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La messa in sicurezza dei rifiuti nucleari è per l'Italia un problema gravissimo, annoso, di non facile soluzione. I circa venti siti di stoccaggio presenti nel Paese sono in condizioni assolutamente inadeguate. A cominciare da quello di Saluggia, più volte a rischio di grave catastrofe nucleare per le alluvioni che lo hanno coinvolto. E la Sogin, responsabile del decornmissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione di tutti i rifiuti radioattivi prodotti, si è dimostrata incapace di affrontare in tempi certi la questione. Nonostante i molti miliardi che a tale scopo in questi decenni sono stati prelevati dalle bollette elettriche dei cittadini. Chiedere rigore e trasparenza nelle scelte, a cominciare dai criteri per l'individuazione dei siti per lo stoccaggio e la messa in sicurezza, è il minimo sindacale.

Se la carta dei siti (Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee) non ha mai visto ufficialmente la luce, nonostante i tanti impegni presi, è per motivi politici e di consenso. Anche tra coloro che, giustamente, ne chiedono la pubblicazione, molti sarebbero in prima fila nel contrastare una scelta che interessasse il loro territorio. Forse è utile un approccio diverso. Partire innanzitutto dalla conferma che, come Italia, non produrremo più scorie ad alta attività, le più pericolose, che vanno gestite in sicurezza per tempi superiori ai centomila anni, paragonabili alla distanza che ci separa dalla comparsa dall'uomo di Neanderthal. Il problema di queste scorie non è risolto in nessun Paese del mondo: c'era grande sprezzo del pericolo e del ridicolo nella dichiarazione del governo e di Sogin che nel 2003 presentarono il deposito di Scanzano Jonìco come una soluzione definitiva anche per scorie nucleari estere. Siamo usciti dal nucleare civile grazie ai cittadini con i referendum del 1987 e 2011. E oggi il nucleare è fuori gioco in tutto l'Occidente, mentre in altre aree del mondo le centrali nucleari sono spesso legate a esigenze militari.

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I limiti di chi decide, le prospettive e le soluzioni nei siti già attivi - Ermete Realacci | Corriere della Sera

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