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Correva l’anno 1788 e Wolfgang Goethe, nel resoconto dei suoi due anni di Grand Tour in Italia, elogiava la capitale borbonica sotto il Vesuvio per «quanta cura raccattano lo sterco di cavalli e di muli!». Era anche un affare non da poco, perché lo vendevano come compost ai contadini. Ma la raccolta della spazzatura napoletana non ammetteva trasgressioni anche per la sfilza di epidemie che falcidiavano gli italiani, pena la galera.

Basta leggere il precisissimo decreto del Prefetto della Polizia di Napoli, Gennaro Piscopo che quell’anno imponeva, per la prima volta in una città europea, l’obbligo di legge di mantenere le strade pulite: «Tutti i possessori, o affittuari di case, di botteghe, di giardini, di cortili, e di posti fissi, o volanti, avranno l’obbligo di far spazzare la estensione di strada corrispondente al davanti della rispettiva abitazione, bottega, cortile, e per lo sporto non minore di palmi dieci di stanza dal muro, o dal posto rispettivo e che questo spazzamento dovrà essere eseguito in ciascuna mattina prima dello spuntar del sole, usando l’avvertenza di ammonticchiarsi le immondezze al lato delle rispettive abitazioni, e di separarne tutti i frantumi di cristallo, o di vetro che si troveranno, riponendoli in un cumulo a parte…ed inoltre divieto di gettare dai balconi materiali di qualsiasi natura».

A Napoli, si sa, gli estremi si toccano e tutto poi annegò nell’emergenza spazzatura più nera finché, in tripudio di bandiere tricolori e mentre la fanfara dei Bersaglieri suonava ’o Sole mio, l’allora premier Silvio Berlusconi ad Acerra inaugurò il termovalorizzatore che smaltisce 600 mila tonnellate all’anno di rifiuti urbani. Fu costruito manu militari come «interesse strategico nazionale» dall’allora capo della Protezione civile Guido Bertolaso, sostenuto dal sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, e dal governatore della Campania Antonio Bassolino.

Oggi a Roma la storia si ripete, e la conquista della normalità è un sogno che fa riecheggiare le Satire di Giovenale, l’insonne e furibondo poeta latino che mise in rima la caotica Città Eterna di duemila anni fa con versi di questa eleganza: «O Roma abbi pietà […] devo superare l’alto sentiero scosceso della Suburra e le pietre del selciato sudicie…I piedi rimangono piantati nel fango…Le vie di Roma sono talmente intasate, che una passeggiata si può pagare con la vita…». Beh, venti secoli dopo, l’epitaffio vale sempre sia in centro che soprattutto in periferia. Roma è da anni uno straziante museo italiano di spazzatura all’aperto, oggi esposto alle alte temperature e regno di zanzare e gabbiani, topi e scarafaggi, cinghiali, nella disperazione di chi vive a pochi metri dai cassonetti e dagli avanzi di cibo non ritirati. Eppure, pensavamo di averle viste tutte nell’era Raggi, ma l’emergenza è sempre lì, in una Roma che produce ogni anno 1,7 milioni di tonnellate di rifiuti urbani.

Sull’orizzonte della spazzatura romana c’è il termovalorizzatore, tutto da costruire ma che ha il supporto anche del comitato di cittadini e tecnici “Daje”, fortemente voluto da Chicco Testa presidente di Assoambiente, che rappresenta le imprese dei servizi ambientali della circular economy. Lo scontro termovalorizzatore si – termovalorizzatore no è in corso. Ma l’emergenza è drammatica e i fatti, per dirla con George Bernard Shaw, «sono argomenti testardi». In Europa sono oggi attivi 492 impianti di recupero energetico che gestiscono circa 100 milioni di tonnellate di rifiuti. E l’obiettivo europeo di riciclo è il 65% con il 35% di recupero di energia e la progressiva fine del ricorso alla discarica.

L’impianto per chiudere il ciclo dei rifiuti nella Capitale, prevede il recupero ogni anno di energia elettrica e termica da circa 600-700.000 tonnellate di rifiuti non altrimenti riciclabili, evitando il loro smaltimento in discarica e coprendo il consumo elettrico di circa 400.000 famiglie romane, un terzo del totale, aggiungendo anche servizi di teleriscaldamento e teleraffrescamento. Esattamente come fanno i termovalorizzatori europei e i 37 in funzione in Italia, in prevalenza al Nord – 26 impianti di cui 13 in Lombardia e 7 in Emilia Romagna-, 5 al Centro e 6 al Sud che complessivamente trattano 5,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e speciali da urbani all’anno, producendo 4,6 milioni di Mwh di energia termica e rinnovabile che copre il fabbisogno di 2,8 milioni di famiglie. In più, eliminando dal nostro spettacolare paesaggio centinaia di piccoli e grandi fonti di inquinamento come tante discariche che sono solo accumuli di spazzatura di ogni tipologia.

Roma dotandosi dell’impiantistica necessaria e riavviando una raccolta differenziata degna di questo nome, recuperando anche proposte di buonsenso di chi si oppone al termovalorizzatore e soprattutto avviando la sua municipalizzata verso una riconversione industriale, spenderebbe meno di quanto spende adesso per esportare i suoi rifiuti in Italia e all’estero facendo pagare ai romani circa 150 milioni di euro l’anno. Ma le condizioni di emergenza oggi richiederebbero soluzioni immediate, anche manu militari, per un minimo di decoro urbano. Roma è pur sempre anche la Capitale d’Italia!

