Realacci (presidente della Fondazione): «Siamo leader nell`economia circolare, meglio di Francia e Germania»
Cala il sipario sul Seminario Estivo della Fondazione Symbola. All`indomani della chiusura della XXIV edizione da lei presieduta, cosa resta, Ermete Realacci? «Resta la sensazione che realtà diverse, professionisti ed eccellenze di diversa provenienza sono tutte d`accordo sul fatto che bisogna rafforzare la percezione che gli italiani hanno del loro stesso Paese». Gli italiani si confermano, insomma, un popolo di esterofili? «Purtroppo sì, basti pensare che in un lavoro che abbiamo portato avanti con Ipsos per capire questo spread della percezione, solo l`Italia ha la popolazione che si percepisce peggio di quanto è considerata all`estero. È un nostro record». Eppure di record ne avremmo altri, e più lusinghieri. «Siamo ai primi posti nell`agroalimentare, nella meccatronica. Addirittura siamo avanti di 30 punti rispetto alla media continentale, per quanto riguarda il recupero dei materiali e nell`economia circolare, facendo meglio di Francia e Germania. E quando lo diciamo, gli italiani non credono alle nostre parole. Tutto ciò fa ridere. Ma anche no». Ma allora cos`è che non va? «In questi due giorni del Seminario, abbiamo parlato dei principali problemi che attanagliano il Paese, dalla burocrazia che rallenta eccessivamente l`intero processo produttivo, all`illegalità, al debito pubblico, a parti del Paese che restano indietro. Ma queste debolezze vanno affrontate. Anche in questo occorre voler bene all`Italia, ecco perché parlo di patriottismo dolce, cioè del bisogno di rafforzare la nostra identità partendo dai nostri punti di forza». Uno dei modi è stato quello di premiare 100 artigiani da tutta Italia. «Il riconoscimento era per aver dimostrato capacità di innovazione tecnologica e lo abbiamo previsto all`interno dell`iniziativa `Artigianato, futuro del Made in Italy`. Una sorta di artigianato aumentato che integra la tradizione manifatturiera italiana con tre fattori chiave, vale a dire: design, sostenibilità e innovazione. Del resto, per dirla con Papa Francesco, "siamo chiamati ad essere creativi, come gli artigiani, forgiando percorsi nuovi ed originali per il bene comune"». C`è un dato che meglio di altri fotografa la situazione italiana in questo momento, per quanto concerne la competitività con gli altri Paesi europei, nel lavoro? «Le nostre imprese soffrono nell`essere competitive, per i costi alti che pagano per l`energia. A inizio millennio, la Germania aveva il 5% di energia dalle fonti rinnovabili, ora ha il 60%. Noi eravamo al 15% e ora siamo al 40%. Considerando anche quanto sia meno costosa di altre fonti, è evidente che altre nazioni, fra cui anche la Spagna, corrono più di noi e ci battono sul mercato perché il prezzo finale del prodotto sarà più basso». La competizione non potrebbe però spingere a innovazioni, a nuove idee, insomma non potrebbe essere quasi «produttiva»? «In realtà io penso che ad essere un formidabile fattore produttivo sia invece la coesione. L`incrocio tra imprese, comunità, territori, innovazione e bellezza è fondamentale per la nostra economia e per il Made in Italy». Tornando al Seminario, come si sintetizzano 10 appuntamenti, 100 contributi, oltre 20 ore di dibattito e confronto sul lavoro e su questo patriottismo dolce? «Mi piace prendere in prestito le parole dello storico dell`economia Carlo Cipolla: "Gli italiani sono abituati a produrre, fin dal Medioevo, cose belle che piacciono al mondo, all`ombra dei campanili". Chiamare a raccolta i nostri talenti, premiarli, sostenerli è la sfida che tutti noi dobbiamo raccogliere».







