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Beneficio collettivo «Nel 2024 stimati 112,6 miliardi di valore aggiunto». E l'Italia in questo è un'eccellenza. Solo nel 2024, tra imprese, istituzioni del terzo settore e pubblica amministrazione, la filiera culturale e creativa ha generato 112,6 miliardi di euro di valore aggiunto, registrando un + 2,1% rispetto all'anno precedente e + 19,2% rispetto al 2021. In questo settore, tra specialisti, tecnici e creativi, lavora più di un milione e mezzo di persone. Si tratta di un vero e proprio sistema produttivo composto da quasi 289 mila imprese (+ 1,8% nel corso dell'ultimo anno) e da circa 27.700 organizzazioni senza scopo di lucro pari al 7,6% delle realtà no profit in Italia. Anche di queste cifre si è ragionato lo scorso 18 ottobre al teatro alla Scala di Milano nell'ambito di un grande evento dal titolo «Futura-Nuovi sguardi per la Cultura», che ha visto la presenza, tra gli altri, del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, del Presidente del Senato, Ignazio La Russa, del card. José Tolentino de Mendonca, prefetto del Dicastero per la Cultura e l'Educazione vaticano, nonché un videomessaggio di Glenn Micallef, commissario europeo per la Cultura. È intervenuto al convegno anche Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola, che il 25 novembre presenterà l'edizione 2025 del rapporto annuale «lo sono Cultura», realizzato in collaborazione con Unioncamere, Istituto Tagliacarne e Deloitte. Lo abbiamo intervistato. Presidente, è per questo che si può parlare di una "economia della Cultura"? «Certo! È stato calcolato che ogni euro prodotto nell'ambito della cultura ne genera altri 1,7 in settori connessi quali il turismo ed i trasporti. In totale, quindi, il valore generato direttamente o indirettamente dalla cultura, tutto compreso, sfiora i 303 miliardi di euro pari a115,5% dell'intera economia nazionale. Del resto, l'Italia, che con i suoi 61 siti guida la classifica del Patrimonio mondiale dell'Unesco, è il Paese più "alla moda" ed offre il miglior cibo ed abbigliamento, mentre i prodotti "made in Italy" occupano stabilmente la terza posizione nelle preferenze dei consumatori a livello mondiale, ragion per cui il nostro export contribuisce a circa un terzo del PIL nazionale. A volte si tende ad ignorare od a sottovalutare tutto questo, invece c'è chi, già in passato, ha colto il cuore della questione, vero? «Certo, perché in Italia, oltre ad una questione d'identità, c'è storicamente una tendenza a collocare le proprie produzioni in un contesto in cui la scommessa della qualità e della bellezza risulta determinante. Non a caso lo storico dell'economia CarErmete Realacci, presidente di Fondazione Symbola lo Cipolla ha evidenziato come la missione dell'Italia sia quella di produrre all'ombra dei campanili cose belle, che piacciono al mondo. Ed anche l'economista americano John Kenneth Galbraith, nel 1983, ha scritto: "L Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura; città come Milano, Firenze, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti, possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza. Molto più che l'indice economico del PIL, nel futuro il livello estetico diventerà sempre più decisivo per indicare il progresso della società". Lo stesso Presidente Ciampi diceva sempre che l'articolo più originale della nostra Costituzione è il numero 9, perché colloca la difesa del patrimonio storico ed artistico assieme alla promozione della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, il che ha molte declinazioni e chiama in causa anche l'economia e le imprese».

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Il 25 novembre il Rapporto di Symbola | Mondo Padano

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