Fuori Roma c’è l’altra faccia dell’Italia del riuso dei rifiuti che emerge come la superpotenza europea dell’economia circolare, con la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti raccolti con il 76%, lasciando la Francia al 56%, il Regno Unito al 50%, la Germania al 43%. In più, siamo uno dei pochi Paesi europei ad aver migliorato dal 2010 le prestazioni con un +8%, come indicano i report annuali Fondazione Symbola-Comieco. È l’eredità dei cromosomi di un Paese povero di materie prime e che dal Medioevo ha dovuto imparare a riutilizzare e a riciclare, costruendo filiere industriali di settore sempre più integrate, intelligenti ed efficienti. Dai rottami di Brescia agli stracci di Prato alle cartiere della Lucchesia, i processi obbligati sono diventati l’industria del futuro, e il comparto oggi schiera 4.800 imprese con 236.365 occupati e un valore aggiunto di 10,5 miliardi. Dal 2014 la produzione di materiale riciclato – carta, imballaggi, legno, plastica e bioplastica, olii esausti, inerti, vetro e persino acciaio – è aumentata complessivamente di oltre il 13%, con il recupero di oltre il 70% dei rifiuti urbani e speciali-industriali, un tasso di utilizzo di materiali riciclati del 21,6% (media Ue 12,8%). Insomma, incredibile ma vero, abbiamo raggiunto con anni di anticipo i target europei di riuso del 70% fissati al 2030. Restiamo ancora sotto la media europea nella raccolta di pile e soprattutto dei rifiuti domestici.
Per capire il perché dell’allergia al corretto smaltimento della spazzatura urbana in mezza Italia, basta aprire il Green Book 2023 di Utilitalia e farsi un’idea dello stato della transizione dei comuni italiani verso l’economia circolare.

La cronica carenza di impianti di trattamento da Roma in giù, non solo accumula ovunque per strada e fuori città spazzatura ma aumenta la tassa, la Tari, che deve finanziare i costi del servizio di raccolta e smaltimento. Le criticità sono soprattutto nel cuore della politica, essendo il servizio in carico ai comuni per mancate o deboli o conflittuali governance locali, e per soluzioni industriali sempre da individuare. La stessa fotografia 2023 è stata scattata da Ispra, Enea, Ancitel Energia e Ambiente, ed evidenziano la necessità di riciclare entro il 2025 almeno il 55% dei rifiuti urbani per poi salire al 60% nel 2030 e al 65% entro il 2035, lasciando in discarica il 10%. Ma al momento tutto gira al contrario, i rifiuti urbani aumentano no limits e la capacità di smaltimento diminuisce. Se nel 2021 la produzione pro-capite nazionale di rifiuti urbani è aumentata del 3% sul 2020 con 502 kg/ab, la percentuale di riciclo è rimasta inchiodata ben sotto il 50%.

L’analisi delle 2.499 gare per l’affidamento dei servizi nel periodo 2014-2022 apre scenari che confermano difficoltà e ritardi. La quasi totalità delle gare, l’87%, è bandita per l’affidamento del servizio a un solo Comune non prendendo in considerazione raccolte e economie di scala, l’85% delle gare per l’affidamento delle gestioni ha una durata di meno di 5 anni, il 67% delle gare sono al Sud dove però la carenza di gestori industriali e la presenza di deficit impiantistici non consente la chiusura del ciclo e così aumentano il solo costo dell’export di monnezza fuori regione per circa 1,3 milioni di tonnellate all’anno – oggi sono autosufficienti solo il Nord e la Sardegna -, e ovviamente la Tari che al Sud è la più alta d’Italia con 368 euro/abitante nel 2022, staccando il Centro a 335 euro e il Nord a 276 euro.

Se tutti concordano sull’evoluzione industriale del comparto verso il modello di economia circolare con il pieno utilizzo delle materie prime seconde, gli impegni concreti restano sulla carta e mancano i fondi. Nel mitologico PNRR le linee di investimenti programmate incentivano la circolarità con 2,1 miliardi per il miglioramento dei sistemi di raccolta e gestione. Ma la stima di Utilitalia del fabbisogno impiantistico al 2035, per rispettare gli obiettivi Ue, è di 5 miliardi per il trattamento della frazione organica e il recupero energetico delle frazioni non riciclabili, più 1,2 miliardi per l’incremento della raccolta differenziata, più 600 milioni per strutture dedicate al residuale in discarica del 10%. Nel complesso un gettito di circa 7 miliardi. Si spera nella rimodulazione del PNRR.

Occhio però alla Toscana. La nuova frontiera dell’innovazione del settore dello smaltimento rifiuti sarà sperimentata dalla neonata nuova grande multiutility pubblica per la gestione dei rifiuti, energia elettrica e servizio idrico integrato. Il più ambizioso riassetto del settore dei servizi pubblici nella regione nasce con la novità dell’impiantistica waste-to-chemical che processerà 256mila tonnellate all’anno di rifiuti non riciclabili e produrrà 125mila tonnellate all’anno di metanolo e 1.400 tonnellate all’anno di idrogeno verde. La tecnologia di conversione chimica MyRechemical consentirà di recuperare carbonio e idrogeno contenuti nei rifiuti attraverso un processo di conversione chimica in gas di sintesi. Il metanolo sarà utilizzato come combustibile green per la mobilità sostenibile e materia prima seconda nell’industria manifatturiera, e l’idrogeno nei processi industriali per de-carbonizzare le industrie energivore e hard-to-abate. «Spingeremo ancora più avanti i limiti della capacità di recuperare materia dai rifiuti con più tecnologia e la massima innovazione», promette l’amministratore delegato della Multiutlity Alberto Irace.

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Il ciclo dei rifiuti tra eccellenze e inefficienze: da Roma in giù è un altro Paese, al Nord la gestione è ‘europea’ - Erasmo D'Angelis | Il Riformista

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