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  • di Valentina Montalto

Nonostante le sfide legate alla misurazione della cultura nelle sue molteplici forme di valore, l'Europa continua a investire risorse per lo sviluppo di indicatori di misura appropriati, che rappresentano tutt’oggi una priorità politica [1]. Quest’anno continuiamo la riflessione sul tema focalizzandoci su tre ricerche europee: le prime due illustrano come fonti sperimentali quali GDELT (Global Dataset of Events, Location, and Tone) e OJA (Online Job Adverts) possano offrire uno sguardo complementare alla misurazione (tutt’oggi imperfetta) del lavoro culturale. La terza ricerca contiene, tra le altre cose, indicazioni sulle metriche di misurazione della produzione, consumo e distribuzione culturale estraibili da piattaforme digitali come Spotify e YouTube.

Per quanto riguarda il primo studio, i ricercatori del Centro Comune di Ricerca (CCR), il centro di ricerca in house della Commissione europea, hanno utilizzato GDELT, una piattaforma di big data aperta contenente meta-informazioni estratte da notizie trasmesse, stampate e web, raccolte in tutto il mondo e tradotte quasi in tempo reale in inglese da oltre 65 lingue diverse [2]. L'obiettivo è stato quello di analizzare l'effetto della pandemia di COVID-19 sulla copertura mediatica dell'argomento “(dis)occupazione culturale” in 28 paesi europei (27 Stati membri più il Regno Unito) lungo due dimensioni: la quantità di articoli (o popolarità) e il sentimento. Lo studio mostra che l'argomento della (dis)occupazione è diventato molto più popolare con la diffusione della pandemia, mentre la popolarità degli argomenti legati alla cultura è considerevolmente diminuita. Al contrario, entrambi gli argomenti registrano un forte calo per quanto riguarda il tono degli articoli. La preoccupazione generale generata dalla pandemia verso la sostenibilità dei settori culturali e creativi ha in effetti spinto alcuni Stati membri dell'UE (come la stessa Italia) a disegnare, e in alcuni casi adottare, nuove misure politiche per sostenere le carriere artistiche. L'analisi quantitativa e qualitativa nelle notizie prova così a testare il potenziale dei dati GDELT per studiare fenomeni socio-economici, pur tenendo presente i limiti intrinseci del dataset dovuti alla scarsa trasparenza sulle modalità di raccolta del dato. In particolare, non è chiaro perché alcuni Paesi abbiano poche fonti e notizie estratte. Ad esempio, questo è stato il caso di otto Paesi (Malta, Cipro, Belgio, Lussemburgo, Lettonia, Romania, Danimarca, Finlandia), per i quali non sono state rilevate tendenze chiare quando analizzati singolarmente, molto probabilmente a causa di una scarsa copertura di GDELT in queste aree.

In parallelo, i ricercatori del CCR hanno analizzato un’altra fonte di dati web, sempre in merito allo studio dell’occupazione culturale: OJA (Online Job Adverts), un database contenente oltre 134 milioni di osservazioni per l'UE-27 e il Regno Unito, che raccoglie i dati attraverso web scraping di una varietà di fonti, tra cui motori di ricerca per l'impiego, servizi pubblici per l'impiego, siti web e agenzie e giornali online [3]. OJA è prodotto dallo European Centre for the Development of Vocational Training (CEDEFOP), l’agenzia della Commissione europea che sostiene lo sviluppo delle politiche europee per l'istruzione e la formazione professionale (IFP) e contribuisce alla loro implementazione. Più precisamente, gli autori dello studio hanno investigato le caratteristiche statistiche dei dati relativi agli annunci di lavoro online nelle occupazioni culturali nei paesi dell'UE, al fine di valutarne la rappresentatività e l’attendibilità per lo sviluppo di politiche pubbliche sul tema, utilizzando le statistiche sull'occupazione culturale di Eurostat come riferimento. Nel complesso, e in linea con altre ricerche sullo stesso argomento, i dati sull’occupazione culturale provenienti dagli annunci di lavoro sono attualmente molto diversi dalle statistiche ufficiali. Una spiegazione risiede nel fatto che i dati sugli annunci di lavoro non si riferiscono direttamente all'occupazione come stock, ma alle offerte di lavoro come flusso. Ci sono importanti differenze tra questi concetti, che vanno dalla frequenza dei cambiamenti di lavoro al livello di disoccupazione, che possono variare notevolmente sia tra i Paesi che tra le occupazioni e i settori. Ad esempio, in periodi di incertezza economica, ci si può aspettare che le nuove offerte di lavoro scompaiano più rapidamente rispetto all'occupazione esistente.

