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di Fondazione Symbola e MASAF

Dal punto di vista storico e artistico, sono tantissimi gli ambiti in cui la Toscana si è distinta col passare dei secoli. D’altronde ha dato i natali a illustri personaggi, come Dante Alighieri e Leonardo da Vinci, Michelangelo e Galileo Galilei, Meucci, Puccini, Ciampi… Poeti, scrittori o musicisti, ma anche scienziati, inventori, politici. Eppure la Toscana ha anche un’altra faccia, sempre conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, ma forse meno raccontata. È la Toscana delle foreste e dei boschi, delle sterminate colline – come quelle del Chianti dove nasce il famosissimo vino DOP – e di imponenti montagne. Territori meravigliosi e senza tempo, che dai 2.054 metri d’altezza del Monte Prado scendono giù fino al mare, lungo una costa talvolta tinta di verde dai Pini Marittimi, come nel caso della Pineta del Tombolo.

Foreste e Boschi

La superfice della Toscana si sviluppa in 22.987 kmq. Di questi, quasi la metà è ricoperta da foreste, ovvero 11.897 kmq, che ne fanno la seconda regione italiana per superficie forestale totale dopo la Sardegna. Qui spiccano per diffusione querceti come il cerro e la roverella, insieme a specie come il castagno, il faggio e l’abete. Spostandoci invece verso il Mediterraneo, troviamo una grande diffusione di lecci, pini e cipressi. In questi territori spiccano le foreste e i boschi del Casentino, dominate dal faggio e dall’abete, riconosciute Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO. Proprio per preservare le straordinarie caratteristiche storico-naturalistiche delle foreste del Casentino, dal 1993 quest’area dell’appennino tosco-romagnolo è tutelata dal Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. Qui la grande varietà faunistica permette di incontrare specie di notevole interesse come il lupo o l’aquila reale, insieme alla presenza di mammiferi come cervi, daini, caprioli e mufloni. Tale varietà è concessa anche dall’elevata diffusione di boschi di alto fusto (che nei più di 5 mila ettari delle Foreste Casentinesi diventano foresta secolare) e di piante dalle notevoli dimensioni, insieme ad una vegetazione variegata che permette l’esistenza di ambienti diversificati. Altri elementi floristici tipici sono rappresentati dai boschi di faggio e acero montano, insieme a boschi in cui convivono faggi, aceri, frassini, olmi e tigli. Foreste e boschi del Casentino sono un esempio di convivenza tra uomo e natura, come testimoniato non solo dai borghi, ma anche e soprattutto da due santuari di grande fama come La Verna e Camaldoli, rispettivamente nel piccolo comune di Chiusi della Verna (AR) e nel comune di Poppi (AR). Proprio il Monastero di Camaldoli ha contribuito a formare il paesaggio naturale circostante: in molte aree forestali d’Italia, a differenza di come si crede, la naturalità del paesaggio non è innata, ma frutto anche dell’oculata e responsabile azione dell’uomo. Storicamente nel nostro Paese i monaci furono protagonisti della cura del territorio occupandosi delle opere di bonifica, della manutenzione dei corsi d’acqua e delle foreste, che spesso contribuirono ad accrescere. Le grandi foreste di abeti che circondano il Monastero di Camaldoli rappresentavano per i monaci una merce preziosa: i tronchi d’abete infatti sono stati utilizzati per secoli nella costruzione e restauro dei palazzi di Firenze. Se nelle aree interne dell’Appennino i boschi sono formati da faggi, abeti e querce, avvicinandosi al mare la vegetazione cambia. Nel tratto di costa tra le province di Pisa e Lucca si estende, per 23.000 ettari, un complesso sistema di dune, macchia mediterranea, aree palustri, pinete (formate da pini domestici e pini marittimi) e boschi dove gli alberi più comuni sono il leccio, il pioppo, l’ontano e il frassino, che ricadono nel Parco Naturale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli.

Alberi Monumentali

Gli alberi monumentali censiti in Toscana sono 77, di questi 17 crescono all’interno di piccoli comuni. A differenza di altre regioni, dove tra gli alberi monumentali si osserva la prevalenza di poche specie, il paesaggio descritto permette di registrare una grande varietà tra i monumenti verdi toscani. Tra questi figurano il platano, il leccio, la quercia, l’acero, il bagolaro, l’ippocastano, il castagno, le sequoie, il tiglio selvatico e il cipresso. Proprio a questa ultima specie appartengono i cipressi di Triboli a San Quirico d’Orcia, piccolo comune della provincia di Siena. Situati ad un’altitudine di 261 metri, questi alberi si trovano all’interno della Val d’Orcia, paesaggio proclamato Patrimonio UNESCO e composto da distese di vigneti, oliveti, castagneti e, appunto, cipressi, intervallati da rocche, case rurali e borghi medievali. I cipressi di Triboli si trovano a ridosso della valle dell’Ombrone, in un’atmosfera intima e silenziosa: sono composti da 136 elementi non di alto fusto, accompagnati da un insieme di altri 60 esemplari circa, più giovani. Questi cipressi rappresentano un vero e proprio simbolo della Toscana e sono stati censiti come monumentali per il loro elevato pregio paesaggistico. Caratteristica questa che riscontriamo anche nel leccio dei Cappuccini a Montevarchi (AR), che aggiunge ai suoi criteri di monumentalità anche età/dimensioni e valore storico, culturale e religioso. Si tratta infatti di uno dei più grandi e antichi lecci del nostro Paese, situato appunto nel piazzale del convento dei Cappuccini che sovrasta la città di Montevarchi. Le leggende legate a questo albero monumentale riguardano soprattutto il patrono d’Italia, tanto da essere conosciuto anche come “il leccio di San Francesco”. Questo perché la storia più famosa legata alla sacralità del luogo racconta la possibilità che l’albero si sia sviluppato a partire da un bastone che San Francesco piantò durante uno dei suoi pellegrinaggi. Nel piccolo comune di Abetone Cutigliano (PT), cresce invece un’imponente abete bianco di quasi 300 anni che ha raggiunto i 46 metri di altezza. Bisogna spostarsi nella provincia di Lucca, a Capannori, per incontrare la quercia di Villa Carrara: si tratta di una roverella che si distingue sia per la sua età stimata di 600 anni, sia per la conformazione dei rami lunghi e tortuosi. Proprio la particolarità dei rami ha fatto nascere numerose leggende che legano la quercia di Villa Carrara alle streghe: le storie popolari raccontano infatti che si radunassero sui rami della roverella per dare vita a feste notturne, modificando così con il proprio peso la conformazione della quercia. Altra interessante leggenda è legata a Carlo Collodi: si dice infatti che proprio dalla Quercia di Villa Carrara lo scrittore abbia trovato l’ispirazione per descrivere l’impiccagione del burattino protagonista del celebre romanzo. Per questo motivo è conosciuta anche come “Quercia di Pinocchio”. Impossibile non citare infine la quercia delle Checche (nome utilizzato nella regione per indicare le gazze) nel piccolo comune di Pienza, in provincia di Siena, primo albero d’Italia a diventare monumento verde nel 2017, dando il via al processo di tutela degli alberi monumentali del nostro Paese, grazie al forte attivismo della comunità locale.

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