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Viviamo un’epoca di “passioni tristi”, per usare un’efficace espressione di Baruch Spinosa. Di pensieri malinconici. Ma anche di rabbia e di diffusi rancori (i commenti in rete degli “odiatori da tastiera” ne sono inquietanti testimonianze). E di profonde solitudini. Ci mancano però quegli “astratti furori” che Elio Vittorini, nelle luminose pagine di “Conversazione in Sicilia”, legava alla capacità di farsi carico del “dolore del mondo offeso”, di muoversi cioè, con attenzione per valori e interessi generali, contro le trappole di un individualismo gretto e dunque di impegnarsi per alleviare quel dolore e soprattutto provare a troncarne le radici, ribaltarne la condizione.

Eppure, chi indaga con attenzione sull’andamento dei sentimenti sociali e sulle evoluzioni delle tendenze dell’opinione pubblica, non può non rilevare, anche in questi mesi drammatici di conflitti e inquietudini, alcune tendenze che fanno ben sperare. Un ritrovato interesse per la politica, per esempio. E il rafforzamento dell’impegno di milioni di italiani per il volontariato.

“Le passioni degli italiani. Cresce a sorpresa il tifo per la politica, la Chiesa perde quota”, titola “la Repubblica” su una “mappa” di Ilvo Diamanti, autorevole sociologo, costruita su un sondaggio socio-demografico di Demos, confrontando i dati attuali con quelli di un’analoga rilevazione fatta nel 2016.

Nella scelta sulle questioni che più appassionano gli italiani, tra “la sua città, la sua regione, il suo paese”, oppure “la sua religione o la sua comunità religiosa” oppure ancora “la squadra o lo sportivo per cui fa il tifo” e infine “il suo partito, movimento o leader politico”, resta sempre in testa, come nel 2016, il legame con il proprio territorio (83% di consensi), mentre scende il peso della Chiesa (dal 72 al 60%), cresce un po’ anche quello dello sport (dal 49 al 51%) e si fa notare la ripresa della politica (dal 35 al 48%). Una ripresa evidente non solo tra gli anziani, ma anche tra i giovani, nella classe d’età 18-29 anni. E diffusa in tutti i settori d’opinione, dal centro sinistra al centro destra, con particolare sensibilità soprattutto tra gli elettori del M5S. Secondo Diamanti, le risposte venute sia dai governi territoriali che dalle istituzioni più generali nella drammatica stagione del Covid e del post Covid hanno riavvicinato la politica e i partiti ai cittadini.

Varrà la pena, nel tempo, tenere d’occhio queste tendenze. E, da parte dei poteri pubblici e delle forze politiche, avere cura di non sprecare l’occasione di una tensione positiva, guardando non solo alle elezioni regionali in corso, ma anche a quelle di giugno per il Parlamento Europeo: l’Europa è la casa del nostro comune destino nei prossimi anni, un ancoraggio forte di valori e interessi di fronte alle tensioni e alle inquietudini provocate dalle crisi geopolitiche e dalle mosse degli altri grandi attori internazionali, Usa e Cina innanzitutto. Un’Europa da pensare, anche criticamente, come il luogo delle speranze, evitando che gli europei siano sopraffatti dal gioco cupo di chi fa leva sulle paure, dalle manovre e dalle fake news di chi trama contro l’Europa e i suoi valori che legano, in modo originale, democrazia, mercato e welfare e cioè libertà, sviluppo e benessere diffuso.

C’è una grande lezione morale e civile, che viene in mente in questi tempi difficili. Quella di don Lorenzo Milani. Un maestro del Novecento, nelle sue lezioni ai bambini e ai ragazzi della scuola di Barbiana: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne da soli è avarizia. Sortirne tutti insieme è politica”.

Ecco, il valore della politica, della buona politica. Queste parole risuonano, come orizzonte etico e culturale di riferimento, anche leggendo i dati che parlano di un impegno sociale e civile comune, quelli del volontariato.

