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di Angelo Frascarelli, Sofia Lilli e Luca Palazzoni

Nel 2022 il valore della produzione dell’agricoltura nel suo complesso (considerando tutte le branche dell’agricoltura) è stato pari a 74,6 miliardi di euro e il valore aggiunto ha raggiunto un valore pari a 37,4 miliardi di euro, con un aumento rispettivamente del 15,4% e 8,1% rispetto all’anno precedente.
In questo scenario, l’aumento del valore della produzione è imputabile all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari (+8,1% rispetto al 2021) i quali hanno contribuito anche all’aumento del processo inflazionistico. In Italia, la maggiore crescita dei prezzi ha riguardato gli oli e i grassi con un aumento pari al 18%, seguiti dagli ortaggi (+11,9%) e dai cerali (+11%). Tali aumenti, rispecchiano gli andamenti dell’attività economica agricola nel suo complesso, la quale nel 2022, ha generato in realtà un valore aggiunto molto limitato rispetto ai costi sostenuti per acquisire i beni e i servizi (consumi intermedi) utilizzati nella produzione stessa, ma anche rispetto al resto dei Paesi europei.
Complessivamente nel periodo 2019–2022, la produzione agricola italiana si è ridotta in volume, mentre, a prezzi correnti, è cresciuta nelle ultime due annate.
L’agroalimentare è stato tra i settori più colpiti dagli aumenti dei prezzi in Italia, a causa del suo ruolo nell’economia e della sua dipendenza dall’estero per prodotti energetici, materie prime e beni intermedi, che lo rendono particolarmente vulnerabile alle tensioni sui mercati internazionali. Ciononostante, la dinamica dei prezzi dei prodotti alimentari è risultata inferiore a quella media registrata nell’UE, in Germania e Spagna.

Il peso dell’Italia sulla produzione agricola dell’UE è pari complessivamente al 14%. L’Italia conferma la sua vocazione alle attività secondarie e ai servizi in agricoltura, che insieme rappresentano il 18% della produzione agricola nazionale e che ribadiscono la sua leadership in Europa sul fronte della diversificazione e multifunzionalità del settore agricolo.
Oltre gli effetti del clima, sull’agricoltura italiana pesano alcune debolezze strutturali, quali la scarsa presenza di giovani imprenditori (solo il 9%, contro il 12% della media UE) e il correlato basso livello di formazione di chi guida la maggioranza delle aziende agricole. Persiste, inoltre, la frammentazione del tessuto produttivo, nonostante l’aumento della superficie agricola aziendale occorsa nell’ultimo decennio, che segnala la presenza di un lento processo di concentrazione e riorganizzazione.
Dall’alto dell’industria alimentare, l’Italia si posiziona al terzo posto nella graduatoria dei Paesi UE ma con un trend migliore rispetto ai principali partner. Il nostro Paese, che copre circa il 12% del valore aggiunto totale (dopo la Germania e la Francia), è leader incontrastato nell’industria pastaria (oltre il 73% del fatturato dell’UE) e ha un ruolo di rilievo nel vino (28%), prodotti da forno e biscotti (21%), nonché negli ortofrutticoli trasformati, nell’industria del caffè, del tè e delle tisane e nell’industria molitoria e del riso ( 17% del fatturato europeo). Analizzando l’insieme dei settori della produzione agricola e della trasformazione industriale, inglobando anche le fasi a valle della produzione alimentare (distribuzione e ristorazione) la stima del peso dell’agroalimentare sul PIL supera il 15,2%.

Nell’ultimo decennio gli occupati in agricoltura sono diminuiti del 2,8% contro un incremento nell’industria alimentare pari all’8%, in controtendenza rispetto all’intero comparto industriale e ai suoi principali settori (manufatturiero -3,5% e tessile -12,7%). Gli 895 mila occupati agricoli del 2022 rappresentano il minimo storico dal 2012 e rappresentano il 3,5% degli occupati totali.
Per quanto riguarda la produttività del lavoro agricolo, in termini assoluti, un addetto impiegato nel settore agricolo in Italia, nel 2022, ha prodotto un valore aggiunto di quasi 42 mila euro, a fronte di una media UE di 30 mila euro. Da un lato la produttività del lavoro in agricoltura è in calo, in netta controtendenza rispetto alla media dell’UE; dall’altro lato, il valore generato per occupato è superiore alla media UE. Una possibile spiegazione è l’alta intensità di lavoro che caratterizza l’agricoltura italiana, dovuta in parte alle limitate dimensioni aziendali e in parte ai problemi di giacitura delle aziende che non sempre permettono investimenti in meccanizzazione e automazione. 

Nel 2022, il valore degli investimenti fissi lordi a prezzi correnti del settore primario è arrivato a quota 12,8 miliardi di euro, il 3% di quelli del complesso dell’economia. Su tale dinamica hanno avuto un ruolo positivo i Programmi di sviluppo rurale regionali dell’UE che hanno rappresentato un’importante fonte di sostegno agli investimenti. Anche il Piano Strategico Nazionale della PAC (Politica agricola comune) 2023-2027 prevede una spesa pubblica programmata di oltre 4 miliardi per il sostegno agli investimenti a valere sullo sviluppo rurale; in particolare, circa 1,8 miliardi di euro saranno destinati agli investimenti produttivi per rafforzare la competitività delle aziende agricole e oltre un miliardo a quelli finalizzati alla trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli e alla diversificazione in attività extra-agricole (agriturismo, fattorie didattiche e sociali, ecc.).

Nel triennio 2019- 2022, le esportazioni agroalimentari italiane sono aumentate del 34%, superando il record di 60 miliardi di euro nel 2022 e, nello stesso periodo, le importazioni sono cresciute del 37%. La bilancia commerciale agroalimentare è migliorata nel triennio, con il saldo in attivo nel 2020 e nel 2021; mentre nel 2022 si è consolidato il surplus per i trasformati, ma è aumentato contemporaneamente il deficit della fase agricola, facendo tornare in negativo, pur di poco, il saldo complessivo.

Continua a leggere su GreenItaly 2023 | p.244

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