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di Domenico Sturabotti e Tiziano Rugi   

Come evolverà il settore delle rinnovabili da qui al 2030? Che peso avranno le rinnovabili nel mix energetico? Assisteremo ad uno sviluppo lineare oppure dobbiamo attenderci una crescita esponenziale? Come si riadatteranno le industrie dei combustibili fossili?

Ad oggi non ci sono tutte le condizioni per rispettare i target indicati dall’UE fit for 55 e nemmeno quelli che dovremmo raggiungere entro il 2030. È necessario, quindi, accelerare nello sviluppo delle fonti rinnovabili e superare le attuali barriere. L’Italia è sempre stato un paese importatore di materia prima fossile per la produzione di energia elettrica, mentre da un punto di vista di produzione di energia rinnovabile le materie prime, come acqua, vento e sole non ci mancano.

L’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile permette di migliorare anche la condizione di sicurezza nazionale, grazie ad una maggiore autonomia energetica che consente costi energetici più competitivi a supporto del tessuto industriale nazionale, oltre che favorire il processo di decarbonizzazione a vantaggio del territorio e dell’ambiente.

Le rinnovabili sono una delle opportunità più grandi nella storia del paese. Però bisogna crederci, investire in formazione, innovazione e ricerca, alleggerimento delle procedure e accelerare nella realizzazione dell’impiantistica rinnovabile. Se la transizione rallenta perdiamo un’occasione unica: di decarbonizzazione, di sicurezza energetica nazionale e di costo di approvvigionamento.

Quale tra le attuali energie rinnovabili registrerà il maggior sviluppo da qui al 2030 e per quali motivi? Dove ritiene, invece, che ci si stia muovendo troppo lentamente?

Ci sarà un significativo sviluppo nel fotovoltaico, come margine di crescita, anche se al momento resta l’incognita sulla bozza di decreto sulle aree idonee che potrebbe essere molto limitante. L’intersezione di alcune norme contenute nella bozza di decreto escludono per alcune province la possibilità di avere impianti eolici o fotovoltaici, e addirittura è stata avanzata l’ipotesi di vincolare l’intera estensione dei comuni che ospitano produzioni agricole di pregio (Doc, Dop, Igp, ecc…). In Italia ci sono almeno trenta province con queste caratteristiche e pensare a un intervento simile potrebbe avere l’effetto di una mannaia sulle autorizzazioni degli impianti rinnovabili.

Gli strumenti ordinari hanno fatto passi avanti sul tema del permitting, ma non sufficienti a rispettare i tempi indicati dall’Ue, che considera gli impianti rinnovabili come infrastrutture strategiche e impone una tempistica precisa per realizzarli. Un altro problema è rappresentato dal rapporto con le regioni, che spesso sul tema delle autorizzazioni hanno degli atteggiamenti ancora più restrittivi rispetto al quadro normativo nazionale. L’auspicio è di riuscire a creare una sorta di regia centralizzata capace di uno sguardo d’insieme per promuovere lo sviluppo delle fonti rinnovabili, svincolandosi da logiche locali che rischiano di rallentare il processo, migliorando così il coordinamento tra i diversi livelli di governance coinvolti nelle autorizzazioni dei nuovi progetti di energia green.

C’è poi da considerare il capitolo agrivoltaico. Se vogliamo raggiungere i target europei, non possiamo prescindere dall’usare anche i campi agricoli per la produzione di energia rinnovabile. Si tratta di 50-60mila ettari che rappresentano lo 0,3% delle superfici incolte a destinazione agricola del paese. Per ovviare al consumo di suolo, ci sono inoltre soluzioni innovative come l’agrivoltaico verticale alto, sebbene presentino ancora delle criticità tecniche.

Questi impianti, per essere installati rispettando i criteri di sicurezza legati alla forza dei venti e agli eventi atmosferici estremi, hanno bisogno di ancoraggi proporzionati all’altezza. Tali ancoraggi sono particolarmente invasivi e si basano su tiraggi che occuperebbero in proporzione una superficie molto elevata con il posizionamento di tiranti, buche profonde e cementificazione del suolo. Pertanto il rischio è di trovare un’alternativa altrettanto invasiva, impattante e oltretutto costosa, in nome di una valenza paesaggistica e di convivenza con le produzioni agricole. Sarebbe auspicabile individuare delle aree idonee e dei meccanismi di integrazione al reddito per le aziende agricole e per i coltivatori, attraverso operazioni di agrivoltaico che siano ecocompatibili col sistema delle colture, come indicato dalle linee guida del ministero dell’Agricoltura e della Sicurezza energetica.

