Newsletter

E forse, con 8 mila km di coste, non c’è neanche questa gran sorpresa, ma la tribù del surf è tenuta insieme, in tutto il mondo, e pure in Italia, da emozioni speciali

di Luca Corsolini   

Poi, d’improvviso, il mare. E forse, con 8 mila km di coste, non c’è neanche questa gran sorpresa, ma la tribù del surf è tenuta insieme, in tutto il mondo, e pure in Italia, da emozioni speciali. Adesso pure da una prospettiva: il surf diventa, a Tokyo nel 2020, disciplina olimpica. Qualcuno ha provato a dire che l’integrità della disciplina non doveva essere sacrificata per una medaglia d’oro, altri hanno capito che quella stessa medaglia diventerà un messaggio e, prima ancora, un riconoscimento, non la solita ammirazione per l’ambiente che abbiamo cominciato a conoscere nel 1978 con “Un mercoledì da leoni”.

Già ora, intanto, il surf oltre che una pratica fortemente identitaria, pure aspirazionale, è pure un altro gioiello della collana made in Italy esibita dallo sport. Certo, non ci sono, nei nostri mare, le onde oceaniche che subito associamo al surf, ma come racconta un libro, “Artigiani del mare”, “surf e dintorni” il sottotitolo, ci sono nel nostro Paese di navigatori anche artigiani che invece di una barca preferiscono disegnare una tavola.

A Livorno ad esempio c’è una classica storia da made in Italy: Paolo e Renato Bertini sono due fratelli, nome quasi obbligato per la loro azienda “Twinbros”. Nel 2007 sono stati i primi anche a portare da noi la shape machine che serve per disegni ancora piuù raffinati: loro dicono di produrre tavole su misura. Doppia: adatte al cliente, e ancor più adattate alle nostre condizioni di onde. Nessuna meraviglia per la Toscana. Nel tam tam con gli appassionati si parla di luoghi speciali come il Pontile del Lido di Camaiore. Della Versilia in genere, del bar ai bagni Nettuno di Castiglioncello gestito da surfisti nella Baia del Querceto.
La sorpresa semmai è nel trovare tanto surf in città. A Firenze ad esempio c’è lo studio di Stella Salemi e Alessandro Bicci: si chiama “AdesignS21”, la due iniziali dei nomi sono in testa e in coda a simboleggiare una squadra che si ritrova anche nell’attenzione per il numero 21. Che i mobili italiani piacciano in tutto il mondo non è una novità, è una novità invece il gradimento unanime riscosso al Surf Expo di Orlando da “Chair the wave”, la sedia realizzata da Stella e Alessandro. Una tavola da surf che diventa una seduta mantenendo le stesse curve, la stessa leggerezza. Sono di Teramo invece i ragazzi che si sono riuniti nel “Mecca Studio” e hanno vinto l’Open Design, un premio organizzato dalla Cna di Vicenza. Così, grazie a loro, il surf è entrato pure in orbita palladiana per far conoscere “Light Core”, la prima tavola prodotta a controllo numerico, e grazie a questa più economica delle altre, un surf che ha in uno scheletro particolare il suo segreto.

Particolarità di tutte le aziende una certa attenzione non di maniera per l’ambiente, dunque per l’uso di certi materiali, che siano ecosostenibili (dunque paraffina al bando ) e riciclabili. Particolarità del settore, la sua grande attualità. Altro che aggiungi un posto al tavolo, oggi il musical in Italia è aggiungi una tavola in ogni posto, il che si traduce anche nelle tante altre possibili declinazioni artigiano-industriale per chi vuole vivere nel settore e per il settore. Ci sono le cavigliere o i supporti per portare le tavole sul tetto, ci sono altre discipline come kitesurf e wakeboard da coccolare. C’è posto per tutti, anche se per trovare un suo posto nella famiglia del Coni il surf ha dovuto pensare un po’. Era già olimpico, e in capo alla Federvela, il windsurf che è stato terreno di caccia di medaglie per Alessandra Sensini, adesso vice presidente del comitato olimpico nazionale, e si pensava che il surf potesse essere adottato dalla stessa famiglia. Invece Leonardo Fioravanti e compagnia abbronzata gareggeranno per la federazione sci nautico, quasi una contraddizione in termini visto che il surf non funziona certo a motore.

Ma è anche inutile stare a sottilizzare. Che ci sia una disciplina riassunta nella sigla Sup, Stand Up Paddleboard, che si richiama alla posizione totalmente verticale del surfista, come quelli che vide James Cook, il primo europeo a scoprire le Hawai, fa capire i tanti possibili incroci col ricco campionario degli incontri da spiaggia testimoniato appunto dalla crescita del Paddle: di altro non si tratta che dei racchettoni con cui in tanti abbiamo giocato.

La storia più bella però è quella di Luca Bressan. “Costruire tavole da surf quando si è nati vicino alle montagne, per uno di Valdobbiadene come me, può sembrare una pazzia. In realtà, il legno ha sempre fatto parte del mio bagaglio culturale” dice. Da piccolo quando andava al mare aspettava i temporali e il vento per divertirsi con le onde, poi tornava a casa e dedicava le sue emozioni a bici e tavole da snow. Ma ha dovuto trasferirsi a Fuerte Ventura per realizzare le sue tavole che profumano di ricordi. Cresciuto in mezzo agli alberi, utilizza solo materiali naturali, e dagli alberi ha imparato ogni segreto, come quello degli anelli che dichiarano l’età. Poi, da perfetto ambasciatore della salvaguardia degli oceani, e della vita nella natura, aggiunge alle sue tavole un tocco magico: è il profumo di mondo.

Perché il surf non ha proprio confini, e non per niente la community più attiva in rete si chiama Surfisti italiani nel mondo. Nessuno aspetta l’onda, tutti la vanno a cercare: qualcuno riuscendo anche a domarla fino a farla diventare un business.

Luca Corsolini - Symbola

scelti per te

Il cammino 36, che si estende per oltre 2000 km in Europa, arriva a Roma dopo aver percorso 1044 km in Italia, partendo dal valico del San Bernardo.

Devi accedere per poter salvare i contenuti