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di Fondazione Symbola e MASAF

In un territorio attraversato dal Fiume Tevere, che va dai Monti della Tolfa al Golfo di Gaeta e dagli Appennini alle coste del Mar Tirreno, il Lazio ospita paesaggi montani a marini, ampie valli pianeggianti e colline. Nella parte più interna, sui Monti della Laga, si trova la cima più alta della regione, con il Monte Gorzano che raggiunge i 2.458 metri di altezza, mentre man mano che si scende verso il mare il paesaggio diventa dapprima collinare e poi, avvicinandosi al Tirreno, si aprono ampie pianure coltivate. Nella regione sono presenti anche numerosi laghi di origine vulcanica, come quelli di Albano e Nemi, nel parco dei Castelli Romani, e quelli di Bracciano e Martignano, a nord di Roma. Di fronte al promontorio del Circeo si trovano invece le acque cristalline delle isole pontine.

Foreste e boschi

Il Lazio si espande per 17.232 kmq e di questi 6.481 sono occupati da foreste e boschi. Una delle più note foreste della regione è la faggeta del Monte Cimino, nel comune di Soriano nel Cimino (VT), estesa per 58 ettari e patrimonio dell’umanità dal 2017, quando è stata inserita nel sito UNESCO “Antiche faggete primordiali dei Carpazi e di altre regioni d'Europa”. I romani, che la chiamavano Silva Ciminia, consideravano la foresta un luogo spaventoso e impenetrabile, tanto che Tito Livio, nell’Ab Urbe Condita, raccontando delle guerre tra romani ed etruschi usa queste parole per descrivere la foresta: “In quel tempo la selva Ciminia era più impervia e spaventosa di quanto non siano di recente sembrate le foreste della Germania, e fino ad allora non l'aveva mai attraversata nessuno”. Oltre agli splendidi alberi di faggio secolari, una delle attrazioni della foresta è la rupe tremante, un masso di trachite che misura 8 metri di lunghezza e 6 di larghezza, per un peso complessivo di 250 tonnellate, chiamato così perché si trova in bilico su uno sperone di roccia. Conosciuto anche come sasso naticarello o sasso menicante, il masso è stato eruttato dal Vulcano Cimino quando questo era ancora in attività e viene citato da Plinio il Vecchio, che lo chiama “miracolo della natura” nel suo Naturalis Historia. Altro bosco laziale degno di nota è quello di Macchia Grande, nel comune di Manziana (RM), una distesa verde di 580 ettari. Qui l’albero dominante è il cerro, con esemplari che raggiungono i 40 metri di altezza, ma vi sono anche il farnetto, l’olmo, l’acero, il carpino e l’orniello. Tra gli arbusti figurano invece il pungitopo, l’agrifoglio e rose selvatiche. Il bosco è quel che rimane dell’antica Silva Mantiana, un’enorme foresta che al tempo dei romani si estendeva dal Lago di Bracciano fino ai Monti Cimini. Accanto al Bosco di Macchia Grande si trova la Caldara di Manziana, un ambiente paludoso formato dall’acqua che sgorga dalla terra e fuoriesce insieme a idrogeno solforato, anidride carbonica ed altri gas. In prossimità della Caldara cresce un boschetto di betulle bianche, alberi rari da trovare a queste latitudini, mentre gli altri alberi presenti sono il castagno, il carpino e l’ontano. A Fregene (RM), località balneare poco distante dalla Capitale, la mano dell’uomo ha creato un ecosistema unico e prezioso. A poche centinaia di metri dal mare si trova infatti la Pineta di Fregene, realizzata nel 1666 per volere di Papa Clemente IX, che fece piantare gli alberi per assorbire l’acqua stagnante. Nella pineta si trovano diversi esemplari di pino domestico tra i più vecchi mai censiti. Quest’albero infatti difficilmente raggiunge i 150 anni d’età, ma nella pineta di Fregene sono stati censiti diversi esemplari di oltre 200 anni. Dal 2014 la Pineta monumentale è intitolata al celebre regista Federico Fellini, che vi era molto affezionato e che la usò come location per film come Lo Sceicco Bianco e La Dolce Vita.

Alberi Monumentali

Nel Lazio soltanto una esigua minoranza di alberi monumentali censiti si trova all’interno di piccoli comuni: 47 su un totale di 161. Ad Acquapendente – comune che supera di poco la soglia dei 5mila abitanti, in provincia di Viterbo, si trova un gruppo di cerri monumentali che costituiscono una rara testimonianza di una particolare architettura vegetale ormai in disuso. Questi alberi formavano infatti un roccolo, una postazione di caccia costituita da alberi disposti a semicerchio in modo da attirare gli uccelli: entrati nella trappola, l’uccellatore, nascosto dentro a un capanno, azionava un sistema di reti che catturava le prede. Il roccolo di Acquapendente si trova all’interno del Parco Cozza Nardelli, oggi villa pubblica di proprietà del comune ma un tempo tenuta nobiliare del Conte Alessandro Cozza, costruito nel 1875. La struttura, che misura 23 metri in larghezza, è formata da cespugli di viburno e lecci disposti in modo circolare, circondati a loro volta da un colonnato di 7 cerri che hanno chiome ad ombrello ben espanse. Presso Cepparo, frazione del piccolo comune di Rivodutri (RI), si trova l’albero monumentale più famoso del Lazio. Si tratta del faggio di San Francesco, albero che cresce all’interno di un bosco alle pendici del Monte Fausola e che è al centro di una leggenda che spiegherebbe l’insolito portamento della pianta. Si racconta infatti che il Patrono d’Italia, mentre attraversava il bosco, venne sorpreso da un violento temporale e a quel punto l’albero protrasse i suoi rami, piegandoli verso il basso come a formare un ombrello per proteggere Francesco dalla pioggia. Al posto che svilupparsi in verticale, infatti, il faggio cresce parallelamente al suolo, e i suoi rami nodosi e contorti sembrano formare una specie di capanna. In tutto il mondo soltanto altri due faggi presentano una mutazione simile, uno negli Stati Uniti e uno in Inghilterra. Secondo le datazioni dendrocronologiche l’albero avrebbe poco più di 200 anni, e quindi non potrebbe essere lo stesso faggio che diede riparo a San Francesco, che attraversò la piana reatina, conosciuta anche come Valle Santa, nel XII secolo, ma la leggenda è così consolidata che il faggio di San Francesco continua ad essere oggetto di pellegrinaggio da parte di fedeli. Nel piccolo comune di Settefrati (FR), al confine tra Lazio e Abruzzo, dove si produce il Pecorino di Picinisco DOP, nel punto più alto del borgo cresce un tiglio secolare che con i suoi 18,5 metri di altezza sembra gareggiare con la torre situata nella stessa piazza dove si trova l’albero. L’architettura è ciò che rimane dell’antico castello di Settefrati. Sebbene nel 2009 l’albero sia stato colpito da un fulmine che ne ha ridotto la chioma, ancora oggi sotto le sue foglie trovano riparo dal sole gli abitanti del paese, molto affezionati alla pianta.

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