L’idroelettrico è un comparto che ha contribuito moltissimo al mix energetico dell’Italia. È stata la principale fonte rinnovabile del Paese, superata solo recentemente dal fotovoltaico, sia per lo sviluppo di quest’ultima fonte rinnovabile, sia per la crisi che ha colpito l’idroelettrico. Nel 2022 l’Italia aveva raggiunto 19 GW di potenza installata: ma tra il secondo trimestre del 2022 e il terzo trimestre del 2023 c’è stato un calo del 34%.

Nel periodo gennaio-settembre 2023, gli impianti idroelettrici connessi alla rete sono stati 43, tutti con potenza inferiore a 1 MW, per una potenza totale di 13,3 MW. Le nuove installazioni nel settore idroelettrico al terzo trimestre del 2023 consistono in circa 3,5 MW di potenza connessa. Si tratta in totale di undici impianti, di cui dieci di piccole dimensioni e solo uno con potenza di 1 MW.

Le ragioni della crisi sono senza dubbio da cercare nei crescenti periodi di siccità, ma influisce pesantemente in modo negativo il tema della riassegnazione delle concessioni. Il 69% delle concessioni ai gestori di impianti idroelettrici scade nel 2030, ma le gare di assegnazione verranno fatte nel 2024 e quindi c’è attualmente una situazione di grande incertezza che rallenta gli investimenti. Finché non ci sarà certezza sugli affidamenti, vale a dire finché non saranno terminate le gare e definiti i contenziosi che inevitabilmente si porteranno dietro, né concessionari uscenti né chi punta a subentrare sono disposti a investire denaro. Si parla di circa 15 miliardi di euro di investimenti complessivi nel settore, necessari solo per mantenere invariata la capacità produttiva idroelettrica fino al 2030. Mentre nuove centrali, evidentemente, comportano ulteriori spese progettuali da centinaia di milioni di euro.

In questa fase di transizione gli operatori dell’idroelettrico chiedono al governo, accanto al sistema delle gare, una modalità per cui il concessionario uscente, a fronte di un piano di investimento importante condiviso dalle regioni, possa ottenere una riassegnazione senza gara, che rispetti naturalmente i criteri fissati dalle istituzioni. Una norma del genere era stata inserita nel decreto Energia, ma è stata affossata dal dipartimento Affari Europei, a causa di vincoli legati al Pnrr, rischiando di bloccare per altri mesi gli investimenti dei gestori delle centrali idroelettriche. Difficilmente, perciò, vedremo nei prossimi due anni un aumento di produzione di questa fonte rinnovabile.

Guardando al prodotto come cambieranno le tecnologie rinnovabili? Tra le tecnologie emergenti, quali sono quelle destinate a prevalere da qui al 2030 (es. energia cinetica, energia dalle maree, altro) e dove si stanno sviluppando (Paesi, o centri di ricerca)?

C’è la grandissima scommessa tecnica, tecnologica e autorizzata che riguarda l’offshore. Soffre ancora problematiche di permitting perché i tempi medi di attesa sono di 7 anni. Ci sono ulteriori complessità di carattere tecnico e tecnologico. Nel mar Mediterraneo, caratterizzato da acque pelagiche, dove a poche miglia di distanza i fondali sono già molto profondi, è impossibile costruire parchi eolici offshore su piattaforma ancorati al fondale marino e l’unica soluzione è realizzare impianti galleggianti, con maggiori difficoltà tecniche di ancoraggio e costi realizzativi e di gestione ancora più elevati rispetto ai mari del Nord.

Il costo per MW/h dell’eolico offshore è perciò ancora troppo elevato e probabilmente sarà impossibile per diversi anni essere competitivi sul mercato senza il sostegno pubblico con un sistema di tariffe molto favorevole. Le aziende e gli operatori industriali continuano in ogni caso a guardare con attenzione all’ipotesi dell’eolico offshore, che permetterebbe di eliminare gli ostacoli legati al consumo di suolo e di realizzare parchi di larghissima scala impossibili da concepire sulla terraferma.

Un altro cambiamento tecnologico a cui sarà inevitabile andare incontro riguarda le reti di distribuzione, che con il processo di elettrificazione deve adeguarsi a questo incremento. Se elettrifichiamo l’economia e la rete non regge, il rischio sarebbe di dover affrontare situazioni di blackout costanti nelle aree urbane più affollate. L’altra frontiera è lo sviluppo e il miglioramento delle tecnologie di storage come le batterie, che saranno fondamentali per sostenere il cambiamento apportato dalle fonti rinnovabili.

Per quanto riguarda le biomasse, sono una componente importante, ma ritengo sia più legata al concetto di migliorare il ciclo dei rifiuti e l’economia circolare. Se immaginiamo di alimentare il sistema biomasse, destinando intere aree agricole a quel tipo di attività, andranno fatte accurate valutazioni degli impatti ed essere sicuri che ciò sia compatibile con l’assetto produttivo agricolo della nazione.

