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di Domenico Sturabotti e Tiziano Rugi   

Come evolverà il settore delle rinnovabili da qui al 2030? Che peso avranno le rinnovabili nel mix energetico? Assisteremo ad uno sviluppo lineare oppure dobbiamo attenderci una crescita esponenziale? Come si riadatteranno le industrie dei combustibili fossili?

Il percorso tracciato dalla transizione energetica verso la decarbonizzazione dei sistemi economici, insieme a quello per una nuova sicurezza energetica, è una strada senza ritorno. I modelli legati ai cambiamenti climatici confermano sempre più la necessità di dare un ruolo da protagonista a livello globale all’energia prodotta da tecnologie basate su fonti rinnovabili, destinate senza dubbio a coprire grandi percentuali dei fabbisogni energetici del Pianeta, sostituendo via via le produzioni da fonti fossili.

L’evoluzione verso uno scenario che vede la produzione di rinnovabili notevolmente incrementare la sua presenza a livello globale, non può prescindere da requisiti di sostenibilità a tutti i livelli: occorre innanzitutto che si tratti di una “just transition”, soprattutto nei confronti delle fasce sociali e delle regioni più vulnerabili. È necessario cioè che venga garantita la sostenibilità dei processi di decarbonizzazione sulle economie e sulle società, senza speculazioni e scossoni ma sempre nell’ottica della produzione di valore sostenibile.

La bussola da tenere sempre in considerazione è quella fornita dagli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 dell’ONU e dagli impegni assunti nelle COP (Conferences of Parties) in termini di riduzione della CO2, e su questo è necessario impegnarsi in una situazione densa di complessità.

In quest’ottica, le industrie che oggi operano prevalentemente nel mondo dei combustibili fossili hanno la possibilità di investire e convertire le loro attività (e i loro ancora ampi margini operativi) in maniera significativa dal punto di vista del business, fornendo un contributo essenziale al conseguimento degli obiettivi dell’Agenda 2030. Considerazioni, queste, che sono emerse, seppur con fatica alla COP 28 di Dubai.

Tutto ciò tenendo in considerazione che gli investimenti a livello globale per la transizione energetica al 2050 sono valutati in oltre 15 trilioni di dollari, dei quali 11 destinati alle energie rinnovabili.

Purtroppo si sta diffondendo una narrativa per cui la transizione ecologica è un costo troppo alto, a beneficio di una minoranza elitaria. Si tratta di una visione distorta e non sincera. Non sosterremo costi ma investimenti per un futuro migliore, anche sul piano socio-economico, che consentiranno alle economie più arretrate di saltare la fase della combustione “fossile” passando direttamente all’elettricità da fonti rinnovabili.

Gli sforzi, ingenti, messi in campo per rendere sempre più affidabile l’energia rinnovabile, concorrono a risolvere anche il nodo più generale della sicurezza e dell’indipendenza energetica: possiamo affrancarci dalla dipendenza dalle fonti fossili provenienti da aree del mondo politicamente instabili, abbracciando più intensamente la soluzione delle rinnovabili, ampiamente disponibili in natura, gratuite, direttamente convertibili in elettricità attraverso sistemi in grado di garantire l’energia (pulita) a tutti.

Quale tra le attuali tecnologie rinnovabili registrerà il maggior sviluppo da qui al 2030 e per quali motivi? Dove ritiene, invece, che ci si stia muovendo troppo lentamente?

Le tecnologie per la produzione di energia eolica e solare sono già oggi abbastanza mature e, salvo qualche break-through tecnologico oggi ancora lontano, sono destinate a costituire l’ossatura della decarbonizzazione nei prossimi due decenni.

I fenomeni di incremento dei prezzi delle materie prime e la cosiddetta “greenflation” che in questi anni limita fortemente lo sviluppo dell’eolico di grande taglia (sia onshore che offshore) condizioneranno ancora per diverso tempo i costi di realizzazione e quindi la remunerazione dei grandi investimenti in energie rinnovabili, producendo comunque elettricità a costi al megawattora decisamente competitivi rispetto a quella prodotta dalle fonti fossili.

Una serie di misure compensative, già in atto con diversi gradi di intensità (dall’IRA – Inflation Reduction Act negli USA, al Wind Power Action Plan dell’UE, oltre al supporto dei governi tedesco e spagnolo a parti importanti delle filiere nazionali dell’eolico in crisi) sono finalizzate a contenere la crescente egemonia cinese nelle tecnologie rinnovabili, fortemente sovvenzionata dal  governo di Pechino. Un primato dell’Oriente già raggiunto nel settore della produzione dei pannelli solari e delle batterie, che rischia di propagarsi al settore eolico, in certe parti ancora un fiore all’occhiello dell’industria europea.

Guardando al prodotto come cambieranno le tecnologie rinnovabili?. Tra le tecnologie emergenti, quali sono quelle destinate a prevalere da qui al 2030 e dove si stanno sviluppando?