Tuttavia, i dati di CEDEFOP rimangono promettenti e il loro potenziale come integrazione alle statistiche ufficiali è vasto, come suggeriscono le future piste di ricerca suggerite dagli stessi autori. Una potrebbe essere l’applicazione di pesi legati alla quota effettiva di posti di lavoro culturali a livello nazionale per provare a migliorare la rappresentatività dei dati disponibili; un’altra, riguarda l’analisi di occupazioni che hanno maggiori probabilità di essere presenti nei mercati del lavoro online (ad esempio gli architetti, come mostra lo studio) o, ancora, di variabili relative alle ore di lavoro e al tipo di contratto offerto (temporaneo, a tempo indeterminato, tirocinio o lavoro autonomo), osservando le differenze nelle offerte di lavoro tra le occupazioni e tra i Paesi. In particolare, il database correlato a quello utilizzato per la ricerca, ovvero il database delle competenze, permetterebbe di confrontare le competenze richieste da diverse occupazioni o in diversi Paesi. In altre parole, il potenziale per la ricerca e l'applicazione dei dati CEDEFOP nell'ambito della formulazione delle politiche rimane da esplorare ulteriormente fintanto che verranno apportati perfezionamenti.

Infine, il consorzio internazionale diretto dalla società di consulenza Qmetrics [4], per conto della Commissione europea, ha identificato quattro piattaforme da cui è possibile estrarre gratuitamente alcune tipologie di dati [5], ossia: Apple Music, Deezer, Spotify e YouTube. Tra queste, Spotify e YouTube sono state selezionate per un’analisi più approfondita, in ragione della loro popolarità nel mercato musicale europeo. I ricercatori hanno poi definito 8 e 7 metriche, rispettivamente, per catturare le dimensioni della produzione, distribuzione e fruizione musicale sulle due piattaforme – tra cui, per esempio, il numero di video caricati su un certo canale YouTube (produzione), il numero di abbonati al canale (distribuzione) e il numero di visualizzazioni (consumo) – nonché esaminato le oltre 2.2 milioni di osservazioni raccolte in 40 giorni per la totalità dei 27 Paesi UE. Dall’analisi si evince, per esempio, che la Lettonia è tra i Paesi nettamente più vivaci in termini di produzione, almeno rispetto al numero di video caricati sui YouTube Channels più popolari, seguito a notevole distanza dall’Irlanda. In termini di consumo, invece, Malta, Lussemburgo e Portogallo conquistano il podio in termini di numero medio di video visti, considerati i 100 video più visti per Paese. Altre considerazioni sono poi state avanzate in merito, per esempio, al numero di visualizzazioni per video più o meno commentati. Gli utenti francesi, per esempio, sembrano visualizzare per lo più video poco commentati, a differenza dei cittadini di Malta. Si tratta di un dato che, se approfondito, potrebbe aiutare a comprendere meglio gusti e abitudini di consumo nei Paesi europei, nonché a sviluppare strategie di audience engagement digitali per centri e istituti di cultura. Nonostante i dati alternativi provenienti dal web continuano a essere oggetto di studio per una comprensione più esaustiva dei settori culturali e creativi, sembra tuttavia che l’affermarsi del digitale abbia in qualche modo smorzato gli entusiasmi iniziali. Se in Europa organizzazioni come Nesta (Regno Unito) sembravano aver aperto una stagione di ricerca promettente già 10 anni fa studiando, ad esempio,  argomenti come il valore economico del settore dei videogiochi, combinando fonti statistiche ufficiali e alternative (inclusi dati dal web), ancora oggi i dati delle grandi piattaforme che veicolano contenuti culturali restano per lo più inaccessibili, soprattutto per ciò che riguarda i dati economici con cui sarebbe possibile misurare meglio il valore economico dei settori culturali e creativi. Se, da un punto di vista tecnico, le opportunità sono a portata di mano, difficilmente la ricerca riuscirà a superare l’attuale status quo senza una data strategy che goda di chiaro supporto politico. Non a caso, lo studio europeo qui brevemente illustrato propone una serie di passi, nonché considerazioni legali e tecniche che i policy maker dovrebbero attentamente prendere in considerazione per lo sviluppo di una tale strategia.

 

[1] EU, Work Plan for Culture 2023-2026.

[2] Consoli, S. and Montalto, V., Cultural (un)employment in COVID-19 times using the Global Datasets of Events Location and Tone, European Commission, 2023.

[3] Sanjuan Belda, J., Montalto, V., Panella, F. and Alberti, V., Alternative data to monitor cultural occupations, Publications Office of the European Union, Luxembourg, 2023.

[4] Qui tutti i membri del consorzio: https://www.measuring-ccs.eu/about-us/

[5] Qmetrics et al, Measuring the Cultural and Creative Sectors in the EU, 2022.

 

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