Come cambieranno i modelli di business del settore? Rileva delle convergenze tra il settore energetico e altri settori? Nasceranno nuove filiere su stimolo delle nuove tecnologie?

Le interconnessioni tra diversi settori legati a quello dell’energia sono straordinariamente rilevanti. Il settore dei trasporti è responsabile di circa un quarto delle emissioni totali di CO2 in Europa. Decarbonizzare il sistema di produzione energetica senza portare avanti l’elettrificazione dei trasporti significherebbe agire in maniera incompleta. La prima strategia per ridurre le emissioni dei trasporti è cambiare l’alimentazione dei veicoli, perché il motore endotermico è altamente inefficiente: solo il 20% di energia si trasforma in energia cinetica, mentre la restante viene dissipata sotto forma di calore.

Il recente straordinario sviluppo dell’automobile elettrica, con maggiore autonomia complessiva grazie al parallelo potenziamento delle batterie, sta portando a veicoli con prestazioni sempre più elevate in termini di capacità di consumo ed efficienza. La mobilità sostenibile e l’elettrificazione dei trasporti è un ambito in cui siamo indietro rispetto ai partner europei. L’elettrificazione dei trasporti richiede inoltre investimenti significativi nelle infrastrutture di ricarica e nelle reti elettriche. Nei prossimi due o tre anni assisteremo al boom delle colonnine di ricarica, con l’affermarsi di punti di ricarica urbani per la notte oppure fast charge, mentre scompariranno i sistemi di ricarica intermedi che bloccano le auto per circa due ore. Tuttavia, elettrificare i trasporti senza riequilibrare il mix energetico sarebbe ugualmente un problema perché le auto elettriche verrebbero ricaricate bruciando combustibili fossili. È evidente che la convergenza tra i due settori è inevitabile.

L’altra convergenza rilevante è con l’idrogeno, che servirà per decarbonizzare settori come il trasporto pesante, treni e navi. L’unico saldo positivo dal punto di vista ambientale per questo vettore energetico è dato dall’associazione della produzione dell’idrogeno per elettrolisi utilizzando energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili. Altrimenti avremo un vettore non inquinante ma prodotto con energia non pulita, e il saldo dell’impatto non sarà positivo.

Quale ruolo sta avendo e avrà il digitale in questa trasformazione? Sia a livello di servizi che di nuovi attori economici (ad esempio ipotizzando piattaforme per lenergia, energy as a service”, centrali elettriche virtuali). In particolare tra le diverse tecnologie quali tra queste avranno maggiore impatto, e in quale ambito: intelligenza artificiale, Blockchain, internet delle cose, big data, smart grid, robotica?

Sicuramente la digitalizzazione è un processo che andrà in parallelo alla transizione ecologica. Grazie alla sensoristica applicata alle reti elettriche e la nascita della cosiddetta smart grid e allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, nei prossimi anni avremo a disposizione una quantità di dati tali da consentire, anche a parità di infrastruttura, di efficientare in maniera notevole la gestione e i consumi di energia e quindi l’utilizzo della fonte di energia elettrica.

Sui cambiamenti congiunti portati dalla combinazione tra transizione ecologica e digitale sarà possibile costruire servizi di qualità per offrire ai cittadini la gestione più efficiente dei consumi elettrici, la produzione di energia in abbinamento con lo storage, la gestione intelligente dei contatori. Al tempo stesso, la digitalizzazione metterà in connessione tutti gli attori della rete, compresi i cittadini, che potranno vendere l’energia autoprodotta grazie alla gestione degli accumuli creando nuove opportunità commerciali.

Quali nuove professionalità vede emergere nel settore? Il fine vita è sicuramente un campo di intervento sterminato. Ritiene nasceranno altre figure professionali? Quali saranno le figure professionali chiave? E che diffusione stanno avendo e quale avranno nel mercato del lavoro da qui al 2030?

Da qui al 2030 per lavorare nella filiera dell’energia rinnovabile serviranno tantissime professionalità: ingegneri per la progettazione e realizzazione dei nuovi impianti di fonti rinnovabili, operai specializzati come installatori e manutentori, manager di progetti di sostenibilità, esperti di marketing ambientale, commerciali e consulenti vendite di impianti fotovoltaici o eolici domestici, data analyst, certificatori della qualità ambientale, professionisti della comunicazione, esperti di edilizia green, architetti per ripensare le città in ottica ecosostenibile.

Sono tutti profili molto richiesti, con un gap nell’offerta da colmare nell’arco di due o tre anni. È necessario organizzarsi con un grande piano di formazione a tutti i livelli: accademico, post accademico, istituti tecnici intermedi, imprese per formare operai specializzati, tecnici, quadri, ingegneri energetici di alto profilo per garantire un adeguato livello occupazionale, sia, attraverso la ricerca, le nuove tecnologie e le innovazioni che possono generare nuove filiere e competenze da esportare, in mercati in cui l’Italia non è attualmente presente.

