L’anniversario dell’alluvione del 1966.
L’Italia con il cuore in mano: dagli angeli del fango a Lampedusa fino al sisma di Haiti
Un Paese solidale. I volontari dell’alluvione di Firenze del 1966 sono stati il primo caso di intervento diffuso della popolazione durante una tragedia e l’avvio di un processo che ha portato alla nascita della Protezione civile.
Lello Naso
Milàn col coer in man è una delle definizioni che fotografano meglio di tutte le altre il capoluogo lombardo, la capitale italiana del terzo settore e della solidarietà. Una definizione in controtendenza rispetto a una vulgata della non accoglienza che non corrisponde alla realtà. Ma si farebbe un torto al resto d’Italia se questa descrizione non venisse estesa a tutto il territorio nazionale. L’Italia con il cuore in mano. Perché l’Italia è così: capace di grandi guizzi, che arrivano proprio quando la luce sembra essersi spenta. Con una ricetta semplice. L’Italia deve fare l’Italia. Attingere dal suo patrimonio di creatività e genio, di organizzazione e metodo, qualità spesso misconosciute dai suoi stessi cittadini. Esprimere generosità e umanità senza condizionamenti ideologici.
Rileggendo la storia recente del Paese, questo succede soprattutto nelle emergenze. Quasi che l’Italia per tirare fuori il meglio di se stessa abbia bisogno di essere messa con le spalle al muro. Dalla storia e dagli eventi, soprattutto quelli naturali. L’ultimo Quaderno della Fondazione Symbola, “Un’Italia che fa l’Italia”, pubblicato in occasione dei 60 anni dell’alluvione di Firenze, teatro della prima grande manifestazione di solidarietà diffusa nel Paese, mette in fila dieci eventi, ma potrebbero essere molti di più, in cui l’Italia e gli italiani hanno mostrato la loro vera natura. Solidale e altruista.
Il primo evento, quello dell’alluvione di Firenze, che domani sarà ricordata nel capoluogo toscano alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è il manifesto del Quaderno e di questo stato d’animo collettivo. Era il 4 novembre 1966, l’Arno aveva inondato Firenze, le sue case, le sue chiese e il suo patrimonio culturale facendo 35 vittime. Le poche immagini trasmesse dai telegiornali convinsero una generazione di giovani, inquieti e vogliosi di trasformare un Paese ancora ingessato, a scendere in strada, con gli stivaloni e le pale portate da casa, per liberare e pulire la città. Gli Angeli del fango vennero definiti dai giornali e dalla televisione. Una scena del film La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, racconta mirabilmente quello che succedeva in mezzo al fango della Biblioteca Centrale di Firenze: due giovani, interpretati da Luigi Lo Cascio e Sonia Bergamasco, si incontrano e si innamorano mentre spalano la melma e ripuliscono i preziosi libri. Negli anni del film, che ripercorre la storia recente d’Italia, saranno uno psichiatra che applicherà la riforma Basaglia, un altro esempio illuminato della visione del Paese, e una pianista virtuosa che diventa terrorista, poi pentita. Due facce dell’inquietudine di una generazione che avrebbe fatto il Sessantotto con due approdi diametralmente opposti, ma con lo spirito di dare al proprio Paese per cambiarlo.
In quella melma, anche metaforica, dall’alluvione di Firenze in poi, l’Italia si è trovata molte volte. I terremoti di Friuli-Venezia Giulia e Irpinia, due capitoli del Quaderno di Symbola, in cui la reazione della popolazione è stata la medesima: grande solidarietà e partecipazione di volontari in tutta Italia, ma con organizzazione e effetti diametralmente opposti. Se il metodo Friuli-Venezia Giulia, il coinvolgimento del territorio e dei sindaci, aveva portato a una ricostruzione veloce e completa, l’approssimatività degli interventi in Irpinia, nonostante l’enorme partecipazione di popolo, aveva lasciato sul terreno ritardi e inefficienze, visibili ancora oggi, a quasi 50 anni dal terremoto. Tanto che l’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, in maniera del tutto anticonvenzionale, come era nel personaggio, sbottò in diretta televisiva contro l’inadeguatezza dei soccorsi. Il metodo Friuli e il disastro Irpinia furono però la molla, assieme alla tracimazione della diga in Valtellina del 1987, per la nascita della Protezione civile guidata da Giuseppe Zamberletti. La fine dell’improvvisazione, della pala e degli stivali portati da casa dai volontari, che sono comunque sempre rimasti, e l’inizio di una struttura organizzata, capace di intervenire tempestivamente e professionalmente durante le catastrofi. In Italia e in tutto il mondo. Dove la necessità chiama.
Come del resto l’esercito e la marina, in campo dai boat people vietnamiti salvati nel Mar della Cina Meridionale al terremoto di Haiti, primo impiego della portaerei Cavour, uno strumento di difesa utilizzato per solidarietà. Un’azione, quest’ultima, in cui i militari sono stati sostenuti dalle organizzazioni umanitarie e dai volontari, sempre presenti.
Il Quaderno di Symbola elenca altri casi emblematici. I bambini di Chernobyl, 360mila da Russia, Bielorussia e Ucraina, accolti dalle famiglie italiane. Tra questi, l’ex ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba, allora un bambino di dieci anni, ospitato in Irpinia, nella casa del maresciallo dei carabinieri Domenico Ventre come un terzo figlio. Quasi un intreccio simbolico in una sola storia. L’Irpinia del terremoto, i carabinieri, l’Ucraina oggi in ginocchio per l’invasione russa.
I pescatori di Lampedusa e la popolazione di Montefalco. I primi pronti a cambiare rotta per salvare quanti più migranti possibili nel Mediterraneo. I secondi, grazie alla Caprai del Sagrantino e alla Caritas, «capaci di trasformare le richieste d’asilo dei profughi, in lavoro, autonomia, nuova vita», come scrive il presidente della Fondazione Symbola Ermete Realacci nella sua introduzione al Quaderno. Casi non isolati. Dalla Calabria di Riace e Badolato fino ai vigneti delle Cinque Terre. «Sottovalutiamo la nostra forza», spiega Realacci. «Non siamo consapevoli del fatto che possiamo affrontare le debolezze del Paese, solo con la consapevolezza dei nostri punti di forza».
Come la capacità di unire l’impresa e la solidarietà. Gli imprenditori e i dipendenti. Nel Quaderno è raccontato come, nel 2018, operai e impresa, hanno scongiurato il pericolo che l’azienda beneventana Rummo venisse affondata da un’alluvione. O come Cab Terra, la cooperativa agricola di Ravenna, ha accettato di allagare i suoi terreni per salvare la città. O come ancora, l’invenzione della valvola Charlotte, durante la pandemia, grazie alla creatività e alle competenze di medici, imprese e centri di ricerca abbia trasformato una semplice maschera da sub venduta al Decathlon in un respiratore ospedaliero per i malati di Covid.
«Mi piace sottolineare», dice Realacci, «come l’intero Paese abbia uno spirito solidale. I cittadini, le imprese, lo Stato. Che ha organizzato le sue strutture per intervenire in Italia e in tutto il mondo, anche dove non abbiamo interessi economici, politici o culturali. Penso ai boat people del Vietnam nel Mar della Cina o ad Haiti, dove, a supporto di una popolazione poverissima e abbandonata, è intervenuta la nostra marina militare».
Il cuore in mano. Dagli Angeli del fango in poi. Cercando di trarre anche dalle tragedie insegnamenti per il futuro.