Sono 4,6 milioni gli italiani impegnati in attività di volontariato. Fanno riferimento a 363mila organizzazioni non profit e l’86% di quelle organizzazioni rivolge i propri servizi “alle comunità”. Sono la struttura portante del cosiddetto “terzo settore”. Che genera un volume d’affari di circa 80 miliardi, pari al 5% del Pil nazionale. E dà lavoro a 870mila persone, tenendo anche conto del fatto che più dell’80% delle organizzazioni non profit non ha personale dipendente, ma conta su uno straordinario numero di volontari.

Dati imponenti, insomma. Che testimoniano uno robusto impegno solidale e un’idea diffusa dell’importanza di sentirsi “comunità” attraverso il “dono” della propria intelligenza, del proprio tempo, della propria generosità. E che meritano considerazione, maggiore attenzione da parte delle istituzioni e sostegni anche da parte del mondo delle imprese “profit” (se ne è parlato a lungo, la scorsa settimana, durante un convegno organizzato a Milano da UniCredit sulle “Storie di solidarietà in Lombardia” e sul supporto che le società finanziarie possono dare).

Una delle condizioni di crescita, appunto, è trovare relazioni virtuose, di collaborazione e confronto tra imprese di mercato e Terzo Settore, nel panorama originale che vede in azione anche le società benefit e tutte le declinazioni della cosiddetta stakeholder economy in cui si può articolare una idea fertile di sostenibilità, ambientale e sociale, di rapporto tra competitività e solidarietà, produttività e inclusione sociale. Le imprese italiane (come testimoniano le rilevazioni di Symbola) ne sono maestre.

L’orizzonte è quello indicato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Sta emergendo un’economia civile, costituita da un campo di forze molteplici, che può contribuire a definire un equilibrio migliore tra mercato, ambiente ed equità sociale… Il Terzo Settore è la struttura portante non di supplenza ma di autonoma e specifica responsabilità dell’intero Paese”.

Il volontariato come asse di un più solido capitale sociale, dunque. E come soggetto di un’idea di impegno civile che ha tutte le caratteristiche della voglia di buona politica. Di un protagonismo, cioè, in una polis aperta e inclusiva o, meglio ancora, in una civitas (giocando con l’esattezza del vocabolario latino) che va oltre le strutture della urbs (i luoghi fisici urbani) e si fonda sui valori della cittadinanza, su quell’incrocio virtuoso tra diritti e doveri che fanno da riferimento cardine di una “comunità”. Un insieme di valori resi evidenti dalla stessa etimologia della parola: il cum che richiama il concetto dello stare insieme e il munus che significa sia “dono” che “obbligo”. Un incrocio di legami. Uno stimolo a pensare insieme a un migliore futuro.

Eccole, allora, le valenze politiche che il volontariato evoca alla nostra attenzione. E che, contro l’epoca delle paure diffuse e alimentate ad arte, per mortificare la volontà di partecipazione e di sguardo rivolto all’orizzonte d’un migliore futuro, chiamano in causa tutti, a vantaggio soprattutto delle nuove generazioni (sono d’altronde tanti, le ragazze e i ragazzi, che proprio nel volontariato trovano risposte a quella volontà di partecipazione che la politica organizzata, oggi, non riesce purtroppo a intercettare e rappresentare).

Guardando le cronache contemporanee, è vero, verrebbe facile dare ragione a chi dispera nel miglioramento della nostra dolente condizione umana contemporanea. E riconoscersi in quel personaggio di Altan, maestro dei nostri umori altalenanti, che dichiara: “Sono combattuto fra la testardaggine della volontà e la malinconia della ragione”. E, sempre per non farci illusioni, ritrovarsi anche in un altro fulminante scambio di battute: “I vecchi ci hanno deluso”, dice uno. E l’altro: “È ora di farci deludere dai nuovi”.

Sfogliando le pagine di Altan, c’è però anche altro.

“Forza, nonno, si ricomincia daccapo”, dice un bambino in una appassionata vignetta, spingendo in avanti un anziano ritroso. C’è sempre e comunque, la speranza di un miglior tempo da costruire e da vivere.

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Contro le “passioni tristi” torna la voglia di fare politica e di volontariato - Antonio Calabrò | Huffingtonpost.it

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