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L'incarico che la Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen ha affidato a Mario Draghi per valutare il rapporto tra Green New Deal e competitività della nostra economia è importante. Molti continuano a ragionare e a proporre slogan politici secondo un mantra che viene dal passato: "giusto difendere l'ambiente ma le politiche contro la crisi climatica non devono danneggiare l'economia". Ma da tempo non è più così. Come è scritto nel Manifesto di Assisi, promosso da Fondazione Symbola e dal Sacro Convento, "affrontare con coraggio la crisi climatica non solo è necessario ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia e la nostra società più a misura d'uomo e per questo più capace di futuro".

Quando l'Europa orienta le proprie politiche non solo nel Recovery ma anche nei fondi ordinari secondo tre chiavi - coesione, transizione verde e digitale - non punta solo ad affrontare problemi emergenti o rispondere a nuove sensibilità, soprattutto tra i giovani. Indica una vera e propria nuova missione per l'Europa, in grado di mobilitare energie sociali, economiche, tecnologiche, morali. Ed a scegliere il terreno di una nuova economia per rafforzare il proprio ruolo nel mondo e nel futuro. È un processo già in atto ed è in questo contesto che vanno valutati il ruolo e la forza dell'economia circolare, in particolare in Italia. Il Rapporto GreenItaly, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, analizza da oltre un decennio l'andamento delle imprese che in tutti i campi hanno fatto investimenti in senso ambientale. Dalle fonti rinnovabili all'efficienza energetica, alla riduzione del consumo di acqua e dell'inquinamento, al recupero di materie prime, alle innovazioni di processo e di prodotto legate al green. Il numero è sempre più crescente: secondo il rapporto 2022 sono 531.000 negli ultimi 5 anni, circa un terzo del nostro sistema produttivo. Soprattutto queste imprese hanno prestazioni spesso superiori alle altre del settore. Innovano di più, esportano di più, producono più posti di lavoro.

Emerge al tempo stesso una caratteristica della nostra economia orientata alla sostenibilità.  Spesso i nostri risultati migliori, i nostri tanti primati, sono il prodotto non tanto di politiche pubbliche efficienti quanto dei cromosomi delle nostre imprese, della nostra antropologia produttiva. Questo emerge con particolare forza se andiamo a guardare quanto accade nell'economia circolare, settore strategico della transizione verde. Come conferma l'ultimo Rapporto Circonomia, siamo indietro nei settori che dovrebbero essere orientati da politiche pubbliche. Basti pensare al nostro ritardo sulle fonti rinnovabili rispetto a molti Paesi europei. In alcuni anni ad esempio l'Olanda, che ha una superficie minore di Sicilia e Calabria e molta meno insolazione, ha installato quattro volte i pannelli fotovoltaici dell'Italia. Nonostante l'impegno delle imprese di Elettricità Futura a raggiungere, se messe in condizione, l'obiettivo fissato in sede europea. Un ritardo che rischiamo di pagare non solo in termini di inquinamento ma di costo dell'energia e indipendenza del Paese.

Siamo invece di gran lunga la superpotenza europea nel campo del recupero dei materiali, soprattutto nei cicli produttivi. Recuperiamo circa il doppio della media europea e molto più degli altri grandi Paesi. E risparmiamo con questo 18,4 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e 61,9 milioni di tonnellate di CO2 emessa all'anno. Ma questo risultato è figlio dell'impegno delle imprese che, in un Paese povero di materie prime, hanno saputo puntare su quella grande fonte di energia rinnovabile e non inquinante che è l'intelligenza umana, investendo in recupero ed innovazione. A partire da settori ad alto impatto come la metallurgia.

Scelte legate alla necessità di essere più competitivi e orientati al futuro. Molto si potrebbe fare se trovassero piena applicazione le tante norme che prevedono il ricorso al Green Procurement e ai Criteri Ambientali Minimi, spesso disattese per scarsa preparazione delle stazioni appaltanti. Norme che rappresenterebbero un volano fondamentale per l'utilizzo dei materiali di recupero. Per non parlare di quanto la cultura produttiva italiana può fare in campi sempre più importanti: quelli legati al riuso, alla minimizzazione del consumo di materia prima, al recupero di minerali sempre più strategici come nichel, cadmio, litio, terre rare. Perché, come scritto nel Manifesto di Assisi, "non c'è nulla di sbagliato in Italia che non possa essere corretto con quanto di giusto c'è in Italia". Da Draghi mi aspetto anche una lungimirante visione di queste dinamiche.

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Riciclo e riuso, un'impresa in cui credere - Ermete Realacci | La Repubblica

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