Come cambieranno le tecnologie legate alle rinnovabili dal punto di vista del design e delle soluzioni. Vede una maggiore integrazione con prodotti edilizi o manifatturieri? Questa integrazione si farà sempre più stretta tanto da cambiare il volto di prodotti, abitazioni o addirittura città nei prossimi dieci-venti anni? È a conoscenza di prodotti di questo tipo e chi li sta sviluppando?

L’integrazione funzionale più rilevante, più semplice, e più funzionale sarà l’integrazione degli impianti fotovoltaici sui tetti delle case. I cambiamenti apportati dalle fonti rinnovabili incideranno profondamente anche nel design degli immobili, con l’utilizzo diffuso di pompe di calore e cucine a induzione, oltre a sistemi di isolamento termico molto più efficaci.

Da qui al 2030 quali di queste barriere allo sviluppo delle rinnovabili la preoccupano di più e perché?

Un collo di bottiglia nell’adozione diffusa delle fonti di energia pulita per il sistema Italia è senza dubbio la difficoltà di realizzare impiantistica rinnovabile. Ci sono carenze nell’assetto produttivo perché non si sono mai sviluppati operatori professionali di grandi dimensioni, ad eccezione di Enel. Mancano le aziende per realizzare campi eolici e fotovoltaici e c’è troppa frammentazione. Inoltre le filiere devono essere sostenute in maniera intelligente dal sistema bancario e finanziario. Ci sono risorse immense a livello finanziario mondiale da investire in ESG e quindi anche in transizione energetica.

Allo stato attuale si riesce a sopperire, pur procedendo con eccessiva lentezza, ma entro il 2030 dovremo affrontare uno tsunami dal punto di vista della domanda di nuove installazioni di rinnovabili. Gli impianti del futuro, peraltro, saranno quelli “utility scale” di grandi dimensioni, più complicati da realizzare, ma in grado di garantire costi di produzione energetica competitivi, un’offerta adeguata alla domanda di energia e supportare il sistema elettrico nazionale. Se un piccolo impianto sotto i 20 kWh ha un costo di produzione energetica che è stimato intorno ai 180€ per mWh, quando parliamo di impianti utility scale siamo intorno a 60€. Senza il Superbonus, probabilmente non avremmo assistito a uno sviluppo del genere della piccola impiantistica.

In parallelo allo sviluppo, occorre prioritariamente rivedere le procedure di connessione, oggi non commisurate alla dimensione industriale dei progetti di fonti rinnovabili sottostanti. Mentre le connessioni a media tensione sono gestite direttamente da Enel, la connessione alla linea di trasporto spetta a Terna. Le imprese associate in Elettricità Futura denunciano una serie di inefficienze da risolvere nei prossimi anni. Innanzitutto nei tempi, con la stratificazione di richieste di connessione “dormienti”, oppure proposte di connessione da parte del gestore di rete inutilmente costose, complesse e lunghe.

Un problema molto sentito è la saturazione virtuale della rete di trasmissione, a causa di soggetti che presentano progetti irrealizzabili mossi da un approccio speculativo, ovvero acquistare la connessione per poi rivenderla. Terna, in passato, ha rilasciato connessioni a chiunque ne facesse richiesta, pur sapendo di avere di fronte interlocutori senza il capitale necessario per portare a termine i progetti. Su questo tema le imprese chiedono maggior chiarezza e una verifica più accurata sulla fattibilità del progetto e sulla società che lo propone, per non rischiare di bloccare connessioni utili che nel futuro immediato potrebbero andare, invece, a progetti solidi, creando un collo di bottiglia molto pericoloso per lo sviluppo delle rinnovabili.

In questa riorganizzazione del sistema che ruolo può avere l’Italia, soprattutto in quali segmenti può giocare la sua partita?

All’Italia non mancano le competenze per sfruttare questa opportunità di mercato dell’impiantistica legata alle rinnovabili, sia in termini produttivi sia conseguentemente occupazionali. Bisogna essere onesti: fare concorrenza alla Cina nell’ambito dei pannelli solari probabilmente sarà impossibile perché sono troppo avanti. Se c’è necessità possiamo costruire una nostra autonomia strategica, ma non potremo essere competitivi a livello di mercato globale.

Ci sono però altri elementi che possono essere sviluppati, come un maggior livello di tecnologia e di specializzazione che possiamo portare avanti e un maggior sostegno alle filiere. Per quanto riguarda il mondo eolico, ci sono i grandi player del nord Europa e Europa continentale, ma l’Italia può ritagliarsi uno spazio tecnologico davvero significativo. Quello che bisogna fare, e già andava fatto, era investire sullo sviluppo di competenze tecniche, professionalità, formazione.

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