È necessario che si punti con maggiore decisione a tecnologie degli accumuli e a reti di distribuzione dell’energia sempre più adeguate e capienti per le esigenze delle rinnovabili. Se vero che serve produrre più energia pulita per conseguire gli obiettivi Net Zero, è altrettanto vero che serve renderla sempre più compatibile col ruolo pivotale che gli spetta nel panorama energetico, lavorando di più sul tema, tutto tecnologico, della “non programmabilità” delle rinnovabili. La risposta naturale a tale esigenza sono, appunto, gli accumuli. Quindi, sistemi di accumulo sempre più avanzati e potenti, in grado di conservare l’energia prodotta dalle FER e dispacciarla sulla rete quando non sono disponibili le fonti eolica o solare.

Stime aggiornate valutano il mercato mondiale delle batterie per accumulo energetico in fortissima crescita nei prossimi anni in termini di valore economico, toccando 120-150 miliardi di dollari nel 2030 dai circa 50 miliardi di dollari previsti per il 2023. (Fonte: Mc Kinsey). Purtroppo, siamo ancora molto in ritardo nello sviluppo di questa indispensabile tecnologia, i progetti stentano a giustificarsi economicamente per le attuali ridotte possibilità di remunerazione, con il risultato che non stiamo progredendo. Occorre quindi impostare un quadro normativo-regolatorio specifico per gli accumuli capace di valorizzare le tecnologie che offrono flessibilità “decarbonizzata”, quali gli accumuli elettrochimici.

Quale ruolo sta avendo e avrà il digitale in questa trasformazione? In particolare tra le diverse tecnologie quali tra queste avranno maggiore impatto, e in quale ambito: intelligenza artificiale, Blockchain, internet delle cose, big data, smart grid, robotica?

Sviluppare reti “intelligenti” in grado di dialogare oltreché trasmettere, governando in maniera sempre più efficace il trasporto dell’energia prodotta dalle varie tecnologie di FER sarà fondamentale. Secondo il recentissimo Grid Action Plan della Commissione Europea, considerando che il 40% delle nostre reti di trasmissione ha più di quarant'anni e del raddoppio della capacità di trasmissione transfrontaliera previsto entro il 2030, servono 584 miliardi di € di investimenti.

Sul fronte delle reti, stiamo assistendo ad uno sviluppo non sufficientemente organico sia delle infrastrutture di rete che delle procedure di connessione, non allineate alla quantità di impianti rinnovabili da installare. I piani di sviluppo della rete già approvati sono stati spesso basati su obiettivi superati e non sempre corrispondono alle effettive richieste di connessione degli operatori del settore.

Come investitori nei settori eolico e fotovoltaico crediamo che uno sviluppo della rete adeguato alle sfide di decarbonizzazione, gestito in modo proattivo e commisurato al progresso delle rinnovabili non programmabili sia tra le maggiori priorità per il successo della transizione ecologica, insieme allo sviluppo dei sistemi di accumulo di energia. È inoltre importante che siano favoriti quegli investimenti, quali quelli di ibridizzazione (combinazione di eolico e fotovoltaico) che permettono un’ottimizzazione dello sfruttamento della rete e delle connessioni esistenti.

Quali nuove professionalità vede emergere nel settore? Quali saranno le figure professionali chiave? E che diffusione stanno avendo e quale avranno nel mercato del lavoro da qui al 2030?

Dal punto di vista delle professionalità, la nostra esperienza ci dice che il successo di un’azienda protagonista dei processi di transizione energetica ed ecologica in generale passa dalla capacità di trasformare le sensibilità “green” delle persone in capacità di operare professionalmente nel settore. È chiaro che da qui alla fine del decennio le professionalità che serviranno sono tutte legate all’applicazione delle nuove tecnologie. paradigma è semplice: più rinnovabili significa maggior benessere ambientale, lotta ai cambiamenti climatici ma anche ricadute economiche per i territori.  Riveste pertanto grandissima importanza la formazione e la preparazione delle professionalità necessarie a tale processo, primo indispensabile passo della transizione ecologica.

Il “fine vita” è sicuramente un campo di intervento sterminato, funzionale allo sviluppo integrato delle rinnovabili in un’ottica di sostenibilità legata all’economia circolare e che porterà alla nascita di nuove professionalità. In ERG abbiamo già affrontato il tema del prolungamento della vita produttiva dei nostri impianti di energia rinnovabile, in particolare eolica. Una serie di progetti e investimenti sul reblading, repowering e lifetime extension dei parchi, che hanno visto molte delle nostre persone acquisire nuove professionalità e competenze nei programmi che da pionieri ci vedono operare con successo per incrementare le nostre potenzialità di produzione di energia pulita.

