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Lo spazio diventa luogo per accrescere il valore e la storia della produzione, in opposizione a un modello superato di filiere globali, che non ha resistito durante la pandemia. Dal mondo agroalimentare a quello della moda, questa nuova tendenza dimostra l'esigenza di autenticità e riappropriazione del territorio da parte della comunità.

Paolo Venturi

Il luogo della produzione racconta l’identità di un marchio e di un prodotto. Le imprese negli ultimi anni sono tornate a descrivere il loro valore anche attraverso il radicamento nelle tradizioni e vocazioni economiche, produttive e culturali dei propri territori. Diventando parte integrante della loro narrazione partecipano alla costruzione e alla cura di un destino comune. Anche per questo e alla luce dei profondi cambiamenti in atto, lo spazio della produzione sta avendo una rivincita di senso. Succede nel mondo agroalimentare in cui i luoghi di produzione, sempre più piccoli comuni o borghi, sono da tempo fattore di differenziazione rispetto alla qualità, la tracciabilità e le certificazioni. Accade anche in quello della moda, dove i principali marchi del settore hanno iniziato ad indicare la propria città o territorio di elezione e per questi si impegnano nella promozione o nel sostegno di attività culturali.

In questi casi lo spazio non è solo una pura indicazione di provenienza perché in quella relazione viene indicato anche il valore tangibile e intangibile del prodotto e del suo marchio.

Da qui la necessità da parte delle imprese di recuperare la relazione con i contesti di produzione non più visti come sfondi intercambiabili, ma veri e propri asset da manutenere e far coevolvere con il proprio brand. Non può esistere prodotto senza territorio. Non ci può essere territorio senza i suoi prodotti.

Ma queste relazioni non si risolvono solo nel rapporto bilaterale tra impresa e spazio fisico. I territori sono soprattutto grovigli di relazioni, entità socio-culturali, istanze e bisogni. I luoghi indicano una dimensione collettiva rispetto alla quale l’elemento distintivo è costituito proprio dalla relazione. I luoghi sono spazi dotati di significato.

È la dimensione relazionale che permette di legare insieme i vari piani – economico, ambientale e sociale – innescando il salto da un fare impresa legato esclusivamente agli spazi della produzione ad un fare impresa che costruisce legami e ripensa il proprio agire a partire dal riferimento ai luoghi.

Ancora una volta è la dimensione comunitaria a fungere spesso da motore per la realizzazione di un’innovazione che garantisce una competitività alle aziende, che segue logiche alternative a quelle basate unicamente sul taglio del costo del lavoro, sul risparmio della qualità per le materie prime o su dinamiche predatorie che semplicemente consumano valore. Il carattere relazionale che connota i territori, permette poi di comprendere meglio un’ulteriore duplice trasformazione. Da un lato la scelta di invertire la tendenza alla delocalizzazione, investendo invece in quei luoghi portatori di know how, tradizione ed esperienza che possono realmente fornire un valore aggiunto. Dall’altro lato la centralità della componente relazionale, permette di analizzare i cambiamenti di parti importanti del sistema produttivo italiano secondo un’ottica di maggiore collaborazione e alleanze: dalla tradizione della cooperazione ai distretti, dalle reti d’impresa agli ecosistemi dell’innovazione.

Questa trasformazione può trovare un’efficace sintesi nei distretti industriali, fenomeno a lungo studiato da Giacomo Becattini come entità socio-territoriali caratterizzate dalla compresenza attiva in un'area circoscritta di comunità di persone e di popolazioni di imprese industriali, monitorati dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo (1). Ma anche hub, considerando con questo termine un insieme altamente variegato di iniziative e strutture, materiali o virtuali, che raccolgono al proprio interno una molteplicità di funzioni o attività dando vita a vere e proprie infrastrutture sociali (2). Un co-working, una social street, una cooperativa di comunità, un aeroporto o anche un’azienda, possono tutti costituire degli hub, ovvero dei centri di incontro e raccordo per molteplici attività e interessi.

L’aspetto più importante da sottolineare qui è la funzione di aggregazione e catalizzazione di risorse, saperi o esperienze differenti attorno a finalità comuni svolta da singole organizzazioni o spazi. Fino alle piattaforme territoriali (3) descritte da Aldo Bonomi, di cui un interessante esempio è dato dalla metropoli allargata torinese dove avevano sede le maggiori imprese fordiste italiane, FIAT e Olivetti.

Uno spazio a lungo strutturato, nella cultura e negli assetti territoriali, dalla produzione di massa che a partire dagli anni Ottanta ha progressivamente trasferito il baricentro economico dal settore dei servizi alla produzione (ricerca, progettazione, design, formazione, finanza) poi duramente colpito, più che in altre parti, dalla crisi del 2008. Le imprese che puntano sulla stabilità e la qualità delle produzioni, sempre di più diventano partecipi di dinamiche territoriali che rappresentano la risposta più efficace alla crescente complessità e incertezza dei mercati. Le relazioni fanno emergere così la consapevolezza che vi è un rapporto di interconnessione profondo tra imprese, comunità e luoghi, per cui ciò che accade alle prime ha ripercussioni sulle seconde e viceversa.

 

(1) Intesa Sanpaolo (2020), Economia e finanza dei distretti industriali.

(2) Venturi P., Zandonai F. (2019), Dove: la dimensione di luogo che ricompone impresa e società, EGEA: Milano.

(3) Bonomi A., Dal localismo alle piattaforme produttive, Treccani, 2015. https://www.treccani.it/ enciclopedia/dal-localismo-alle-piattaforme-produttive_%28L%27Italia-e-le-sue-Regioni%29/

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