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di Luca Corsolini   

Due tessere di quel mosaico ricco di colori che è lo sport italiano.
La prima: la famiglia. Non parliamo di quei genitori che stanno strozzando lo sport giovanile, non riconoscendo l’autorità di società sportive e allenatori e, peggio, forzando i loro figli alla sofferenza emotiva di essere obbligati a portare a casa un risultato e, magari, un ricco contratto. Parliamo della famiglia che anche nello sport è la spina dorsale dell’imprenditoria made in Italy. Lo dicono anche i nomi delle aziende quanto conta la famiglia. Jaked, prima di entrare nell’orbita Yamamay, era una start up da garage: il fondatore, Francesco Fabbrica, si era messo in testa di realizzare costumi da nuoto migliori per i figli che appunto si chiamano Giacomo ed Edoardo.

Erreà, l’azienda di abbigliamento sportivo di Parma nata nel 1988, l’anno scorso è finita in prima pagina in tutta Europa, e non solo, perchè sponsor tecnico della nazionale di calcio islandese: i risultati della squadra e, soprattutto verrebbe da dire, il comportamento dei tifosi in tribuna, il loro legame assoluto con i giocatori, sono stati la favola degli Europei di Francia. E a Parma hanno dovuto felicemente mettersi tutti a fare gli straordinari per soddisfare le richieste di magliette che arrivavano da quel Paese senza confini che è il mondo degli appassionati di calcio. Anche in Erreà Angelo Gandolfi ha pensato ai figli: Roberto e Annalisa hanno dato il nome a una azienda che appunto come una famiglia prima di tutto pensa alla salute: i tessuti sono certificati e non rilasciano sostanze nocice per la pelle o per la salute. Poi ci sono anche altre caratteristiche tecniche: Active Tense garantisce addirittura un miglioramento della respirazione, e la prevenzione di infortuni alla spalla. Forse per questo alla Federazione Pallavolo sono particolarmente felici di avere Erreà come sponsor tecnico, ma saranno felici anche i tifosi che potranno finalmente comprare le maglie dei tanti azzurri e delle tante azzurre del loro cuore.

Seconda tessera: la strada. Dopo la seconda guerra mondiale lo sport italiano è rinato, forse addirittura nato, sulla strada. Quella delle imprese di Bartali e Coppi ma anche, e pure in questo caso verrebbe da dire soprattutto, quella degli oratori. La strada andava benissinmo e faceva benissimo: nessuno che si è mai lamentato di un ginocchio sbucciato, nessuno che non abbia apprezzato la lezione di quegli anni. Lo sport è uno, le discipline tante. Non ci sono sport minori, e infatti intere generazioni sono cresciute felicemente polisportive. Fino a che lo sport non si è chiuso in se stesso, orgoglioso, troppo orgoglioso di aver trovato casa in impianti sportivi nuovi, la rivincita definitiva della ricostruzione. I risultati di questa retromarcia autorefenziale sono sotto gli occhi di tutti: lo sport codificato in orari di allenamento e in pratiche rigide è in crisi, lo stesso sport che dovrebbe essere consapevole di essere il più antico e collaudato dei social network italiani. E proprio dai social viene il suggerimento di tornare sulla strada, a recuperare un calcio meno sofferto, meno ricco anche ma sicuramente più genuino.

E qui le due tessere si saldano. Erreà si è unita a Calciatori Brutti, una delle piattaforme social di maggior successo: in quattro anni, partiti perchè qualche infortunio gli aveva fatto capire che il sogno di giocare a calcio non si sarebbe realizzato, Daniele Rosselli ed Enrico Modica, due ragazzi di Torino, città che evidentemente porta bene alle coppie imprenditioriali, visto che il loro successo ricalca quello delle gelaterie Grom, sono arrivati ad avere due milioni di interlocutori. Possibile? Possibilissimo se fai diventare le chiacchere da spogliatorio, e lo spogliatoio in sé, un mezzo di comunicazione. E un modo di comunicare, come quando sono state organizzate le macchinate per andare a Leicester. Come a dire, a noi piace la favola del calcio. Adesso Erreà e Calciatori propongono, primo tappa a Capo d’Orlando a inizio giugno, i Giochi del calcio di strada, un festival di discipline improbabili per i puristi e belle da impazzire per chi le pratica sentendosi brutto rispetto ai codici convenzionali, ovvero originale, non mainstream, prima persona singolare. Ogni tappa del tour raccoglierà anche quanto serve per regalare un impianto sportivo alle città che ospiteranno la manifestazione.

Torniamo alla seconda tessera. Lo sport oggi è ovunque, non solo negli stadi e nelle palestre. Lo sport è possibile 24 ore al giorno e non solo negli orari di allenamento che pure qualcuno si ostina a considerare unica liturgia. Lo sport in Italia oggi è tornato al dopo guerra. Nessuno ha paura della strada e delle strade. E in questo colossale fai da te che i social permettono, quasi obbligano, si praticano da noi 384 discipline. Fermarsi all’enormità del numero significa non fotografare quante e quali opportunità ci sono in un modo in cui c’è anche, detto senza offesa, la Federazione Mudrun. Schizzinosi asternersi: le mudrun sono le corse con ostacoli, o anche nel fango. Più in generale, questo mondo si riconosce nella sigla Ocr, Obstacle Course Running. E magari nel verso di Leopardi “sempre caro mi fu quest’ermo colle”. A Recanati c’è una azienda dedicata a questo segmento: si chiama i-Technology. È nata quando in pratica hanno smesso di produrre conto terzi. Oggi con il marchio i-exe presenta la novità di prodotti con filato di carbonio che hanno alleggerito il capo mantenendone invariata “la qualità del vero made in Italy”: canotte, calze, tute. In catalogo c’è di tutto, ma non si può certo dire che si tratti di uno... Zibaldone.

Luca Corsolini - Symbola

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