Stiamo gestendo tutti i progetti di repowering con un obiettivo – ad oggi perfettamente rispettato – di completa circolarità. Gli aerogeneratori che abbiamo smontato, in perfetta efficienza, sono stati riutilizzati da un operatore specializzato che li ha ricollocati o utilizzati per ricambi. Ad oggi abbiamo quindi rispettato il principio di priorità al riuso, secondo la “gerarchia” dell’economia circolare.

In parallelo, stiamo affrontando pure il tema del riciclo propriamente detto, in caso di criticità nella reinstallazione completa degli aerogeneratori in un futuro di medio termine. Insieme ai principali energy operators in Italia, siamo in una fase avanzata dello studio di fattibilità per un impianto di riciclo delle pale eoliche, unico elemento dell’aerogeneratore ad oggi non riciclabile per via del materiale composito con il quale è costruito. L’impianto è una delle prime installazioni in Italia di questo tipo, certamente la prima nel sud Italia, quindi vicino ai luoghi di installazione dei parchi eolici.

Da qui al 2030 quali barriere allo sviluppo delle rinnovabili la preoccupano di più e perché?

Il tema della resistenza dei settori tradizionali, potenzialmente in grado di mettere in discussione tutti i progressi fatti sino ad oggi in ambito di sostenibilità energetica, assume oggi un maggiore rilievo, stando agli esiti della COP 28 di Dubai. Mentre sono unanimemente confermati gli obiettivi “net-zero” di lungo termine, trapela un tentativo di “svicolare” da impegni concreti di superamento dell’utilizzo di combustibili fossili, così come dalla fissazione di indispensabili obiettivi di medio termine, vera cartina di tornasole per il conseguimento del risultato finale.

In primo luogo, incide negativamente il nodo del permitting, specialmente nel caso dell’eolico, caratterizzato da tempi medi di autorizzazione troppo lunghi, 5-6 anni. In quasi tutta Europa, le procedure autorizzative necessitano di essere snellite ed accelerate, applicando il principio dell’” interesse pubblico prevalente” delle rinnovabili rispetto ad altre esigenze. Non giova inoltre il contesto di incertezza regolatoria causata dall’introduzione di diverse imposizioni fiscali (clawback measures, tra cui in particolare i cap inframarginali) che hanno frenato lo sviluppo delle rinnovabili, andando paradossalmente a colpire proprio gli operatori di questo settore.

Vi è poi il tema delle aste FER, indispensabili ma fino ad oggi poco efficaci poiché dotate di tariffe a base d’asta inadeguate ai costi effettivi delle tecnologie, in particolare di quella eolica. Recentemente, in Italia la tariffa a base d’asta è stata adeguata all’inflazione, tuttavia il suo valore complessivo rimane comunque inferiore alla soglia di accettabilità. Occorre quindi che il Governo renda attuativo il programma di aste per il periodo 2024-2028, con tariffe davvero allineate ai costi effettivi delle tecnologie, sulla scorta di quanto già effettuato in Francia e Germania.

In parallelo allo sviluppo delle reti, occorre prioritariamente rivedere le procedure di connessione, oggi non commisurate alla dimensione industriale dei progetti FER sottostanti. Tali inefficienze portano da una parte alla stratificazione di richieste di connessione “dormienti”, dall’altra a proposte di connessione da parte gestore di rete inutilmente costose, complesse e lunghe.

In questa riorganizzazione del sistema che ruolo può giocare l’Italia, soprattutto in quali segmenti può giocare la sua partita?

L’Italia è una piccola potenza industriale, è uno stato di fatto di cui siamo tutti ben consci, anche negli schemi dell’industria green. Qualunque ruolo possa giocare, deve farlo nell’ottica del contributo che può dare a livello quantomeno continentale. Tuttavia non dobbiamo sottovalutare la posizione strategica al centro del Mediterraneo, che fa dell’Italia il “Paese del sole”, paradigma dello sviluppo sostenibile in campo energetico attraverso il fotovoltaico.

Sono pure da valorizzare meglio le immediate potenzialità di sviluppo offerte dal repowering degli impianti eolici esistenti, fiore all’occhiello del piano industriale di ERG per l’Italia. In parallelo, occorre avviare concretamente la filiera dell’eolico offshore galleggiante, tecnologia promettente in un futuro sempre più prossimo, anche per le competenze specifiche del nostro paese nelle tecnologie marittime.

Il progetto, la realizzazione e poi la conduzione di tali tecnologie costituiscono anche una grande potenzialità di costituzione di una filiera di eccellenza nazionale, ancora non del tutto sfruttata, se si considera ad esempio il know-how sullo sviluppo, nonché sulle attività connesse alla componentistica e all’installazione. In quest’ottica, davvero ci possiamo candidare a diventare uno degli hub energetici più importanti per l’Europa e per il bacino del Mediterraneo. Serve però dare risposte all’esigenza che emerge da tutti i fronti di abbattere le barriere di cui si diceva prima.

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