I dati territoriali portano evidenze che vanno oltre la competitività d'impresa. Nei territori dove le imprese coesive sono più diffuse le famiglie stanno meglio, il reddito è più alto e la povertà è più contenuta: non un rapporto di causa ed effetto, ma una correlazione che si alimenta a vicenda, territori più coesi producono imprese più coesive, e imprese più coesive contribuiscono a rafforzare la coesione dei territori.
È quanto emerge dalla relazione tra reddito disponibile pro-capite e concentrazione di imprese coesive a livello regionale: nei territori con più imprese coesive le famiglie dispongono di redditi più elevati, come si verifica in tutte le regioni del Nord, ad eccezione della Liguria. Nelle regioni del Mezzogiorno si osserva invece una correlazione negativa, riconducibile alla debolezza strutturale di istituzioni, mercati e reti locali che frena la stessa capacità delle imprese di costruire relazioni solide. Il caso di Umbria e Marche è distinto, qui la correlazione negativa riflette le conseguenze dei terremoti del 1997 e del 2016, che hanno colpito duramente il tessuto produttivo e sociale di entrambe le regioni, interrompendo traiettorie di sviluppo che in precedenza le avvicinavano al modello del Nord.

Un risultato che trova conferma anche guardando al dettaglio provinciale. Si osserva come nelle province in cui l’incidenza di imprese coesive presenti sul territorio è superiore alla media nazionale del 43,5% (37 su 107 totali), il reddito disponibile pro-capite[1] sia in media più alto rispetto alle province con meno densità di imprese coesive (+13,7% rispetto alla media italiana contro il -8,7% dei territori poco coesivi). Entrando nel dettaglio, tra queste le prime cinque province per reddito disponibile pro-capite sono Milano, Bolzano/Bozen, Monza e della Brianza, Bologna e Reggio nell’Emilia.

La correlazione tra coesione imprenditoriale e benessere dei territori trova conferma anche guardando al valore aggiunto pro-capite. Le regioni che producono più ricchezza sono anche quelle dove le imprese coesive sono più diffuse, come avviene in tutto il Nord ad eccezione della Liguria. Nel Mezzogiorno la relazione si inverte e lo stesso accade, con dinamiche diverse, nel Lazio e in Toscana, dove i livelli di valore aggiunto non si traducono in una corrispondente densità di imprese coesive.

Un’evidenza che trova conferma guardando al dettaglio provinciale. Nelle province ad alta densità di imprese coesive, infatti, il valore aggiunto pro-capite è in media più alto rispetto alla media italiana (+20,6%), mentre nei territori con meno imprese coesive tale indicatore è mediamente più basso del -13,1%. Nello specifico, tra queste le prime cinque province per valore aggiunto pro-capite sono Milano, Bolzano/Bozen, Bologna, Valle d’Aosta/ Vallée d’Aoste e Modena.

Il quadro si completa guardando alla povertà: nelle regioni con la maggiore incidenza di contribuenti con reddito fino a 15mila euro, tutte nel Mezzogiorno, la presenza di imprese coesive è più bassa. Nelle regioni del Nord, dove questo fenomeno è meno diffuso, accade il contrario. La correlazione è speculare e coerente con quanto osservato per reddito e valore aggiunto.

Un’osservazione che trova conferma scendendo al livello provinciale. Nelle province con più imprese coesive, infatti, vi è un minor numero di contribuenti con reddito fino a 15mila euro rispetto alla media del Paese (-13,2%), mentre nei territori con minore densità di imprese coesive il numero di contribuenti con un reddito che non supera i 15mila euro è superiore al 9,2% rispetto alla media nazionale. Tra queste, le prime cinque province per minore incidenza di contribuenti con reddito fino a 15mila euro sono Bologna, Monza e della Brianza, Reggio nell’Emilia, Novara e Modena.

[1] Il valore aggiunto è dato dalla la produzione di beni e servizi conseguita dalle singole branche produttive e il valore dei beni e servizi intermedi utilizzate dalle stesse (materie prime e ausiliarie impiegate e servizi forniti da altre unità produttive). Il valore pro-capite di un periodo si ottiene dividendo il valore aggiunto per la semisomma della popolazione a inizio e fine periodo. I dati qui presentati fanno riferimento a elaborazioni su dati Unioncamere-Centro Studi Tagliacarne e ISTAT relativi al 2023.









