno, per di più, risultano colpiti da incendi boschivi quasi 75mila ettari di territorio. A questo aggiungiamo che ogni anno sprechiamo 157 litri d’acqua per abitante, in fase di distribuzione ne perdiamo oltre il 42% di quella immessa in acquedotto: eppure l’acqua è una risorsa fondamentale per la vita, l’agricoltura, tutte le produzioni. Insomma: c’è una scarsa attenzione al territorio e alle risorse, e in questo quadro, davanti a fenomeni climatici sempre più estremi, anziché andare avanti con la “politica del giorno dopo”, della conta dei danni, dei lutti, delle accuse reciproche, è urgente mettere in campo tutti gli strumenti per la prevenzione e per un nuovo modello di sviluppo.

Un discorso specifico lo merita il comparto forestale. Una famosa battuta di un comico affermava che nel Sud Italia c’è un forestale per ogni albero. Eppure oggi le cose non stanno proprio così, anzi. Abbiamo soltanto 60 mila forestali che tutelano i nostri boschi, ovvero il 37% della superficie nazionale, con un patrimonio arboreo di circa 12 miliardi di alberi. Ma i lavoratori forestali sono stati dimezzati in tutte le regioni e in continuo calo. La verità è che ci sono stati soltanto tagli, e il settore non è stato rinnovato sotto nessun aspetto, infatti mancano la formazione e le competenze, manca la sicurezza nei cantieri forestali e, soprattutto, manca il ricambio generazionale.

Ci sono poi un paio di contraddizioni enormi da mettere in risalto. L’Europa, giustamente, nell’ambito della Strategia per la biodiversità, si è impegnata a piantare almeno 3 miliardi di alberi entro il 2030. Chi pianterà in Italia questi nuovi alberi? Quando? Con quale contratto? Con quali competenze? Con quali mezzi? Quali vivai? Chi fa rimboschimento? Chi si occupa delle campagne antincendio? Nessuno lo sa, tutte le regioni vanno avanti in ordine sparso, improvvisando. Invece, quello che vogliamo noi è un approccio con una visione, con riforme partecipate e condivise che riconoscano che dietro a tutte queste sfide c’è il protagonismo delle tute verdi, soprattutto degli operai idraulico-forestali.

Altra contraddizione: gli altri paesi con la forestazione fanno crescere le filiere del legno, producono energia, producono ricchezza con la bioeconomia, con l’industria manifatturiera di trasformazione, attraggono turismo con la sentieristica, noi invece continuiamo a discutere delle competenze rivendicate da enti, comuni, regioni e ministeri, considerando questo comparto come fosse un ammortizzatore sociale.

La rotta va invertita, e questo è anche il monito della nostra campagna “Fai bella l’Italia”: non dobbiamo parlare soltanto di tute blu, o colletti bianchi, bisogna capire che oggi il lavoro agroalimentare e ambientale è una leva per creare nuova e buona occupazione, prendendoci cura del nostro patrimonio agroambientale e paesaggistico, con tutta una serie di settori che si tengono fra loro e fanno la vera ricchezza distintiva dell’Italia.

Ecco perché quello che stiamo proponendo alla politica, e che abbiamo voluto rilanciare in occasione del Festival della Soft Economy, è un insieme di azioni concrete: connettere le comunità montane con infrastrutture materiali e digitali e renderle inclusive anziché luoghi di svago elitario, costruire riconoscere una fiscalità di vantaggio per famiglie e imprese che vivono in montagna, agevolare l’imprenditoria agricola giovanile nelle aree interne, con sgravi fiscali e sostegni ministeriali, per incentivare interventi di recupero e di utilizzo dei terreni abbandonati, come propone la campagna “Clausola sociale” di  Terra Viva, associazione liberi produttori agricoli. Occorre poi riformare il comparto forestale, per un vero presidio umano che garantisca un uso produttivo del bosco, e per una vera tutela ambientale che faccia leva sulla prevenzione, poi finanziare i cantieri forestali in modo strutturale, riqualificare il lavoro, rinnovare e applicare tutti i contratti di lavoro, attuare la legge Legge Realacci per la valorizzazione dei Piccoli Comuni e la Strategia delle Green Communities, attuare il Testo Unico forestale e la Strategia forestale nazionale, mettere in campo nuovi strumenti normativi per governare meglio il comparto, anche implementando la partecipazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti, usare bene gli 880 milioni di PNRR dedicati al sistema irriguo e ai boschi.

Perché la transizione ecologica, come ci ricorda Papa Francesco nella recente Laudate Deumspesso è identificata come un fattore che ridurrà i posti di lavoro. In parte è vero, ma intanto milioni di persone stanno perdendo il lavoro a causa delle conseguenze del cambiamento climatico: la verità è che la transizione, “se ben gestita, così come tutti gli sforzi per adattarsi ai danni del cambiamento climatico, sono in grado di generare innumerevoli posti di lavoro in diversi settori, per questo è necessario che i politici e gli imprenditori se ne occupino subito”. Credo sia un invito ad agire molto bello, che ci sprona a lasciare la politica del lamento, dell’assistenzialismo, delle recriminazioni, verso un approccio più costruttivo, consapevole e responsabile.

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Clima e demografia: la sfida territoriale passa per il lavoro | Interris.it

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